Concorso Buk — 22 gennaio 2014

Le mani di Francesca si muovono veloci e sicure, mentre le note sprigionate dal pianoforte si diffondono  nella sala. La platea è incantata, avvolta dalla musica. Giovanna non può fare a meno di pensare a quanto sia straordinaria e meravigliosa la creatura che da quel palcoscenico riesce a rapire la folla. Poi la musica finisce ed è un tripudio di applausi, di battiti di mano che proclamano il suo trionfo, di Francesca, ma anche di Giovanna  che non gli occhi carichi di lacrime dall’emozione sente tutta la gioia e l’orgoglio che le regala quel momento.

Giovanna si volta al suo fianco e la vede la sua stessa commozione negli occhi di Flavio, gli cerca la mano e  rimangono a guardarsi col sorriso sulla labbra e nello sguardo mentre il pubblico continua a elargire il suo tributo.

I pensieri di Giovanna la riportarono indietro a tenti anni prima, diciassette anni prima..

La scuola era appena terminata e Giovanna si preparava a trascorrere le vacanze estive in Sardegna a casa della sua amica Luana. La madre di Luana era  una grande amica di sua madre, erano  amiche da moltissimo tempo e Luana e Giovanna erano cresciute come  sorelle. I suoi genitori si stavano  separando, da parecchio tempo ormai non riuscivano  più ad andare d’accordo e da quando suo padre aveva  perso il lavoro la situazione era  pure peggiorata. Le urla, le litigate, le accuse reciproche e il malumore erano ormai il loro pane quotidiano. Così avevano deciso di separarsi., avrebbero lasciato l’appartamento che avevano preso in affitto. Giovanna con la mamma e il suo fratellino si sarebbero trasferiti dai nonni materni, mentre il padre sarebbe andato vivere a casa di un  amico. Sua madre aveva acconsentito dopo le ripetute spinte e sollecitazioni  della sua amica a lasciare che Giovanna partisse con loro in Sardegna. Giovanna se da una parte si era sentita in colpa di lasciare sua madre da sola in quel momento così delicato, dall’altra, con l’egoismo fisiologico dei suoi sedici anni era felicissima di partire al mare per tre mesi con la sua migliore amica. Non era mai stata in Sardegna, aveva visto solo delle splendide cartoline, non aveva neppure mai viaggiato in nave. Per lei era tutto come un sogno meraviglioso. Le dispiaceva che i suoi genitori avessero dei problemi ma ormai era così abituata a sentire dei genitori dei suoi amici che si separavano che la cosa non la sorprendeva più di tanto. Quello che la preoccupava era il modo in cui sarebbe cambiata la loro vita, le loro abitudini. Luana andava ogni anno con la sua famiglia in Sardegna dove avevano una casa al mare, ogni anno rincontrava i vecchi amici delle vacanze. Tra i ragazzi della compagnia c’era Flavio, lui non era in vacanza ma abitava nella zona, aveva diciotto anni, e aveva iniziato a lavorare subito dopo la terza media, faceva il benzinaio. Flavio era simpatico, socievole e sfacciato ma soprattutto era bello e fin dal primo giorno si mostrò interessato a Giovanna. A lei le sue attenzioni non dispiacevano affatto anzi ne era felice e lusingata. Per tre mesi furono inseparabili. Trascorrevano le giornate al mare e di notte in giro tra le bancarelle, nei locali della zona o in spiaggia attorno al falò. Giovanna era al settimo cielo, le sembrava di vivere in un film. Ma presto si avvicinò il momento della partenza, il momento di dire addio al sole, al mare a quell’acqua trasparente e cristallina, al divertimento alle notti senza fine. Ma soprattutto si avvicinava il momento di separarsi da Flavio. Per Giovanna quella era stata un estate unica e irripetibile, la sua prima volta in nave, la sua prima volta in Sardegna, la sua prima volta in vacanza, il suo primo bacio e… la sua prima volta alla quale ne erano seguite altre.

“Verrò a trovarti appena posso, te lo prometto, mi conservo i soldi e a Natale vengo, magari ricerco lavoro lì”, le aveva promesso Flavio mentre lei piangendo lo salutava e lo abbracciava con la testa appoggiata al suo petto respirando il suo profumo. Se lo sentiva ancora addosso il suo odore mentre qualche ora dopo era già sulla nave, lontana ormai chilometri. Lontana dall’estate, da quella lunga bellissima vacanza, lontana da Flavio.

Era tornata a Roma e lì aveva ripreso la sua vita, non la sua vita di prima delle vacanze, ora vivevano dai nonni e suo padre lo vedeva una volta alla settimana. Ma aveva ripreso la vita normale, con la scuola, le uscite e gli amici di sempre. Con Flavio si sentivano al telefono, su facebook. Il primo periodo la nostalgia di Flavio e delle vacanze le era parsa insopportabile, tanto che per molti notti si era addormentata sfinita dopo aver pianto tutte le lacrime che aveva infilando al testa sotto al cuscino. Poi i giorni passavano e la lontananza faceva meno male.

