Approfondimenti Rivista — 18 febbraio 2014

L’Italia è un Paese che soffre di disturbi della personalità: se da un lato umilia e mortifica tutto quanto riguardi la ricerca, la manutenzione dei beni artistici, le biblioteche fino anche alle opere letterarie migliori (Alberto Ongaro è uno dei più interessanti narratori italiani ma non viene mai considerato), d’un colpo qualche esponente politico propone proprio scienziati, intellettuali o artisti per nientemeno che un ministero. L’importante è che siano nomi prestigiosi. Temiamo sia un modo per avvicinare maldestramente gli appassionati di queste celebrità alla propria fascia politica, un richiamo alle urne che funziona come il mondo pubblicitario per il commercio. Ma funziona? Pochi giorni fa è stato il turno di Alessandro Baricco, convocato dal neo premier Renzi per i Beni Culturali in virtù del suo impegno letterario e teatrale. Sembrerebbe nulla di male. Ma ci vogliamo dimenticare di altre cariche politiche come quella del premio Nobel Carlo Rubbia eletto come senatore-stampella a vita e che non si è MAI recato a Montecitorio? Va bene, sarà vecchio, ma poteva se non altro rinunciare al suo ricco portafoglio. Umberto Veronesi, a sua volta, divise parecchio nel suo mandato. Recente è il caso del musicista Franco Battiato, che pur non avendo un ministero bensì una nomina regionale, ha sproloquiato all’europarlamento in termini così volgari e stupidi da essere dimesso dall’incarico. Di Baricco, si dirà, è un discorso diverso: lui è uno scrittore, e per di più in lizza per un ruolo nazionale di primissimo piano. Indubbiamente uno scrittore possiede un’indole riflessiva che sembrerebbe congeniale al ruolo.

Ma sarà in grado di dare un contributo concreto un creatore di fascinose storie, di mondi immaginari o autobiografici, in cui tra l’altro la politica non entra praticamente mai perché ciò che li pervade è la pura emozione? Nessuno vuole negare che egli possa avere una formazione politica privata di cui pochi sono a conoscenza, ma la struttura mentale di un creativo – che sia artista, scrittore, regista – pur di altissimo livello, non è quella di un politologo, e se i politici di professione non sanno dare le risposte giuste, non può darle di certo un filosofo (tutti gli scrittori sono un po’ filosofi). Lo scrittore si fa delle idee sue proprie ma sul come risolvere i problemi concreti non ha mai brillato. O, comunque, mai in politica. La sua è una vita di fantasmi, di figure impalpabili, di favole nel senso migliore del termine. Ricordiamoci l’uscita infelice di una delle eccellenze letterarie italiane più note nel mondo Umberto Eco, che in Israele definì in un incontro “Berlusconi il nuovo Hitler”. Per ora, fortunatamente, per ora tale eccellenza italiana non è mai stata convocata in politica.

Non sono mai stato tra quelli che ritengono che di peggio non si possa fare, né ho mai creduto alla leggenda che un improvvisato, anche se colto e di buon cuore, possa riparare ai torti della politica, come visto in alcuni film quali Dave – Presidente per un Giorno o Viva la Libertà.

Gli artisti (tra cui annovero i letterati) devono fare gli artisti, e i politici devono imparare a smettere di imitare gli artisti per ricominciare a riappropriarsi del loro ruolo. Che io spero di ritrovare austero, controllato, educato e con battute sempre sottili ed eleganti.

Tutto questo, però, fino a poche ore fa.

Proprio ieri infatti, dal mondo della letteratura è partito un segnale di grande maturità offrendo un’ottima lezione di Grande Politica (le maiuscole sono d’obbligo) che non mi sarei aspettato, e che dovrebbe fare riflettere i politici di professione: proprio l’altro ieri il vanesio Baricco, contraddicendo la sua nota indole immodesta, gentilmente ha declinato l’invito di Matteo Renzi. Niente spot per il nuovo PD.

Io la chiamo responsabilità.

Giovanni Modica

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