Approfondimenti Rivista — 28 dicembre 2012

La ricerca di leggerezza come reazione al peso del vivere”.

Sono parole tratte dalle “Lezioni americane”di Italo Calvino, opera pubblicata postuma che raccoglie le sei lezioni, o meglio, “le sei proposte per il nuovo millennio”, che l’autore aveva in programma di discutere presso l’Università Harvard nell’anno accademico 1985-1986.

Sei valori fondamentali, insomma, sui quali doveva investire il futuro della letteratura.

Tra questi, il primo è proprio rappresentato dalla “leggerezza” sopraccitata, da una proposta di letteratura, per così dire, aleatoria, evanescente, impalpabile. Ma cosa significa parlare di letteratura “leggera”? Calvino ne offre diversi esempi all’interno delle sue opere.

Prima di tutto, riflettendo sui protagonisti della celebre trilogia de “I nostri antenati”, ci rendiamo conto che ognuno di loro è stato, in un certo senso, “alleggerito”, è stato sottoposto ad una “sottrazione di peso”, come la definisce Calvino: il Visconte si aggira per Terralba con solo la metà del suo corpo; il Cavaliere “non c’è ma sa di esserci” e fa risuonare a vuoto la candida armatura che lo riveste; il Barone, poi, ha deciso di abbandonare la gravità della terra per vivere sugli alberi e abbandonarsi poi, definitivamente, al cielo.

Anche ne “Le città invisibili” si ritrovano tante dimostrazioni di “leggerezza”. Pensiamo, ad esempio, alle “città sottili” di Zenobia e di Ottavia: la prima, è posta su altissime palafitte, su trampoli che si intersecano l’un l’altro; la seconda, invece, è sospesa su uno strapiombo, e legata alle creste di due montagne soltanto da esili funi e catene. Di quest’ultima, Calvino dice: “Sospesa sull’abisso, la vita degli abitanti è meno incerta che in altre città. Sanno che più di tanto la rete non regge.”

E qui l’apparente assurda constatazione: pur essendo sospesi sul vuoto, gli abitanti di Ottavia sembrano avere maggiore consapevolezza della propria condizione; sono, paradossalmente, più ancorati a terra di quanto non lo sarebbe un abitante di un’ordinaria città. E questo accade perché coloro che vivono in questa “città ragnatela” osservano le cose da una prospettiva del tutto originale: dalla prospettiva della sospensione, del vuoto, della leggerezza, appunto.

E’ qui che comprendiamo perché Calvino proponga il valore della leggerezza come “reazione al peso di vivere”: la realtà così come la vediamo, pesantemente concreta, ci soffoca, ostacola il nostro sguardo, inibisce il nostro orizzonte: per così, dire, ci “pietrifica”. E’ lo stesso Calvino a suggerire questa metafora: “In certi momenti mi sembrava che il mondo stesse diventando tutto di pietra. (..) Era come se nessuno riuscisse a sfuggire allo sguardo inesorabile della Medusa”. Ed ecco la leggerezza, la visione fantastica ed indiretta, che ci illumina e ci guida: “Per tagliare la testa di Medusa senza lasciarsi pietrificare, Perseo si sostiene su ciò che vi è di più leggero, i venti e le nuvole; e spinge il suo sguardo su ciò che può rivelargli solo una visione indiretta, in un’immagine catturata da uno specchio.”

Allo stesso modo, assumendo la prospettiva del visconte dimezzato o del cavaliere inesistente, non vogliamo rinnegare la realtà nuda e cruda, anzi, vogliamo comprenderla in modo più autentico e consapevole; e per farlo, non possiamo far altro se non calarci nella dimensione immaginaria in cui questi personaggi si trovano. E così contempliamo la realtà da un osservatorio fantastico che, si badi bene, non vuole essere una fuga nel mondo irrazionale dei sogni: “voglio dire che devo cambiare il mio approccio, devo guardare il mondo con un’altra ottica, un’altra logica, altri metodi di conoscenza”. (Calvino).

E’ qui che risiede, secondo la mia esperienza di lettrice, lo straordinario ed inesauribile fascino della narrativa fantastica di Calvino: questo “scoiattolo della penna”, come lo definì Pavese, riesce a superare l’irriducibile opposizione tra reale e irreale. Le sue storie sembrano fiabe per bambini, avulse dalla vita vera; in realtà, paradossalmente, è proprio in virtù di quell’elemento fiabesco, fantastico, così dolce e “leggero” che riusciamo a penetrare il mondo che ci circonda più di quanto accadrebbe leggendo un romanzo realistico.

Ma è per avvicinarsi al cielo che vostro fratello sta lassù?”esclama Voltaire al fratello del Barone. “Mio fratello sostiene che chi vuole guardare bene la terra deve tenersi alla distanza necessaria”. Ecco il vero segreto.

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