Approfondimenti Rivista — 12 settembre 2013

Esistono dei luoghi al mondo che sono simboli di civiltà, di culture e di antichi splendori. E poi esistono luoghi che diventano templi moderni grazie alle gesta, apparentemente di poco valore, di uomini in carne e ossa, che si trasformano in leggende. Così, se si capita a Berlino, appena fuori dal centro dell’ex città del muro, si DEVE far tappa all’Olympiastadion. Un impianto, appunto, leggendario. Oltre alla maestosità delle pietre vive, oltre al contrasto sublime tra antico e moderno, lo stadio di Berlino non è solo entrato nel cuore di tutti noi dopo la finale del mondiale di calcio del 2006, ma è celebre per aver ospitato i Giochi Olimpici del 1936, una delle tante manifestazioni di potenza della Germania nazista. Potenza che un ragazzo di Oakville (Alabama) ha sfidato e battuto.

Quel ragazzo si chiamava Jesse Owens.

Prima di diventare un atleta olimpico, James Cleveland Owens era uno dei tanti neri che in America combattevano contro miseria, povertà, segregazione razziale. Senza molte speranze.

Lo sport, così come oggi accade per i giovani ragazzi africani, rappresentava, oltre che una passione, una via d’uscita. E Jesse fin dalla giovane età dimostra di essere un evidente talento nelle discipline atletiche. Ma, soprattutto, non può permettersi attrezzature che gli consentano di praticare discipline diverse dall’atletica dove, bene o male, basta il sudore della fronte, la potenza dei muscoli, e il cuore che pulsa.

Ma la vita di uno studente americano di colore negli anni Trenta non è facile, nemmeno se si tratta di un potenziale fenomeno. Jesse vive all’esterno del campus universitario con altri atleti afro-americani e nei viaggi con la squadra sportiva pranza in ristoranti per soli neri. Nel periodo degli studi continua a lavorare per pagarsi l’università.

Poi, il 25 maggio 1935 succede qualcosa di speciale, the day of the days, come lo definì lo stesso Owens nella sua biografia.

Quell’anno ci sono i campionati del Middle West, presso l’Università del Michigan, ma Jesse ha subìto qualche settimana prima un infortunio alla schiena e i suoi sogni di gloria sembravano essere svaniti. Poi inizia a pensare che non ha nulla da perdere, che in fondo, per uno che la gloria non l’ha mai sentita addosso, stringere i denti un giorno in più non è poi un grande sacrificio, che la voglia di mettercela tutta è più forte del dolore. Scende in pista all’ultimo momento, sorprendendo tutti.

Sorpresa che si trasforma in stupore e incredulità, quando, in un lasso di tempo inferiore a un’ora, Jesse eguaglia il record mondiale nei 100 metri, stabilisce quello nel salto in lungo (con 8,13 metri è il primo uomo a superare la misura degli 8 metri), vince la gara dei 200 metri e quella dei 200 metri a ostacoli.

Forte, davvero forte. Ma non basta questo per diventare una leggenda.

E allora ecco che quella prestazione da favola gli fa staccare il biglietto per Berlino, l’anno dopo, per partecipare ai Giochi Olimpici più famosi di sempre.

Per Hitler i Giochi furono l’occasione per propagandare gli ideali del “Terzo Reich” e per dare valore e risalto alla superiorità della razza ariana. Lo stesso Fuhrer fu presente sulle tribune dell’Olympiastadion, gioiello architettonico con una capienza di 100 mila posti e attende di vedere gli atleti tedeschi sbaragliare la concorrenza. Tra tutti, Luz Long, l’atleta tedesco per cui Hitler stravede e su cui la Germania conta per la vittoria nella gara del salto in lungo.

Sotto gli occhi del Fuhrer, Owens, un nero, un inferiore, vince ben 4 medaglie d’oro: nei 100 metri (stabilisce il record mondiale: 10,3”), nei 200 metri (record olimpico: 20,7”), nel salto in lungo (record olimpico: 806 cm) e nella staffetta 4 x 100 (record mondiale: 39,8”).

La leggenda narra che il dittatore tedesco fosse talmente stizzito da quella performance, sì, leggendaria, che si rifiutò di stringere la mano a Owens, ma lo stesso atleta nella sua biografia scriverà più tardi:

“Dopo essere sceso dal podio del vincitore, passai davanti alla tribuna d’onore per rientrare negli spogliatoi. Il Cancelliere tedesco mi fissò, si alzò e mi salutò agitando la mano. Io feci altrettanto, rispondendo al saluto. Penso che giornalisti e scrittori mostrarono cattivo gusto inventando poi un’ostilità che non ci fu affatto”.

Quello che successe davvero, invece, è un episodio commuovente che coinvolse Owens e lo stesso Luz Long. Durante le qualificazioni, Owens sbaglia due dei tre salti a disposizione. Prima del terzo salto gli si avvicina Long, che nonostante tutta la pressione del mondo addosso, conosce bene quella pedana, e suggerisce a Owens di anticipare la battuta per permettergli così di superare la misura di qualifica. Owens vincerà l’oro ai danni di Long.

Dopo quel giorno, i due resteranno per sempre legati da una sincera amicizia.

La storia di Owens non è la storia di un gladiatore che sfidò un imperatore, è la storia di chi ha sconfitto il razzismo senza combatterlo apertamente, senza ergersi a simbolo di una razza contro un’altra. Ha lottato, alla pari dei bianchi, e li ha sconfitti, tutti.

Questo era lampo d’ebano, questa è la storia di una leggenda, e di un luogo leggendario.

Daniele Dell’Orco

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