Così erano trascorse le settimane, i mesi, il Natale. Flavio non  era riuscito a raggiungerla come le aveva promesso,anzi ormai non si sentivano quasi più, lui le aveva detto che non c’è la faceva più a sopportare una relazione a distanza che non aveva senso continuare a stare insieme così. Dopo qualche giorno aveva modificato la sua immagine del profilo mettendo quella di lui abbracciato a una ragazza. Giovanna pianse per una settimana, dopo aver distrutto tutte le loro foto estive, cancellato tutti i messaggi, il suo numero di telefono e dopo averlo eliminato dagli amici di facebook. Dopo un mese stava ancora cercando di rimettere insieme i pezzi del suo cuore infranto.

Era una fredda mattina di fine Gennaio e Giovanna si preparava per andare a scuola.

Giovanna aveva sviluppato tardi rispetto alle sue compagne di classe, aveva avuto il primo ciclo mestruale qualche mese prima di partire per le vacanze in Sardegna. Il suo ciclo però non era mai stato regolare. Durante tutti quei mesi aveva avuto delle perdite irregolari ogni tanto. Non ci aveva mai prestato particolare attenzione e non aveva mai avuto nessuno disturbo particolare. Inoltre negli ultimi mesi aveva affrontato molte situazioni stressanti, le vacanze, poi il ritorno, la separazione da Flavio, la separazione dei suoi e il trasloco dai nonni. Negli ultimi mesi aveva preso un po’ di peso ma niente di esagerato, anzi era stata felicissima di quei cinque chili in più che avevano dato un po’ di forma al suo corpo magrissimo. Quella mattina però si sentiva strana e all’improvviso fu colpita da dolori fortissimi alla schiena, e alla pancia. All’improvviso aveva avuto anche una terribile emorragia. Si contorceva per i forti dolori quando si accorse del sangue che le macchiava i Jeans. Aveva incominciato a piangere e urlare per il dolore insopportabile e per lo spavento. Non sapeva cosa le stesse succedendo ma sicuramente non poteva trattarsi di una mestruazione normale.

Venne portata all’ospedale. Sdraiata sul lettino in preda ai dolori vide le facce dei medici contrarsi.

Le ultime parole che riuscì a sentire furono

“Bisogna portarla immediatamente in sala operatoria per un cesareo”.

Dopo svenne. Quando riprese i sensi provava un fortissimo dolore alla pancia e si sentiva terribilmente stanca e frastornata. Poi le tornarono alla mente quelle parole cesareo. Era confusa. In quel momento sua madre entro nella stanza, aveva il viso contratto, sembrava, sembrava molto preoccupata, doveva aver pianto perché i suoi occhi erano gonfi è arrossati.

Rischiò quasi di svenire ancora quando sua  madre le disse che era incinta che avevano dovuto farle un cesareo di urgenza, la bambina era nata con un forte anticipo, era incinta di sei mesi.

Le parole le arrivavano a rallentatore e la colpivano come ceffoni sul volto.

Sua madre faticava a credere che lei non sapesse di essere incinta. Come aveva potuto essere così irresponsabile. Poi le domande a raffica, dove ? Con chi ? Quando ?

Giovanna non riusciva a rispondere era troppo sotto shock, incinta una figlia, e dove era adesso? dov’era la bambina ? Una bambina ? Una femmina ? Sua figlia ? come aveva potuto non rendersI conto di essere incinta, incinta Flavio ? Era tutto scioccante, irreale, impossibile. Poi sua madre incominciò a singhiozzare, poi a piangere sempre più forte. Doveva dirle ancora qualcosa, c’era ancora qualcosa,. Cos’altro c’era di più terribile di quello che già era successo.

“Dov’è la bambina?” Chiese ancora

“Dov’è la bambina?”

Sua madre piangeva sempre più forte adesso e faticava a parlare. Le parole le giunsero come colpi sordi sulla testa, fu come se qualcuno la stesse colpendo con un bastone, in ogni parte del corpo.

“La bambina, la bambina, è …è la bambina è malata….ha ala sindrome di down….ha una grave malformazione al cuore e adesso è in sala operatoria, la stanno operando d’urgenza”.

Giovanna incominciò a urlare e darsi schiaffi per svegliarsi per fuggire  da quell’incubo in cui era piombata.

Sua madre cercò di calmarla. Giovanna  sia alzò dal letto, aveva dolori ovunque e le girava la testa.

Faceva fatica a reggersi in piedi e ogni passo era un dolore straziante. Sua madre cercò di fermarla in tutti i modi ma lei era come impazzita.

“Dove vai? Ti prego, hai appena subito un’operazione, rischi che ti si aprano i punti”.

