Concorso Buk — 22 gennaio 2014

C’era una volta una stella che come tutte le altre stelle amava illuminare il cielo, trasformandosi in uno dei mille occhi che osservavano quel mondo che tanto desiderava, ma che al tempo stesso tanto temeva.

Da lassù, nel buio, aveva visto accadere tante cose brutte, ma erano le cose belle, come l’amore e i pensieri sussurrati nel silenzio di una città dormiente, che ancora la affascinavano e la facevano rimanere lì, notte dopo notte, ad osservare la magia che poteva nascere.

Per Stella, così si chiamava la nostra piccola protagonista, la vita nella trapunta blu scuro che lei chiamava casa, trascorreva tranquilla: la sua era una galassia piena di stelle, che amavano stare assieme, scherzare e sognare quel mondo che stava ai loro piedi. A volte qualcuna, addirittura, decideva di andare a scoprirlo più da vicino, cadendo verso quella Terra così misteriosa e piena di sorprese.

Nel suo blu più giovane, Stella ascoltava le lezioni delle rosse più adulte sulle leggende che popolavano quei  disegni che solo la nascita e l’unione delle stelle potevano dar vita. Lassù tutto sembrava raggiungibile, e Stella notava che, ogni tanto, gli umani osservavano loro con fare sognante e dedicavano desideri a quei puntini così distanti eppure così in grado di diventare una speranza. La nostra protagonista custodiva segretamente quello che gli uomini le confidavano e, quando poteva, cercava di esaudire le loro piccole ambizioni.

L’Accademia dei desideri, così si chiamava la scuola, era un luogo che Stella amava frequentare per la sua innata curiosità, ma soprattutto perché lì era in compagnia, non era mai sola, c’era sempre qualcuno che la vedeva, ormai da anni, come punto di riferimento ed erano gli insegnanti i primi ad accorgersene. Era benvoluta da tutti, in special modo da altre due compagne con cui amava particolarmente osservare il mondo. Immaginavano di dar vita assieme a nuove costellazioni, di fare grandi cose, ma un giorno le cose cambiarono.

Stella venne mandata a seguire un corso per diventare la successiva Stella Polare e, al suo ritorno, la trapunta che conosceva così bene si era trasformata in un tappeto di spilli, dove ogni puntino era ora da evitare per non farsi del male. Stella era piena di cose da raccontare dell’esperienza appena vissuta, ma nessuno l’aveva attesa, tutti si erano semplicemente dimenticati di quel punto fisso nella loro vita che ora era diventato vagante.

“Come posso diventare una Stella Polare se qui nessuno ha più bisogno di me?” Si domandava, mentre decideva di tornare nella galassia da cui era appena venuta.

Lì era convinta di aver trovato qualche nuova compagna con la quale poter, se non diventare un punto di riferimento, almeno creare una piccola costellazione. Invidiava quelle della Chioccia sempre così unite o quelle di Orione sempre così coraggiose, lei non riusciva a sentirsi così e non aveva nessuno con cui condividere  quello che nel suo piccolo cuore, che iniziava a pulsare di rosso,  sentiva: “Non appartengo più a tutto questo”, pensava.

Trovò nuove stelle con cui parlare, scambiare due chiacchiere, ma bastava un niente perché loro decidessero sempre di illuminare un’altra parte del cielo.

Da sola, ormai, non pensava più di poter creare una comunità, un gruppo che sarebbe rimasto insieme anche per millenni e che sarebbe stato lì a dar luce agli uomini anche dopo millenni da quando erano scoppiate, svanite. In fondo le stelle, volenti o nolenti, vivono per sempre e lei stessa guardando quel cielo che le stava attorno, osservava il passato. Un passato che, dovunque andasse, la rincorreva perché la sua luce, o ombra, continuava a vivere e la inseguiva dovunque andasse.

«Figliolo, osservare il cielo è come guardare il passato, molti di quei puntini che vedi brillare sono già morti da tantissimo tempo, eppure sono ancora qui con noi».

Aveva sentito una volta raccontare un padre al proprio figlio sulla Terra, ma solo ora quelle parole avevano per lei un senso. Capì che fuggire era inutile, così Stella imparò a vivere nomade alla ricerca di un qualcosa che nemmeno lei sapeva bene cosa fosse, fino a che un giorno, quasi spenta, si fermò.

