Approfondimenti Rivista — 10 novembre 2012

Se non leggerete, se non leggerete in modo profondo, e se non lo farete per l’intera vita, allora vi farete del male, insomma vi distruggerete”. Harold Bloom, considerato il più influente critico letterario statunitense, dissidente, sfrontato, famoso per le sue aspre critiche ad alcuni premi Nobel per la letteratura come Lessing, Le Clézio, Fo, Morrison, ci spiega come leggere significhi pensare, e il pensiero, a detta di Cartesio, è quell’attività inscindibile dall’uomo tanto da esserne l’elemento caratterizzante. L’esperienza della lettura coincide, quindi, con l’esperienza del pensare, e si viene a creare un legame indissolubile che rende la lettura necessaria e che vede come unica alternativa la morte. Ma non si parla di una lettura qualsiasi, bensì di una lettura forte in grado di decostruire il testo, di negare la tradizione.

Il critico scrive così come scrive il poeta; per cui la scrittura critica diventa scrittura letteraria, atto creativo, processo attivo. E la lettura forte sfocia in una mislettura nel momento in cui il critico, smontando il testo, provoca un’altra lettura, influenza i posteri. In poche parole il potere sul testo si ottiene attraverso l’interpretazione, attraverso una dislettura e riscrittura creativa dell’opera, sbagliata ma originale. Ogni scrittore si trova in uno stato d’animo d’inferiorità rispetto al suo predecessore, perché si sa, anche i più grandi, al momento iniziale della loro produzione, si rifanno ad un modello. È la cosiddetta “ansia dell’influenza” che il poeta vince solo quando uccide il “padre”, ovvero il modello a cui si rifà, diventando, così, creativo e liberandosi della tradizione con un richiamo psicologico al complesso freudiano di Edipo.

Ma cos’è che vale davvero la pena di leggere? Ciò che si impone su tutto il resto, che risulta originale e convincente, ciò che con tale forza diventa tradizione. Ciò che Bloom, delimitando una porzione letteraria all’interno dell’intero universo bibliografico, inserisce nel suo “Canone occidentale”: Shakespeare, Goethe, Tolstoj, Freud, Proust, Kafka, Pessoa; ma anche autori italiani come Dante, Pirandello, Sciascia, Pasolini, Pavese, Levi, Moravia, Zanzotto, Calvino e tanti altri. Esistono tante altre liste di libri che ogni addetto ai lavori dovrebbe aver fatto suoi: quelle redatte dalla BBC e dal New York Times, gli elenchi di letture obbligatorie preparati dalle varie università (Yale, Stanford, Princeton), collane come i “Grandi Libri del Mondo Occidentale”. Insomma, gli “ausili letterari” che indirizzano il lettore di certo non mancano. Ma spesso succede che grandi opere finiscono nel dimenticatoio. Perché rinunciare a testi che hanno segnato la storia della letteratura e costruito le basi della nostra cultura? Testi che per tal motivo possiamo definire classici, quindi indispensabili, per non dire obbligatori, nella propria biblioteca personale. I classici sono determinati dalla struttura, cioè dall’insieme di fattori materiali, in particolare tecnologici ed economici. Quindi come si spiega il loro successo intramontabile? Perché, ad esempio, l’Eneide continua a suscitare in noi, e quindi sulla società contemporanea, un godimento estetico costituendo un modello inarrivabile? A tale quesito risponde Marx paragonando, nell’introduzione a “Per la critica dell’economia politica”, l’età dei classici all’età dell’infanzia.

L’uomo, pur non essendo più un fanciullo, continua a compiacersi dell’ingenuità del fanciullo che è stato, a ricordare con nostalgia e piacere i momenti della sua puerizia. In sostanza, i classici sono segnati dall’eternità perché narrano la sostanza umana dell’uomo, immutabile e perenne nel tempo e nello spazio. Ragion per cui non dovrebbero cadere nell’oblio dando priorità alla letteratura di consumo (che di letterario ha ben poco), bensì essere spolverati, svecchiati e riscritti in chiave contemporanea, per renderli accessibili ad un pubblico che cambia con il passare dei secoli. 

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