le interviste Rivista — 30 gennaio 2014

In un mondo, quello editoriale e non solo, dove distinguersi è IL comandamento, c’è uno scrittore che ha il coraggio di affermare: “Leggere i libri che leggono tutti, ascoltare la musica che ascoltano tutti… fare un lavoro comune, non c’è niente di male. Non c’è da avere paura. Cercare un’identità a tutti i costi non è un comandamento.”

E con un romanzo che invece di comune non ha nulla, vince un premio. La motivazione recita così:

“Tra realtà e irrealtà in un continuo flusso narrativo che incessantemente conduce il lettore ad interrogarsi sul proprio presente, Il ricordo di Daniel di Marco Candida si offre come uno dei migliori libri del 2013.
L’autore con questo lavoro dimostra che si può raccontare senza vivere nei generi e costruire storie di grande carattere con uno stile unico e ben composto. Per questi motivi la giuria assegna il primo premio sezione narrativa del Nabokov 2013.”

candida

E pensare che lo hanno definito l’italiano ignoto, ma Marco Candida è nome di lungo corso nel panorama editoriale italiano.  Il romanzo premiato con il Nabokov, Il ricordo di Daniel (Edizioni Anordest), vive di un espediente narrativo intrigante: un ragazzo, dopo un grave incidente e un breve coma, si risveglia completamente dimentico di sé. La famiglia, gli amici, la fidanzata gli si stringono intorno per aiutarlo a ricordare. Ma il sospetto che, in realtà, gli stiano consegnando un passato che non è mai stato suo, accompagna pagina dopo pagina il lettore con un senso di profonda angoscia, di empatia nei confronti di Daniel.

Un romanzo difficile, non incasellabile, di cui chiediamo conto all’autore.

– Marco Candida, lei scrive. Come si giustifica?

Credo di non aver nulla da giustificare sul fatto che scrivo. Ciò che devo giustificare è piuttosto il perché una volta finito di scrivere un romanzo o una raccolta di racconti poi mi venga voglia di pubblicarli. Ma anche qui, per quanto mi riguarda, sento di avere una giustificazione da offrire. Quando finisco un libro, a me non viene voglia di vederlo pubblicato. Mi viene però voglia di inviarlo alle case editrici (e a qualche scrittore per il quale nutro dipendenza psicologica) e vedere che cosa ne pensano. La pubblicazione è la prova del fatto che quel che ho scritto è buono, non è stato tempo sprecato, non è stata pura vanità. Ecco perché invio alle case editrici, ed ecco perché qualche volta sono finito nelle librerie.

Quanto al desiderio di scrivere (pubblicazione a parte) è qualcosa che faccio da quando ho undici anni – e a undici anni, effettivamente, fantasticavo di diventare uno “scrittore”. Anche qui mi giustifico dicendo che quella era l’ambizione di una testa piccola. Di un ragazzino. Leggevo London, leggevo Hemingway, Steinbeck… Se leggi questi autori a undici-dodici, sedici anni è ovvio che puoi rimanere affascinato dalla figura dello “scrittore”. Lo scrittore va, fa, viaggia, si batte, si fa venire idee: questa è un po’ l’immagine che avevo dello scrittore, questa è l’immagine dello scrittore che conservo nel cuore, a questo immagine ispiro la mia condotta.

– È consapevole di vivere in un paese dove un autore si ritiene in diritto di affermare: “io non leggo, io scrivo”?

Per quanto fastidioso ammetterlo, ci sono autori che fanno questo genere di affermazioni e accidenti scrivono dannatamente bene oppure hanno pubblicato per casa editrici così importanti che è praticamente impossibile (fosse anche vero!) metterli in discussione come autori. Questo fa male, perché significa che non è leggendo che si ottengono certi risultati. Io ho letto molto nella mia vita, leggo sempre. Ultimamente sono stato alla presentazione di un libro ad Alessandria (in Piemonte; non d’Egitto) e un amico scrittore narrava di un’Alessandria di un tempo piena di sale cinematografiche e librerie. Ho pensato che anch’io ho la casa piena di libri e film… E mentre ascoltavo le parole dell’amico scrittore mi è presa un po’ di malinconia. E’ un sentimento che non ho mai provato prima. Di solito sono felice quando sento parlare di libri o di musica. Ma adesso… Vivo nell’alessandrino e l’alessandrino sorge nel mezzo di un zona paludosa e acquitrinosa soggetta ai nubifragi. E adesso penso che gioire per un libro o per l’apertura di una sala cinematografica, in fondo, significa aver accettato che non c’è null’altro da fare. Quando piove o c’è nebbia ti ritiri sotto i portici. Prendi una cioccolata calda. Ti leggi un libro per combattere la monotonia. Vai a vederti un film. Non c’è molto altro che puoi fare. In certe abitazioni ci sono monumenti eretti in nome del passatempo. Ma sono in realtà le Bandierine della Monotonia. “Sono passata di qua, e ho lasciato la mia Bandierina”. Televisioni enormi. Magari anche tre televisioni. Tutti segnali di noia, di non saper cosa fare…

– Stiamo sulla notizia: confessi, ha fatto il provino per “Masterpiece”?