Il buio era sempre lì e si faceva sempre più scuro, bisognava accettarlo. Trovò un posto solitario, lontano da gruppi di stelle che potessero accecarla con la loro luce. Si mise, dunque, a osservare nuovamente la Terra dopo tantissimo tempo. C’era qualcosa però di strano: il mondo era tutto buio dove si trovava lei, tranne per un puntino giallo luminoso.

“Non sarà mica uno specchio” pensò, senza sapere che il futuro le avrebbe fatto capire come ci era andata vicino con quella descrizione.

“Ehi – sentì chiamare – Ehi, parlo con te! Chissà se mi senti, come mai sei tutta sola? Non ci sono altre stelle da queste parti…”

“Ti sento – rispose la nostra amica, sorpresa che qualcuno le rivolgesse la parola da lontano e si accorgesse di lei – Cosa sei?”

“Io? Io sono una lucciola, la versione volante e terrestre di voi stelle”, disse con orgoglio, gonfiandosi il petto ed illuminandosi ancora di più.

Stella era perplessa, non ne aveva mai viste, eppure le sembrò di conoscerla da sempre: così luminosa, piena di vita, di volontà; le ricordava se stessa.

Sorrise, tra loro c’erano anni luce eppure non si sa per quale strana magia, riuscivano a comunicare. “Probabilmente perché una ha la volontà di sentire l’altra nonostante tutto” borbottò tra sé.

“Mi sono persa – incalzò Lucciola – era tutto buio fino a che non ho trovato te!”

Potrei dire lo stesso, pensò Stella.

“Ma come mai brilli così poco? Ho visto tanti del tuo genere volando per i cieli del mondo, ma nessuno è così poco visibile!”

“Eppure mi hai trovata lo stesso. In mezzo a tutto questo buio tu hai visto me”.

“Avevo bisogno di una guida e ho cercato per moltissimo tempo e poi, per puro caso, alzo il muso e tu sei lì, protesa come una mano da stringere”.

Lucciola si avvicinò un po’ di più “Ti va di proseguire il viaggio insieme?” Chiese a Stella che accettò con gioia.

Ogni notte l’insetto luminoso si avvicinava un po’ di più permettendo alla stella di vederlo più da vicino, scorgendo in lei sfumature che prima non aveva notato, illuminando di riflesso così anche il piccolo astro che riprendeva pian piano coraggio, facendo anche lei luce sulla strada della lucciola.

Le due rimasero sempre vicine, perché l’una aveva bisogno della luce dell’altra per proseguire. Lucciola trovò così la sua strada e Stella con lei creò quella costellazione che tanto sognava, che imitava quella dei Gemelli, ma con qualcosa che solo loro due erano: due puntini luminosi paralleli che univano due mondi lontani, ma straordinari.

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scrivendovolo

(5) Readers Comments

  1. Pingback: Concorso letterario “BUK” – Ecco i 50 migliori racconti. Votateli! | ScrivendoVolo

  2. Ho trovato ll racconto di Sara Prian, fresco e molto fantasioso, volto al pensiero positivo, che ognuno di noi dovrebbe avere. Un saluto, Laura

  3. Un’ ottima storia.
    Un respiro dell’ universo.
    A Italo C. penso sarebbe piaciuta.
    Continua… Ad astra…

  4. Hello sara,

    this is a wonderful story …..kudos to your imagination. i never knew the story of a star and firefly could be so beautifully interpersed with your life.

    Keep up the good work. Expecting more good works from you 🙂

  5. Il racconto emana la luce delle cose possiili che nascono attraverso il pensare e l’agire poetico. Il cielo, la terra, le stelle, le lucciole…e quel sentire ed ascoltare attento la voce dell’anima.
    E’ un narrare che induce a pensare, a entrare più dentro di noi per cogliere e ricevere gli impulsi più veri della vita. E’ un dono la possibilità di mettere insieme mondi lontani, cieli e prati, fiumi e nuvole. Ma anche si sente la voce della solidarietà, dell’impegno civile di chi scrive e si esprime in dialoghi delicati che toccano le ragioni del cuore.
    andreina corso

    andreina corso

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