Approfondimenti Rivista — 04 marzo 2013

In Italia, il futuro arriva sempre con qualche anno di ritardo. Non stupisce che siamo in debito con gli americani del concetto di “reinvenzione del giornalismo”, necessità invocata da molti redattori nostrani. D’altra parte, proprio gli Stati Uniti erano stati la culla del giornale, inteso in senso moderno, come modello di stampato informativo rivolto al cittadino comune: con la rivoluzione della cosiddetta “Penny Press”, negli anni trenta del diciannovesimo secolo, si assistette all’introduzione della vendita del quotidiano sulle piazze al prezzo di un penny. A distanza di circa 80 anni, il Nuovo Continente si fa portavoce di un’altra sfida, destinata a diventare storia mondiale: la rivoluzione digitale, che ha prepotentemente investito ogni ambito della vita, compreso quello culturale. E il giornalismo non ne è rimasto immune.

Mentre negli Stati Uniti è già stato avviato l’iter verso un nuovo modo di fare informazione, nel Bel Paese ancora si discute sulla necessità del giornalismo di reinventarsi. A cogliere la provocazione lanciata da Frédéric Filloux è stato il giornalista de “La Stampa” Giuseppe Granieri: “Bisogna cercare di alzare la qualità della narrazione- afferma- per migliorare l’efficacia tra informazione data e l’investimento di tempo chiesto al lettore per informarsi. Se tutte le notizie sono allo stesso click di distanza, bisogna dare al lettore un valore aggiunto per essere competitivi”.

Sì, lettore e giornalismo sono divisi da un solo click: per accedere alle notizie provenienti da tutto il mondo basta avere sete di informazione. Tuttavia, in un sistema dominato dal pluralismo di mezzi e di tecniche volte alla diffusione di articoli, solo chi ha le idee migliori può sperare di essere letto. Oppure, in assenza di originalità, potrebbe risultare utile tener presente la prassi per un nuovo giornalismo, già codificata negli States.

“Sta cambiando completamente- scrive Granieri- il modo con cui accediamo alle notizie. Tra social network e dispositivi mobili, evolve continuamente il sistema con cui decidiamo cosa è importante leggere per noi”. In altre parole, nella redazione di un pezzo -insegnano gli americani- bisogna innanzitutto tener conto della sua modalità di distribuzione: nei social network, si accede all’informazione per articolo (e non per testata), per fiducia (nei confronti di chi segnala il pezzo), per scoperta (la possibilità di venir letti è strettamente legata alla facilità di riperimento della notizia). Attenzione alla cosiddetta “grammatica della rete” e un uso ragionato dei link sono, poi, chiavi indispensabili della composizione di  un pezzo online. Quando si parla di “valore aggiunto”, però, non bisogna confondersi: esso coincide con la “curation”, ossia la costruzione di un unico pezzo, capace di mettere insieme diverse fonti, le narrazioni degli altri e una comprensione più generale. Il giornalista deve, cioè, sostituirsi al lettore in quel lavoro di sintesi degli approfondimenti che l’ecosistema delle notizie chiede al pubblico di compiere.

Tuttavia, se sulle due sponde dell’Atlantico si insiste sulla necessità di fare curation, superando, al tempo stesso, un giornalismo astrattamente obiettivo, in Italia, la sfida è all’estremo opposto: verso una moderazione della personalizzazione e una maggiore sottolineatura del dato di cronaca.

“In Italia- afferma Mario Tedeschini Lalli, sul suo blog “Giornalismo d’altri”- sono stati pochissimi coloro che hanno teorizzato e cercato di costruire un giornalismo “obiettivo” o comunque “distaccato”. Piero Ottone, ai tempi della sua direzione del Corriere della Sera (1972-1977), ci provò, ma il tentativo risultò perdente rispetto alla ben radicata cultura giornalistica italiana che, negando in nuce la possibilità di un giornalismo “obiettivo”, affermava piuttosto la necessità della trasparenza dei propri punti di vista- campione di questa posizione è stato, notoriamente, Eugenio Scalfari”.

Nel giornalismo italiano, stile personale e punto di vista dell’autore hanno largamente oscurato la notizia alla base della cronaca. Nella concreta situazione in cui ci troviamo, l’elemento di differenziazione è l’adozione di una parte di quel giornalismo- ciò che Rosen chiama il fattore “testimonianza”- a cui oggi gli Stati Uniti rinunciano. “Forse per noi- chiede Lalli- “il nuovo giornalismo” è il “vecchio giornalismo” degli altri?”.

 

 

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