Non so bene come rispondere a questa domanda. Ho digitato un “No” secco, ma poi ho cancellato perché se rispondessi con un “No” secco potrei essere preso per uno snob. Non ho opinioni, veramente, su Masterpiece. Non l’ho seguito. Baricco mi piace. Ho scritto un articolo sul Moby Dick tenendo conto anche delle sue spiegazioni e su Youtube mi sono studiato qualche suo video.

(nota di intervistatrice: questa risposta dimostra fino a che punto il nostro Candida non abbia seguito la vicenda. Baricco era un papabile giurato solo all’inizio del progetto di Rai Tre. Decidete voi se la cosa lo colloca tra gli snob o meno).

– Leggiamo: Daniel non è più lo stesso, fa cose che prima non faceva e non riesce a capire se la persona che era prima dell’incidente corrisponda davvero all’identità che sta cercando di recuperare o se sia tutto frutto di una mistificazione collettiva…

Suggestioni mille, compresa una strizzata d’occhio al giallo psicologico. Ma se le chiedessimo di circoscrivere un genere, per il suo romanzo, come se la caverebbe?

Ma questo è chiaramente un romanzo fuori dai generi! Lo dice anche la motivazione del premio: “L’autore con questo lavoro dimostra che si può raccontare senza vivere nei generi e costruire storie di grande carattere con uno stile unico e ben composto.”

– Il risvolto di copertina ci avvisa che lei è un raro fenomeno letterario, più famoso all’estero che in patria. Eppure ha esordito, nel 2007, con un buon editore (Sironi) e un ottimo pigmalione (Giulio Mozzi). Che è successo poi?

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Lì, la colpa di essere considerato più famoso all’estero che in patria è stata mia. Nel 2010 sono stato inserito in un’antologia molto prestigiosa il Best European Fiction 2011, e qualche giorno prima dell’uscita ufficiale del libro sono stato contattato da Emanuele Buzzi, un giovane giornalista del Corriere della Sera. Mi ha fatto un’intervista per telefono e io mentre parlavo con Buzzi dicevo di essere riuscito ad arrivare a questa pubblicazione grazie a Internet e dicevo anche di non essere poi così conosciuto. Cioè, l’ho detto io, di non essere conosciuto. Ho dato io questa immagine di me stesso. Ho dichiarato anche di sentirmi, ovviamente, inadeguato a rappresentare l’Italia in un’antologia con nomi così importanti. Dovevo dirlo. Cos’altro avrei potuto dire? Ma, in effetti, ripensandoci col senno di poi, avrei potuto dire altro. Avrei ad esempio potuto dire che tra il 2003 e il 2006, negli anni d’oro del bloggismo, io mi sono fatto conoscere parecchio. Avrei potuto dire di aver ricevuto elogi da ottimi scrittori. Insomma forse avrei potuto dare un’altra immagine di me, un po’ meno da scrittore ignoto. Successivamente Francesco Borgonovo di Libero (un amico, peraltro; ma anche uno a cui piace far satira) ci è andato giù secco con un titolone del tipo “Italiano Ignoto”. Be’, proprio ignoto, no, dico, così tanto ignoto, non lo sono…. E non ero. Ma io non so che farci. Nella società delle immagini bisogna creare il personaggio e questo è quello che si è pensato per me, sempre, però, sulla base delle mie dichiarazioni.

– La sua è una scrittura che sa catturare l’attenzione senza scadere nel banale e nel già visto/sentito/letto. Si è dato dei modelli?

No. Parto da un’idea e la associo a una tematica di cui voglio parlare. Le idee sullo sviluppo della storia mi vengono mentre scrivo. La trama degli eventi si costituisce da sé.

– Ci consenta di essere (ancor più) antipatici: ce l’ha messa lei la sua biografia su Wikipedia alla voce scrittore italiano?

No. Me la sono ritrovata lì. Forse si potrebbe chiedere all’Aise di fare una ricerca per vedere se sto dicendo il vero. Però, è così, se vi fidate.

– Leggiamo, ancora: Una storia costruita con meccanismi narrativi che parlano il linguaggio della Rete, e che rappresenta simbolicamente la crisi di identità delle nuove generazioni, cercando di rispondere a un interrogativo fondamentale: è meglio avere una precisa identità nel mondo, sapere chi si è e da dove si proviene, oppure scegliere di avere un futuro davanti a sé? Si è dato, marzullianamente, una risposta?

