le interviste Rivista — 07 febbraio 2013

Un libro, anche quando si tratta di fiction, porta con sé il riflesso della realtà, il sapore di un giorno vero; per questo l’emozione trafigge il lettore lasciando al suo corpo il gesto per dimostrarla.
Ha risposto alle domande di Scrivendo Volo Mario Grasso, autore di “Latte di cammella”, edito da Sensoinverso edizioni.
Il protagonista del romanzo è un giornalista in viaggio tra la Somalia e la Sierra Leone, che testimonierà i mali del nostro tempo. La vittoria di un ambito premio giornalistico, uno strano sogno e l’incarico di redigere un reportage trascinano il protagonista nell’orrore dell’Africa.
“Latte di cammella” è un romanzo che nella denuncia trova la via per la narrazione, nella verità un motivo per cui raccontare e nell’amore lo spazio per l’immaginazione.

Il titolo del romanzo è “latte di cammella”, ci spieghi il perché.

Inizialmente il titolo era un altro poi ho scelto questo perché la prima volta che il protagonista beve una scodella di latte di cammella dà alla propria vita una svolta non programmata. Il senso della scelta è che spesso anche i gesti apparentemente più insignificanti possono assumere una grande importanza.

La storia è ambientata in Africa e le fanno da sfondo i complicati meccanismi dell’affascinante paese. E’ una denuncia indiretta nei confronti delle problematiche del “continente nero”?

La denuncia c’è ed è diretta. Il protagonista – un giornalista investigativo – realizza in terra d’Africa, in Somalia prima e Sierra Leone dopo, un viaggio allucinante che anche la più sfrenata fantasia horror farebbe fatica a partorire. Si ritrova in luoghi martoriati dove prendono corpo i peggiori incubi. Lì, dove la guerra pare silenziosa perché in Occidente non ne giunge l’eco, forse perché le bombe sono sostituite dai machete, che amputano mani o piedi di piccoli e grandi. Dove si applica ancora la sharia e l’infibulazione, dove le droghe vegetali servono per calmare i morsi della fame, dove si muore di malattie perché non esiste assistenza sanitaria benché i mari siano diventati la discarica degli occidentali. Dove le donne muoiono ancora di parto e i bambini vengono vaccinati più volte per avere in cambio una zanzariera e la loro morte diventa solo un incidente di percorso dovuto alla disperazione. No, la denuncia è voluta e ho cercato di gridarla il più forte possibile.

Pagina dopo pagina si entra sempre di più nel paesaggio africano. Quanto è importante che il lettore percepisca i colori, i profumi, il clima dell’ambientazione?

È importante per far capire il paradosso africano: un paradiso terrestre dove si è installato l’inferno morale e materiale. Grazie alla “disattenzione” occidentale. Il titolo del romanzo era inizialmente proprio “L’inferno dentro il paradiso”, poi trasformato nell’attuale. Ho cercato di dimostrare che l’inferno esiste, ed è dietro l’angolo.

Il tratto spiritualistico della narrazione si alterna con la cruda realtà del reportage. Cosa l’ha spinta a contrapporre queste due visioni?

L’onestà intellettuale, che impone di raccontare la realtà senza infingimenti. L’Africa è il continente più ricco per miniere di diamanti e per l’oro nero, ma allo stesso tempo è anche il più povero. Ogni singolo diamante che orna il dito o il collo di una donna gronda sangue di bambini innocenti, impiegati per la loro esilità che consente di raggiungere i punti più inaccessibili delle miniere. E, dopo aver passato anni a contatto con la lucentezza dei diamanti, alla fine si ritrovano sprofondati nel buio della cecità. È la realtà che contrappone le due visioni, non solo la mia narrazione.

Il giornalista protagonista del romanzo riporta vicende vissute sulla propria pelle. Queste esperienze sono solo frutto dell’immaginazione o traggono spunto da vicende personali?

La storia raccontata è innanzitutto il risultato di un grande lavoro di documentazione effettuato perché la trama si sviluppa intorno a temi così delicati da rendere necessario avvicinare la trattazione più alla verità che alla verosimiglianza. Quanto c’è di me in questa storia? Non saprei dirlo, forse poco forse tanto, di certo c’è il mio sogno giovanile di fare l’inviato speciale, ma la vita mi ha fatto percorrere altri sentieri. C’è anche la gioia di scrivere. Per me è sempre stata una necessità, non solo passione ma consapevolezza. Mi aiuta a non rimanere ingabbiato in me stesso, nelle mie convinzioni, nelle mie certezze, nelle mie ipocondrie. È un’esigenza che a volte si fa persino urgenza. La soddisfazione più grande è sapere che le parole scritte hanno generato qualche emozione in chi le ha lette, il cruccio più grande è la difficoltà di far sapere che ho scritto delle parole.

