Approfondimenti Rivista — 09 novembre 2012

All’incirca sei mesi fa, mi sono reso conto di non conoscere affatto la scrittura di quello che io consideravo un mio carissimo amico: non sapevo se fosse rotondeggiante o stilizzata, elegante o frettolosa”. Questa constatazione è tratta dall’ultimo libro di Philip Hensher, appena pubblicato in suolo britannico, dal titolo tanto eloquente quanto solenne, “The Missing Ink: the lost art of handwriting”. Si tratta, evidentemente, di un’accuratissima apologia della scrittura a mano, sentita a tal punto da far scrivere all’autore l’intero libro proprio a mano! A partire dagli esempi più celebri di corrispondenze epistolari, Hensher arriva a considerare la minaccia cibernetica dell’era attuale, disponendo, per rimediarvi, una serie di utili gesti quotidiani come “ricordarsi di scrivere la lista della spesa a mano”, invece di utilizzare l’apposita applicazione sul cellulare, oppure “dedicarsi alla pratica della scrittura libera almeno una volta al giorno”.

Ma siamo davvero disposti a rinunciare alla veloce, pratica, e comoda scorciatoia della “scrittura tecnologica” per ritornare ai classici, e romantici, carta e penna?

La risposta potrà sembrare scontata, e la questione ormai archiviata: perché stiamo qui a parlarne dunque? Perché, sorprendente ma vero, se si dà un’occhiata alle recenti pubblicazioni dell’editoria britannica (e per recenti intendo proprio delle ultimissime settimane), si scopre che il tema non è trattato soltanto da un nostalgico Hensher: altri due malinconici dell’arte dello scrivere, rispettivamente I. Sansom con “Paper: an elegy” e John O’ Connell con “For the love of letters: the joy of slow communication” convivono sullo scaffale delle proposte autunnali del lettore inglese.

Il filo rosso che connette i tre testi, concentrati ognuno su una tematica piuttosto circoscritta, è quello del valore, della dignità e dell’indissolubile importanza dello scrivere a mano. Hensher, continuando la citazione riportata all’inizio, definisce questo gesto come “ciò che registra la nostra individualità, la nostra personalità più intima” e che, al contempo, rappresenta “il più necessario ed inevitabile strumento di mediazione tra noi e l’altro”. Accogliendo a supporto della sua tesi anche le scoperte degli studi di grafologia, Hensher propone anche manoscritti di scrittori famosi come Proust o Dickens, dichiarando come sia possibile intuire proprio dalla scrittura dell’autore certe sensazioni emotive suscitate dal testo.

L’invito alla “slow communication” di O’ Connell si unisce poi alla proposta di Sansom di prendere in mano, seduti tranquillamente alla scrivania, un foglio di carta, da lui considerato come “ciò su cui abbiamo fondato il mondo”, e una penna: all’invio di una mail o di un sms, sostituire dunque quello di una lettera scritta a mano. Ma, in fondo, cosa cambia? Al di là del piacere tattile, visivo e olfattivo della lettera, c’è un aspetto più profondo e, per così dire, mistico: lo sforzo che si compie nel decifrare le parole scritte da altri. Già, perché la scrittura a mano non deve essere associata tout court alla bella calligrafia: la scrittura a mano è una creazione personale, è “una diretta estensione del proprio essere” (Hensher).

Di certo, quanto detto è condivisibile, e anche particolarmente suggestivo: è però destinato a rimanere soltanto aleatoria teoria? Ci siamo ormai lasciati alle spalle l’età dell’oro della scrittura a mano? In effetti, oggi sono decisamente troppe le tentazioni e, d’altra parte, le necessità che ci portano a preferire la “fast communication”. Ormai, pensare di scrivere una lettera ad un amico è un gesto che non ci appare più così spontaneo e naturale come lo era un tempo, che non ci appartiene più come generazione. Addirittura, un recente sondaggio ha stimato che possono trascorrere anche 41 giorni prima che, in media, un adulto italiano impugni carta e penna: di certo, tutto ciò non è incoraggiante.

Comunque sia, il rischio da evitare è quello di non dipendere completamente dalla tecnologia, e tentare di preservare la scrittura a mano in piccole attività di tutti i giorni, o in occasioni speciali come la lettera ad un amico. Perché in fondo, “scrivere ci fa bene, ci permette di aprire la nostra personalità al mondo, ci rilassa” (Hensher). Della serie: “qualche parola scritta al giorno toglie il medico di torno”.

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