Approfondimenti Rivista — 15 giugno 2013

Forse può stupire, forse no: ma una delle tematiche più gettonate dalla narrativa contemporanea sembra essere quella della condizione della malattia. Dai racconti dei cinque finalisti del Premio Campiello Giovani ai libri negli scaffali delle librerie, la letteratura di oggi ripropone un’osservazione profonda e toccante riguardo alle sofferenze e ai cambiamenti che la malattia porta ad affrontare.

Già, “ripropone”: perché la malattia è da tempo oggetto della letteratura. Da quella dell’Antica Grecia, in cui la malattia veniva intesa come punizione divina, a quella del Decadentismo, in cui invece la condizione malata poneva l’individuo in un’aurea di enigmatica e suggestiva fascinazione. Anche oggi possiamo dire che scrivere della malattia sia, in certo modo, affascinante, ma, certamente, per tutt’altri motivi.

Attualmente, infatti, la malattia viene descritta esattamente per quello che è: lo scrittore ce ne mostra la crudele e spiazzante realtà, gli effetti psicologici sconvolgenti e la concreta drammaticità. Ma è qui che scatta il passo successivo: “la malattia come soglia”. Attraverso questa eloquente espressione ideata dal teorico letterario Michail Bachtin è possibile esprimere la vera natura della letteratura odierna riguardo alla malattia: attraverso il racconto diretto e realistico (talvolta persino autobiografico) dell’esperienza della malattia, si dà vita ad una nuova visione della condizione malata, che non è solo dolore e sofferenza, ed è qui che si valica la “soglia”: la malattia come attraversamento, come punto di svolta (sia per chi la vive, sia per chi ne è testimone) verso un nuovo modo di accogliere la vita e di saperne godere davvero. La soglia come punto di non ritorno, e al contempo, come porta verso una nuova consapevolezza esistenziale. E’ questo, se si può dire, il nuovo, ed estremamente umano, fascino della letteratura di malattia.

Tra gli esempi più suggestivi di questo tipo di narrativa ritroviamo sicuramente “Sia fatta la tua volontà” di Stefano Baldi, o “Day Hospital” di Valerio Evangelisti, e ancora “Toglietemi tutto ma non il sorriso” di Anna Lisa Russo. Testimonianze autobiografiche, o pseudo tali, che attraverso un racconto toccante e indubbiamente straziante, riescono, alla fine, ad aprire un varco di speranza, un barlume di gioia, verso le imprevedibili e incontrollabili potenzialità della vita umana. E’ quello che accade, ad esempio, nell’emozionate romanzo-diario di Pierluigi Battista, “La fine del giorno”, in cui l’autore descrive la malattia, e la tragica morte, della compagna: da un momento all’altro, tutto cambia, le prospettive si alterano e si comincia ad affrontare la vita in un modo del tutto inedito dove al coraggio e alla speranza si mischiano rabbia e dolore.

In questo senso, è facile comprendere come in questo tipo di romanzi non sia tanto il tipo di malattia che viene trattata a fare la differenza. In ogni caso, la malattia rappresenta un valore di verità umana unico ed incomparabile, un’occasione per affrontare la vita di petto, prima, e con il cuore, poi. Un’opportunità per rinascere, per comprendere cosa è davvero importante e per continuare, o cominciare, a vivere.

 


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