Mi cattura il marzullianamente della domanda. In effetti già solo la domanda: “Lei chi è?” è una domanda marzulliana. Marzullo fa sempre domande (è famoso per questo) che presuppongono risposte contorte, intricate, persino enigmatiche. Cioè marzullianamente potrebbe essere sostituito con romanzescamente. Qualsiasi domanda sull’identità è una domanda fortemente romanzesca, che presuppone risposte che sono tutte un programma. Questo perché l’identità è un artificio ed è una costruzione. Se chiedo “Che cosa c’è sul Pianeta X” essendo il Pianeta X un’invenzione tutto ciò che verrà detto sul Pianeta X servirà a nutrire questa invenzione e sarà, in pratica, un’invenzione. Allo stesso modo se chiedo “Chi sei?” qualsiasi risposta, per quanto realistica o razionale o fondata su documentazioni, servirà a nutrire l’invenzione di un’identità.

– Lei tratteggia un personaggio, Daniel, che sembra una rappresentazione efficacissima del bamboccione. E’ disposto a prenderne le difese?

Ogni tanto mi chiedo: “Ma io mi ricordo chi sono?”. Adesso che ho trentacinque anni ho i capelli lunghi e l’altro giorno mi sono comprato una catenina da nove euro a un mercatino cinese. A venti indossavo giacca e cravatta e mi ero iscritto al Leo Club. Vado al cinema e vedo film con Ambra o questi attori nuovi e mi viene in mente Sofia Loren o Marcello Mastroianni o Sordi. Ma ci ricordiamo chi siamo? O lo abbiamo dimenticato? E va bene, d’accordo, anche se non siamo disposti a difendere la nostra identità, anche se non ce ne importa, questo ci garantisce un futuro? A Daniel viene detto: “Scegli. Se vuoi sapere chi sei, sei vuoi ritornare a essere quello che sei, sarai un bamboccio. Altrimenti ti viene data la possibilità di dimenticare chi eri ma di avere un futuro davanti a te”. Insomma, per converso, l’Italia, noi, siamo difronte a un bivio Ambra-Sofia-Loren: se scegliamo di dimenticarci di Sofia Loren e seguiamo Ambra avremo un futuro? Se scegliamo di ricordare Sofia Loren e di proseguire su quel cammino di grandezza avremo un futuro? E comunque “T’appartengo” di Ambra è proprio un pezzo che mi piace – e “2020” dei Timoria pure.

– Senza svelare troppo del romanzo, possiamo dire che lascia un bel po’ di amaro in bocca. Qual è il messaggio che dobbiamo trarne?

Il messaggio che volevo dare è di non avere paura di essere normali. Leggere i libri che leggono tutti, ascoltare la musica che ascoltano tutti… fare un lavoro comune, non c’è niente di male. Non c’è da avere paura. Cercare un’identità a tutti i costi non è un comandamento. Siamo già così diversi l’uno dall’altro… anche se indossiamo tutti quanti la maglietta con su scritto ORIGINAL.

– Che libro sta leggendo ora?

Sto leggendo Zolfo di Lorenza Ronzano.

– Autore italiano vivente preferito.

Il mio autore italiano vivente preferito, non lo dico per piaggeria, è Giulio Mozzi. (Anche se, come lettore, mi fa disperare… Per fortuna il mio autore vivente preferito in assoluto è Stephen King, al quale non riesco a star dietro!). Mi piace anche Umberto Eco. E poi spero di leggere altro di Lorenza Ronzano, mi piace un sacco quello che scrive e come lo scrive.

– Autore italiano vivente detestato.

Se scrivo, è perché più o meno li detesto tutti… Sennò lascerei fare a loro. Mi ricordo che a diciassette anni odiavo un libro che mi destabilizzava profondamente. Superwoobinda di Aldo Nove. Ma a vent’anni anche Il male naturale di Giulio Mozzi lo avevo detestato. Di solito detesto gli scrittori più bravi di me – almeno inzialmente.

– Lei pensava di evitarsela, ma… in che misura Daniel le somiglia?

Ah no, questa volta Daniel non mi somiglia. Forse poteva somigliarmi il protagonista del primo romanzo che ho pubblicato (quello per Sironi) e forse anche un po’ il secondo… Ma ho scritto sette romanzi e sarebbe ridicolo sostenere che ogni volta m’invento personaggi per parlare di me stesso. Daniel mi somiglia nella misura in cui somiglia a tutti gli altri lettori. Daniel come personaggio letterario è fatto apposta per assomigliare ad altri…

– Se Daniel si trova Anordest (come da casa editrice) della sua produzione, che dobbiamo aspettarci a sud ovest?

Ho pronti tre romanzi e un raccolta di racconti (lunghi)… Cerco editori…

– Ci convinca in cinque righe cinque che non possiamo non leggere “Il ricordo di Daniel” (Edizioni Anordest).

Il ricordo di Daniel parla di schizofrenia paranoide. Parla di amnesia. Ci sono dentro allucinazioni. Ci sono pedinamenti e inseguimenti. C’è una storiella d’amore. Si parla anche di emissioni in atmosfera, inquinamento. C’è il mondo degli uffici raccontato in modo un po’ spiazzante.

Ecco qua.

– Pensa di esserci riuscito?

Con “Ecco qua” penso di essermi giocato tutto.

 

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