“Dov’è la bambina? Voglio sapere come sta, devo parlare con qualcuno”.

Piangeva, urlava mentre reggendosi al muro cercava di arrivare al corridoio. Poi il dolore alla ferita divenne insopportabile, il sangue incominciò a macchiarle la camicia da notte. Dovettero sedarla e ricucirle i punti. Quando si svegliò la realtà sconvolgente di tutto quello che le era accaduto la travolse come un uragano. Si sentiva come naufragare, in balia delle onde, dentro a un mare in tempesta.  Venne una dottoressa, con un’altra donna, forse erano psicologhe o assistenti sociali. La tempestarono di domande alle quali non rispose, o si sforzò di farlo o non ricordava. Ricordava che le avevano detto che poteva non riconoscere la bambina, poteva lasciarla lì in ospedale e sarebbe stata data in affidamento, il suo nome non sarebbe mai comparso sul certificato di nascita.

Aveva appena compiuto diciassette anni, non aveva mai saputo di essere incinta e ora si ritrovava da un giorno all’altro madre, di una bambina con la sindrome di down e quello che poteva fare era fare finta che non fosse successo niente, cancellare quell’assurda giornata e tornare alla sua vita da adolescente. Non ricordava esattamente quali parole aveva usato nei confronti di quelle due donne

“Mia figlia sta lottando tra la vita e la morte e voi tutto quello che sapete fare e venire a dirmi che posso aspettare che mi dimettano e lasciarla qui, come un pacchetto, come qualcosa che è finito casualmente dentro il mio corpo e io l’ avete tirata fuori e io non so com’è, io non l’ho mai vista, e non so che aspetto abbia,ma posso lasciarla qui e dimenticarmi che sia mai esistita. Voi, voi lo fareste?”

Ora il suo tono si era fatto più duro e urlava  e piangeva.

“Io voglio solo sapere come sta mia figlia, perché è mia figlia e voglio sapere come cazzo sta mia figlia e voi dovete andarvene, sparire dalla mia vista e non tornare mai più”.

Poi aveva incominciato a urlare sempre di più. E ad agitarsi. Delle infermiere volevano sedarla ancora ma mentre erano già pronte con la siringa un dottore era entrato nella stanza. Aveva una sedia a rotelle, l’aveva aiutata a sedercisi sopra e poi l’aveva spinta sul corridoio, fino all’ascensore.

L’aveva portata da lei e gliel’aveva fatta vedere, attraverso un vetro l’aveva vista per la prima volta la sua bambina, minuscola, con tutti quei tubicini attaccati. C’è l’aveva fatta, l’operazione era andata bene. Le lacrime le erano scese lungo le guance e le bruciavano il viso e gli occhi che increduli guardavano quell’esserino indifeso attraverso quel vetro.

Il medico la stava accompagnando in camera quando vide i suoi genitori che venivano verso di lei, suo padre, sua madre insieme, si tenevano per mano e camminavano verso di lei e affianco a loro vide un’altra figura e il cuore e le schizzò quasi fuori dal petto. Flavio le corse incontro e si inginocchiò verso di lei e incominciò a baciarla e lei si accorse che piangeva.

“Cosa ci fai qui ? Come hai fatto a saperlo?”

“Luana mi ha telefonato, sua madre aveva saputo da tua madre quello che era successo”.

“Non sei obbligato a stare qui”.

“Lo so”.

“E allora vai pure”.

“Io non voglio andarmene, la ragazza nella foto, Luana mi ha detto che pensavi fosse la mia nuova ragazza, è mia cugina, non c’è stata nessun altra ragazza, non ho mai smesso di pensare a te”.

“La bambina è  malata, ha la sindrome di down”.

“Lo so”.

“Non ti spaventa la cosa? Come fai a essere così tranquillo? Perché sei venuto?”

“Affronteremo insieme ogni cosa”.

Quello era stato il  giorno più bello della sua vita, insieme al giorno in cui dopo quattro mesi, riuscirono finalmente a portare a casa Francesca. I suoi genitori erano tornati insieme, suo padre aveva trovato un nuovo lavoro e con l’aiuto dei nonni erano riusciti ad ottenere un mutuo per comprare una piccola casa. Flavio si era trasferito Roma e aveva trovato lavoro anche lui e per un po’ di tempo avevano abitato tutti insieme con i suoi genitori. Francesca le aveva cambiato la vita, perché sin dal giorno in cui era nata aveva reso bellissimo e meraviglioso ogni giorno della sua vita.

Giovanna non si era resa conto che la gente aveva iniziato a lasciare il proprio posto per uscire dal teatro. Venne riportata alla realtà dalla voce di Francesca

“Mamma sono stata brava?”

“Sei stata meravigliosa come sempre, sei la figlia migliore che avrei mai potuto desiderare, la migliore al mondo”.

Rispose mentre tra le lacrime stringeva forte sua figlia.

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