Approfondimenti Rivista — 04 luglio 2013

Chi lo avrebbe mai detto il 18 luglio 1997, data simbolica della nascita dei blog, che questo particolare tipo di sito web sarebbe diventato uno degli strumenti per fare informazioni più utilizzato su internet? Chi lo avrebbe mai detto il 23 dicembre dello stesso anno, data di apertura del primo diario di rete, che il formato blog avrebbe fatto il giro del mondo, trattando degli argomenti più vari e disparati? Probabilmente, i più conservatori hanno diffidato dal considerarlo un potenziale mezzo di comunicazione sin dal principio; chi, poi, per propria natura, non può rinunciare a uno scetticismo aprioristico, lo avrà etichettato come una delle tante mode destinate a perire in un arco relativamente breve di tempo. Prescindendo dalle ragioni che possono legittimare giudizi siffatti, il successo che i blog hanno riscosso tra gli utenti di internet è innegabile e ha spinto anche i più restii a volerne sapere di più. Una questione particolarmente spinosa riguarda la responsabilità dei commenti che appaiono sui blog. La sua sintesi può essere formulato in questi termini: chi gestisce un blog è responsabile dei commenti postati dai propri lettori? Una domanda di questo genere viene sollevata ogni qualvolta si verificano casi di citazioni in giudizio di blogger da parte di soggetti che si reputano lesi dai commenti lasciati da terzi. L’ultimo episodio risale allo scorso 22 febbraio, quando il Tribunale di Varese ha pronunciato la sua sentenza nei confronti di Linda Rando, amministratrice del sito Writer’s Dream.

L’imputazione a suo carico è quella di diffondere attraverso la rete internet notizie e scritti considerati “una campagna denigratoria nei confronti delle casa editrici a pagamento”. La sua condanna al pagamento di una sanzione pecuniaria ha suscitato non poche polemiche perché la materia legale in merito è assai vaga e imprecisa. Nella sentenza del giudice si legge: “La disponibilità dell’amministratore del sito rende l’imputata responsabile di tutti i contenuti di esso accessibili dalla Rete, sia quelli inseriti da lei stessa, sia quelli inseriti da utenti; è indifferente sotto questo profilo sia l’esistenza di una forma di filtro, sia l’inesistenza di filtri”, ossia che l’amministratore del sito abbia visionato e approvato i commenti o che non abbia provvisto a un sistema di controllo caso per caso. Tuttavia, una spiegazione del genere non viene affatto proposta per un caso analogo, risalente al 2008, che ha per protagonista il blog Riaprire il Fuoco, accusato di diffamazione da una casa editrice, per lo stesso motivo per cui è stata citata Linda Rando, ovvero per averla definita “casa editrice a pagamento”. Allora la sentenza del giudizio fu a favore del blogger: il Tribunale di Bologna ha respinto la richiesta della casa editrice dopo che Aprire il Fuoco si era dichiarato sprovvisto di qualsiasi potere di controllo preventivo dei messaggi immessi in rete dall’utente. Come è possibile che casi così simili abbiano avuto una conclusione che è diametralmente opposta l’una all’altra? Quali delle due sentenze sembra essere maggiormente conforme alla legge che- lo abbiamo detto- in materia è vaga e imprecisa? E’ doveroso spiegare che allo stato attuale della legge e della giurisdizione, testate giornalistiche e blog non sono la stessa cosa. La sentenza 10535 del 2088 sancisce, infatti, che l’attività dei blog e dei forum non può essere equiparata a quella della stampa, che è regolata dalla Legge n.47 del 1948. In virtù di tale giurisdizione, all’amministratore del blog non può essere imputata un eventuale responsabilità per omesso controllo.

Alla luce di tale considerazione, la spiegazione più esaustiva del caso Rando è fornita dall’avvocato Carlo Blengino: “[il giudice] tenta di superare l’ostacolo addentrandosi in una singolare interpretazione del web per provare a dimostrare che i nuovi media digitali ben possono essere parificati, tutti, al concetto di “stampa”. [Sebbene] escluda che sia applicabile al caso la responsabilità per omesso controllo del direttore responsabile delle testate giornalistiche, giunge con un’alchimia giuridica a un inaccettabile principio [e cioè che] la giovane amministratrice del sito è responsabile per il solo fatto di esser amministratrice: come un direttore responsabile, anzi peggio, perché non viola un dovere di controllo, ma assume su di sé, senza scampo, tutto ciò che appare sul suo sito. [Nel tentativo di favorire] una cultura della responsabilità, [il magistrato arriva al risultato apposto in quanto] un’errata allocazione delle responsabilità sulla rete aumenta il senso di anarchia, genera confusione e incertezze per i fornitori di servizi”. Che il verdetto sarà cambiato in sede di appello?

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