Concorso Buk — 22 gennaio 2014

Siamo ai primi di settembre e il bosco si riempie di colori e profumi stucchevoli e inebrianti. A passo svelto e sicuro Peter si inerpica lungo il tratturo che lo porterà ai margini dell’abetaia che ormai brulica di vita. Una marmotta curiosa, fa capolino dalla tana e pare salutarlo; una libellula si libra leggera nell’aria fresca del mattino e si posa delicatamente sui fiori dondolanti e ancora umidi di rugiada. Il suo sguardo attento spazia all’orizzonte e cerca di carpire il ben che minimo movimento: è tempo di caccia e gli abitanti della montagna aspettano con fervore ed eccitazione questo periodo dell’anno. Peter procede con circospezione calpestando a fatica l’erba secca e alta che costeggia il bosco. Intorno solo il volo maestoso dei falchi e il gracchiare delle cornacchie. Il fucile ben saldo sulla spalla lo costringe a procedere eretto e fiero, quasi stesse marciando a una parata militare. Partiva solitamente il lunedì mattina, dopo aver accudito gli animali e sistemato il fuoco nel grande camino della casa di famiglia. Aveva ereditato quel vecchio casolare abbracciato alla roccia da nonno Luigi prima che il nuovo piano regolatore avesse messo un veto a nuove costruzioni. Era un posto magico e suggestivo che si poteva raggiungere solo a piedi percorrendo una stradina stretta a picco sulla vallata. La porta d’entrata, ricavata da un’unica grossa pietra, incorniciava la facciata e il piccolo balcone al primo piano che dava sul dirupo sottostante, era sempre pieno di fiori colorati e profumati. Un piccolo orto e un grazioso giardino bordato di pietra portavano nel retro dove Peter teneva gli animali e la casupola degli attrezzi. La sua era una vita semplice, scandita dal sorgere e dal calar del sole. Nessun lusso, nessuna distrazione se non la bellezza e la purezza della natura che lo circondava. Quel lunedì il cielo era imbronciato: nuvole bianche e grigie si rincorrevano sospinte dal vento. Le poiane roteavano nell’aria frizzante del mattino, picchiando inaspettatamente a terra come proiettili impazziti. Peter, camminando ai margini del bosco, ammirava la loro danza  a naso in su e ascoltava con attenzione i rumori che provenivano dal folto della vegetazione, quasi a voler leggere la vita che brulicava tra i suoi rami. Quante volte aveva sentito il fischio delle marmotte e il bramire dei cervi. In quante occasioni i suoi occhi avevano scorto un capriolo intento a brucare l’erba o una volpe saltellare scattosa tra le felci. C’erano momenti in cui, puntando il fucile verso la preda, gli tornavano alla mente mille perché e mille domande. Non era facile premere il grilletto, non era semplice dare la morte anche se lo aveva fatto ripetutamente in tutti gli anni passati tra quelle montagne. Era una lotta impari che gli avvelenava l’anima, ma alla quale non riusciva a sottrarsi. Vicino a un grosso pino che poggiava le rugose radici a una pietra, c’era un piccolo rifugio fatto di rami secchi e muschio dove soleva appostarsi per aspettare con pazienza il passaggio di qualche animale. Lo fece ancora una volta, girando le spalle al bosco, in silenzio, come fosse seduto nella grande navata di una chiesa. Aspettò per ore scrutando attentamente l’orizzonte e il bosco circostante, e quando ormai lo sconforto ebbe il sopravvento, sentì un rumore sordo farsi strada tra il frinire delle cicale. Ritrasse il fucile, indietreggiò per nascondersi meglio e trattenne il respiro curioso di capire cosa stesse inconsciamente finendo nella sua trappola. Da lontano vide una sagoma piccola e goffa che si confondeva con il colore dell’erba secca e ingiallita. La prima cosa che notò mettendo a fuoco l’immagine, fu un musetto appuntito e due occhi furbi e sfuggenti. Poi vide un balzo tra l’erba e notò la coda lunga e folta che pareva un’esplosione di soffioni  fendere l’aria come una spada. Era una piccola volpe rossa con tre piccoli al seguito, una mamma con i suoi cuccioli ancora bisognosi di attenzioni e affetto. Peter d’istinto appoggiò la guancia alla fredda canna del fucile e mirò dritto alla fronte dell’animale, quasi a volergli dare una morte indolore, compassionevole. Esitò un momento prima di sparare  e fu in quel mentre che una farfalla bianca punteggiata d’azzurro si posò alla fine del fucile sbattendo ripetutamente le ali come volesse cercare un precario equilibrio che in quel delicato momento non c’era. Peter scosse lentamente l’arma per farla volar via e riprendere la mira, ma più passava il tempo e più la sua convinzione veniva a mancare. La piccola volpe, ignara di quello che stava succedendo, si avvicinava sempre più al riparo che nascondeva l’insidia mortale. A naso in giù e con l’incoscienza e la curiosità tipica dei cuccioli, procedevano anche loro nella medesima direzione. A quel punto il contatto fu talmente ravvicinato da lasciare Peter senza parole e con il fiato corto. La farfalla, elegante nel suo continuo battito d’ali, percorreva pian piano in su e in giù la grigia canna del fucile. Un freddo e silenzioso pezzo di ferro che sporgeva tra le foglie era teatro di una leggera danza che, per una volta tanto, celebrava la vita. A Peter i minuti sembrarono giorni, mesi passati a farsi tante domande che fino ad allora non avevano avuto risposta. Ma stavolta no, non sarebbero rimasti pensieri in sospeso. Quella pausa leggiadra, quella complicità inconsapevole tra la farfalla e la volpe gli avevano aperto gli occhi, risposto a gran voce, e fatto vedere con occhi nuovi e disincantati. Tornò a casa attraversando tutta la vallata, mentre il sole, facendo capolino dietro alla collina, dava un rossore insolito alle nuvole. Camminò speditamente fino al casolare, prima che la sera coprisse tutto con il suo manto scuro e silenzioso. Arrivato appese al chiodo l’arma quasi con rabbia, tolse gli stivali e la cartucciera e li ripose nella casetta degli attrezzi dentro a un vecchio baule. Quello fu l’ultimo lunedì che lo vide tra i boschi con un fucile in spalla, fu l’ultima volta che uno sparo poco convinto e sofferto riecheggiò nella vallata.

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