Approfondimenti Rivista — 22 aprile 2013

The Slow Death of the American Author”: è questo il titolo dell’articolo pubblicato lo scorso 7 aprile sul “New York Times” dal presidente della Authors Guild americana, il giallista e avvocato Scott Turow. Un’amara constatazione, questa, che nasce dall’indignazione di Turow a seguito della decisione espressa dalla Corte Suprema il mese scorso: in sostanza, nonostante le lunghe diatribe intercorse negli ultimi anni al riguardo, è stata consentita l’importazione e la vendita di edizioni straniere di opere americane che, naturalmente, sono più economiche di quelle nazionali. La battaglia che molti autori avevano intrapreso contro questa possibilità, in principio considerata “lesiva del copyright degli scrittori” anche da parte della Corte Suprema, è ormai stata perduta. E la morte dell’autore americano, come ribadisce Turow, è ormai segnata.

Le conseguenze di questa decisione, infatti, minacciano profondamente la figura e il valore dello scrittore americano. Per prima cosa, le edizioni straniere di opere americane offrono una bassissima royalty nei confronti degli autori: di fatto, dovendo tenere in conto diverse altre spese (da quelle di importazione, al lavoro del traduttore), le case editrici ricompensano in maniera davvero irrisoria il lavoro dell’autore stesso dell’opera.

In questa ottica, un pericolo evidente è rappresentato dagli e-book: il mercato editoriale digitale, infatti, presuppone, già di partenza, costi di produzione ampiamente inferiori rispetto a quelli del mercato editoriale tradizionale. Ciononostante, la percentuale di royalty destinata all’autore rimane sempre la stessa: ed ecco che lo scrittore che, del resto, è il punto di partenza del mercato editoriale, dal momento che è lui a produrre le opere che poi saranno messe in commercio, è anche l’unico a non trarne effettivamente alcun beneficio: questa è la sua condanna, una vera e propria condanna a morte.

Sempre a proposito del mercato editoriale digitale, Turow invita a riflettere criticamente sui suoi effetti: lungi dal considerare l’evoluzione dell’editoria come strumento di democratizzazione nell’ottica di favorire gli scrittori emergenti, Turow afferma che sono proprio gli scrittori esordienti, i cosiddetti “midlist authors” ad essere completamente tagliati fuori dalle nuove logiche del mercato. Questi ultimi infatti, privi del potere di negoziazione proprio invece degli autori di best-seller, sono destinati a vedere diminuire di giorno in giorno le proprie percentuali sulle pubblicazioni digitali, senza contare, poi, la sempre più diffusa realtà delle copie pirata o di file-sharing che fluttuano per la rete e vengono scaricati del tutto gratuitamente.

In questa lettera, in conclusione, che rappresenta un vero e proprio sfogo di indignazione misto ad amara rassegnazione, Turow evidenzia le contraddizioni evidenti (ma forse non ancora a tutti) delle nuove frontiere del mercato editoriale, digitale e non.

Importare edizioni straniere è diventato ampiamente più conveniente rispetto alle pubblicazioni nazionali e gli Stati Uniti si sono adeguati a queste necessità economiche. Ma gli autori? Che fine fanno? E’ questo il grido di Turow che invita disperatamente a prendere coscienza del fenomeno e a non sottovalutarne i rischi. Le sue parole sono decisamente più incisive di qualsiasi altro commento: “Molte persone direbbero che questi cambiamenti sono semplicemente una naturale evoluzione del mercato e non vedrebbero problemi se gli autori fossero ridotti a scrivere solo per il piacere di farlo. Ma che razza di società sarebbe?”

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