Approfondimenti Rivista — 04 aprile 2013

La televisione è sempre stata una realtà spettacolare, nel vero senso del termine: qualsiasi cosa venga proposta, dal telegiornale, alla rubrica di moda, al varietà del sabato sera deve attirare l’attenzione del pubblico in modo accattivante e sempre nuovo. Tuttavia, nella nostra epoca, il grande schermo deve pensare ancora più in grande: deve rendersi ancora più spettacolare. L’esigenza nasce dalla controparte, ossia dal pubblico degli spettatori che si presenta sempre più distratto e capriccioso: la sua attenzione, come quella dei bambini, deve essere catturata da qualcosa di sorprendente e coinvolgente. E’ da qui che nasce la logica dell’infotainement, ossia di una information- entertainment che si concretizza introducendo schemi appartenenti al genere dello spettacolo nei programmi deputati all’informazione.

E’ così che il monologo ha fatto il suo trionfante ingresso nella cultura televisiva della nostra contemporaneità: la spettacolarità, infatti, si identifica anche, soprattutto pensando al teatro delle origini, con la teatralità. E quale forma più straordinaria del monologo per incantare il pubblico ipnotizzandolo nel silenzio della sua solennità? Dalla tragedia greca, al teatro di Shakespeare, il monologo ha incrociato oggi i diversi linguaggi della comicità e del discorso giornalistico, imponendosi come prodotto perfettamente calzante nell’ottica dell’infotainment.

Da Celentano a Crozza, da Saviano a Travaglio: tutti parlano monologando. Si abbassano le luci, cala il silenzio e tutti si raccolgono ad ascoltare il discorso dell’attore monologante, senza il permesso di disturbare. Come in uno spettacolo teatrale, le attenzioni convergono tutte sull’ascolto della parola declamata: un ascolto rispettoso, raccolto, riflessivo che incanta e seduce. A questo, vanno aggiunte le componenti tecniche di “abbordaggio” del pubblico: variare il tono della voce, gesticolare, ruotare il proprio sguardo. Il monologo, sia che venga utilizzato da un comico o da un giornalista, è una grande prova teatrale, una grande performance.

Ma quando il monologo viene impiegato, ad esempio, nei talk show, si discute su un altro punto: nel monologo è una singola persona a parlare, tutti sono in silenzio e non possono intervenire, difendendo la propria opinione. Da ciò, sembrerebbe che il monologo si presenti come una specie di “dispotismo della parola”: addio al dialogo, addio al confronto simultaneo.

A mio avviso, però, non è così. Il problema è emerso, tra l’altro, anche nel corso della puntata di giovedì 28 marzo di “Servizio Pubblico”. Al termine del consueto spazio dedicato al monologo di Travaglio, previsto dal format del programma, qualcuno ha obiettato che il monologo non consente uno scambio di idee, non consente il dialogo tra le persone. Ma lo stesso Travaglio ha fatto notare un elemento, direi, molto significativo: “La stessa cosa avviene quando scrivo un articolo su un quotidiano: quella è la mia opinione, quello è il mio “monologo scritto”. Non posso, ogni volta, riportare di fianco il parere opposto di un altro giornalista.” L’articolo di giornale, dunque, non è altro che la versione scritta del monologo televisivo in cui, invece, è la parola orale, più efficace e d’impatto che esprime il proprio punto di vista.

Detto questo, altro che dittatura della parola: non c’è niente di più democratico del monologo. Questo, infatti, permette a chi lo utilizza di portare avanti la propria tesi senza essere disturbato, senza essere assalito dall’Altro. La condizione fondamentale sulla quale si fonda la stessa natura del monologo, poi, è l’ascolto: raccogliersi in silenzio e tendere le orecchie alle parole di chi è sulla scena è una grande dimostrazione di rispetto. La “cultura monologica” della televisione di oggi, è riuscita, nei luoghi in cui è stata adottata, a scardinare il caos dei dibattiti-pollaio e dei bombardamenti verbali: finalmente si è imposta la tregua tra le truppe di opinionisti infiammati dall’egoismo della loro parola.

Un po’ come a scuola, si è optato per il “alzate la mano, uno alla volta” e lo si è fatto proponendo una forma di espressione confacente ai bisogni della tv di oggi, il monologo, solenne e spettacolare.

 

 

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