Approfondimenti Rivista — 03 marzo 2014

Il libro, in Italia, segue il suo popolo; un popolo teso ad importare la famiglia dall’estero, quando, ancora una volta, avrebbe di che esportare. Come in ogni nucleo parentale del mondo, ci sono cose che funzionano e altre un poco meno, di insoddisfatti se ne riempiono i crateri della Luna, ma il primo dito da puntare è su di noi.

La tendenza a sovrapporre mattoni di sabbia pressata, sbeccati o storti, per poi lamentarsi della casa riuscita male, me ne dolgo, è un ambito in cui siamo maestri.

Siamo nuclei cittadini che da sempre vincono battaglie, senza far caso alla guerra. Ogni popolo ha vissuto le conquiste, ma noi ce le siamo legate tutte al dito.

Il nostro vero stallo ideologico è la cultura di gruppo. Regione per regione, paese per paese, ci sentiamo unici e, invece di farne forza, facciamo nicchia guardando in cagnesco il vicino di casa, aggrediti, rancorosi e chiusi, ignoranti dell’unità che sulla carta ci fà Stato. Quanto spreco d’energia porsi come meta di ogni giorno l’arrivare a sera!

L’editoria italiana, ad oggi, non ha ancora saputo essere qualcosa di diverso da altri settori commerciali; dovrebbe far valere il proprio prodotto non come economia in transito, ma come valore: una scelta di vita senza la religione di mezzo.

Vero è che con un cugino in casa come il Vaticano, il sentore è di essere a posto in questo e nell’altro mondo con le opere di bene, e lavorare per ideali non riempie la pancia… o forse si?

Alle librerie che sorgono per appagare sapori materiali e spirituali mando l’augurio di non divenire una moda, e l’imprenditore che ne fà vessillo faccia la differenza, educando con animo da bravo insegnante. Se un piatto di spaghetti può essere buono a Bologna come a Messina, la differenza la fanno necessariamente gli ingredienti.

Il problema del fruitore risiede nel “voler” cambiare, voler essere qualcosa di diverso non per piacere agli altri, ma per far bene agli altri. E a sé.

Storicamente siamo un trampolino dal quale tutti vogliano fare un tuffo, e, invece di fare anche noi il nostro, stiamo dal basso a dare punteggi all’entrata in acqua. La nostra tristemente nota famiglia allargata abbisogna di ripartire da zero. In tempi di magra, tagliare i costi vuol dire buttare in strada i parenti. Il vero problema è l’approccio: “Ci sacrifichiamo? Io, si, però anche lui…” Basta! con l’eterna lotta tra scolari, dobbiamo essere adolescenti con carattere, una nazione di persone che agiscono a monitor spento con uno scrittore al tavolo a tener conto del mondo fuori dalla porta.

Scrivere è azione, trasmette esperienze e stati d’animo, attiva consapevolezze e mobilita coscienze. Al pari delle pitture rupestri e della tradizione orale, scrivere, oggi, come mai ieri, è un’arte scaturita dalla paziente osservazione della realtà, un lusso che non dobbiamo perdere. E, invece, quanto ci piace parlare!

In Italia, ad essere sostenute sono le chiacchiere; si è radicato uno Stato Scientifico che soffoca il futuro di teorie. C’è bisogno di più ascolto, innanzitutto di sé, delle proprie capacità, senza affidarsi a interessi comuni. Ogni città, frazione, luogo di questa nostra bistrattata penisola trasuda storia e i nostri governanti danno per scontato che ad essere tutelati debbano essere i beni culturali, piuttosto che la comunicazione culturale.

Centinaia di realtà sono unicamente sorrette dal tenace filo di volontari nostalgici che reiterano e reinventano usi e costumi in fiere locali, nelle quali, purtroppo, è già filtrata la pratica del girovagare senza meta per stand gastronomici all’oscuro della natura del ritrovo.

Riscoprire le identità locali, vuol dire curare le radici dell’albero aspirando alla raccolta dei frutti, focalizzare la ricerca passando dalla scrittura all’informazione, arando nuove terre da semina.

Rimanere in perenne corsa dietro la corriera già partita, cercando di buttare sul tetto quello che riusciamo, non ci valorizza agli occhi di realtà sociali più emancipate o tecnologicamente progredite. Dobbiamo avere il coraggio di fermarci a respirare.

Da italiano di una Repubblica alla terza generazione non mi sento alienato nel godermi un caffè al bar piuttosto che corrervi in orario per l’aperitivo, non disdegno i tempi di una trattoria o far la spesa piuttosto che nascondermi dietro le ricette di specialisti del tempo libero. Ma di quanto tempo abbiamo ancora bisogno, e per fare cosa, poi, di così importante?

Una passeggiata, fosse anche persi nel proprio mondo, ti porta dove non si è, immersi in concetti sottili che comunicano e fanno riflettere; l’antica Grecia s’alza in coro: “Ve l’avevamo detto!”

Paesi come la Francia investono da anni sull’ingegno narrativo, formano Ministeri a tutela di questo patrimonio dell’umanità: il sapere e lo studio fanno l’Uomo, saziano il lettore delle parole di altri.

Quotidianamente tocchiamo fin troppo con mano il dissesto dei nostri beni culturali, vogliamo perdere anche il piacere di scriverci?

Con le tecnologie a disposizione è diventato più facile divulgare la parola a discapito del significato che abbiamo dentro. Fortuna o disgrazia, l’Italia è l’Italia, scritta o vissuta dobbiamo solo amarla di più e “chi non ha peccato scagli la prima pietra”, dicono i bambini in riva al lago.

Paolo Miserocchi

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