Si muore come alberi tranciati non come candele consumate”. Perché ha deciso si parlare delle deturpazione delle vite innocenti in Africa?

Per un dovere morale, perché sono oggettivamente parte di un Sistema che fino ad oggi ha sfruttato oltre ogni limite il continente africano e la mia coscienza non si accontenta dell’adozione a distanza di Sadiya, che ho fatto tramite Save the children. Nel romanzo si parla di un continente in cui “si muore come alberi tranciati, non come candele consumate” perché in quei luoghi la vecchiaia è un’utopia, sono la fame e le malattie a ramazzare quotidianamente vite innocenti. Mentre io contribuisco, come tutti gli occidentali, ad un inaudito spreco di cibo e medicine E ciò mi fa sentire corresponsabile della deturpazione di vite innocenti.

Tanti orrori raccontati senza veli. Questo è anche un modo per avvicinare sempre più al vero una realtà che continuiamo a sentire lontana?

Continuiamo a sentire lontana la realtà africana perché è il modo più sbrigativo per non farci schiacciare dal peso degli orrori che si consumano in quelle terre dove i bambini-soldato sono una immorale e inumana realtà, dove si somministrano allucinogeni ai piccoli perché uccidano i loro stessi genitori, dove si praticano tagli sulla pelle in cui inserire direttamente la cocaina e aumentare l’aggressività. E tutto questo lo fa l’uomo, l’animale più letale del mondo al vertice della catena alimentare, che non esita a nutrirsi dei propri simili, siano essi bambini o donne. Sì, possiamo avvicinarci alla realtà africana, che non vediamo perché giriamo costantemente la testa dall’altra parte, anche attraverso questi orrori, sperando che il rigurgito della nostra coscienza ci spinga a dire basta!

Che reazione si aspetta dai lettori o quali sensazioni spera che questa storia doni loro?

Alcuni lettori mi hanno detto che la storia raccontata è stata per loro come un pugno nello stomaco, hanno pianto per alcuni passaggi mentre altri li hanno inorriditi. Spero che tutti i lettori provino le stesse sensazioni perché in esse leggo un segnale di speranza e la possibilità di sconfiggere l’indifferenza di un’opinione pubblica spinta a rivolgere le proprie attenzioni alle oscillazioni dello spread e alle disavventure giudiziarie di piccoli-grandi personaggi. Sì, la storia è cruda, ma se eliminassimo dal Vangelo le immagini forti che contiene – stupri, incesti, violenze, uccisioni…- rimarrebbe ben poca cosa. La coscienza del benpensante non deve lasciarsi offendere dal racconto di fatti crudi ma dal loro verificarsi. Se si ammazza il racconto ma si lascia vivere il fatto come può una coscienza essere tranquilla? Il romanzo affronta tematiche di una certa rilevanza, che aiutano a riflettere. È un libro formativo che sogno venga letto nelle scuole.

Perché ha deciso di inserire in uno scenario così crudo una storia d’amore?

Si parla anche di amore – non quello morboso che tenta di plasmare l’altro secondo i propri desideri, ma l’amore fatto di donazione – la più grande speranza che l’uomo ha a disposizione per dissolvere il grigio e le paure della sua esistenza. La speranza è il filo rosso che collega tutti i miei lavori di saggistica e narrativa perché serve a contrastare l’incertezza e la fragilità di ciò che ci circonda. Il messaggio è che l’ottimismo della volontà e della speranza può sempre prevalere sul pessimismo della ragione. In “Latte di cammella” messaggi di speranza arrivano dalle parole e dalle azioni di Vanni e Sonia ma anche del padre del pirata ucciso, del medico che cura più con i consigli che con le medicine (che non ha), dell’ex bambino-soldato che fa il volontario, del missionario che si innamora di una prostituta, della ragazzina amputata che impara a scrivere. Sì, la speranza deve guidare la nostra visione del mondo e la nostra vita.

Ha già in mente progetti letterari per il futuro?

È prossimo all’uscita “Spirito e carne”, un romanzo che passa attraverso alcuni mali della Chiesa di oggi e rivolge una cura particolare al personaggio principale, un sacerdote che rifugge gli stereotipi e i luoghi comuni. È un racconto meditativo che tratta temi delicati, ma non propone insegnamenti e non trancia alcun giudizio. Mi sono imposto un approccio equilibrato per evitare una doppia tentazione: il facile e impietoso scandalismo e, al contempo, l’abusata apologia del sacerdozio. È una storia di vita quotidiana che trasporta nell’atmosfera di una cittadina salentina scandita dalla semplicità e da abitudini tramandate nel tempo. Ma ho anche altri progetti nel cassetto, ambientati nella mia terra, la Puglia, che spero non siano orfani delle attenzioni della grande editoria, che mi pare interessata più alla notorietà del nome dell’autore, comunque conquistata, che alla qualità dell’opera proposta.

 Scheda del libro 

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