Approfondimenti Rivista — 03 agosto 2013

Voglio parlarvi di quattro libri e di quattro scritture che trovano un punto di contatto solo per mio tramite, perché li ho letti uno di seguito all’altro, abbeverandomi a emozioni, stili, trame e personaggi i più diversi. 
Comincerò da “Io vi vedo” di Simonetta Santamaria (Tre60). L’autrice, di cui avevo già letto altro, è cresciuta e ci regala un personaggio che è destinato a rimanere nella memoria di chi abbia avuto l’ardire di iniziare a leggere questo romanzo che va oltre il thriller e l’horror. Poche righe e si è catturati. Impossibile sottrarsi allo scontro con la sofferenza atroce, prima fisica e poi dell’anima cui è sottoposto Maurizio Campobasso. C’è chi afferma che non se ne possa più di investigatori tormentati, di poliziotti con un oscuro passato, di vite travolte dalla violenza. Viene da obiettare: dipende. Dipende da chi scrive, dipende da cosa e come lo scrive. Qui siamo di fronte a una discesa nell’abisso. A una presa di coscienza del lato oscuro che ognuno di noi si porta dentro. C’è tutto il tema del doppio, del bene e del male, di dottor Jekill e mister Hide. C’è la banalità del male, la cecità assoluta del caos. C’è la consapevolezza che in ognuno di noi ringhia una belva. Certo, non basta poco per scatenarla. Ma quando il torto è grave e assoluto e quando la fiducia in una giustizia esterna viene a cadere, allora la furia si scatena. E Campobasso lotta, lotta per tutto il romanzo, nel tentativo di non consegnarsi mani e piedi all’abisso che lo guarda da un barattolo di formalina. Ma noi sappiamo, perché l’autrice è lì che ci guida con la sua prosa diretta, sfaccettata ma mai involuta, che alle volte si può. Alle volte si deve aprire gli occhi sul buio e lasciarsene permeare. Perché non c’è un bianco e un nero. Ci sono infinite, drammatiche, laceranti, ma anche giuste sfumature di luce e di ombra.
Ho poi affrontato “Esercizi sulla madre” di Luigi Romolo Carrino (Perdisapop) e comincerò dicendo che si tratta di un libro difficile, non per tutti. Di uno di quei libri, e l’autore ne è perfettamente consapevole, che fanno sudare sette camicie al lettore. Esiste una scuola di pensiero per cui le cose che valgono devono necessariamente essere di non immediata fruizione. Come un tesoro scintillante che intravedi, ma comunque devi scavartelo sudando lacrime e sangue per portarlo alla luce. La scrittura di Carrino è così. Intendiamoci, è bella, è struggente, è musicale come certe partiture jazz che hanno bisogno di essere riascoltate e metabolizzate. Carrino fa, con cognizione di causa, quello che molti sedicenti scrittori fanno senza averne alcuna capacità. Carrino manipola le parole, manipola la sintassi della frase. La sua scrittura è cubista e se lo può permettere perché, esattamente come i grandi astrattisti, è evidente che alla scomposizione è arrivato attraverso la composizione, all’astratto della parola scritta è arrivato attraverso la conoscenza vera delle regole della nostra lingua. Leggere i suoi esercizi, calarsi nell’abisso di quelle dieci ore di inutile attesa di una madre in fuga, scoprire a poco a poco fino a che punto quella ferita abbia suppurato e decomposto l’anima del protagonista è un piacere faticoso. Spesso si torna indietro, spesso di cerca di riassumere qualche punto fermo che l’autore nega costringendo il lettore in un guado vischioso e infido, esattamente come sanno essere le profondità dell’animo umano. Nessun riscatto. Nessun lieto fine. Nessuna rivelazione ché, in fondo, il lettore accorto aveva già previsto, capito, compreso e perdonato. Un libro duro. Durissimo. Che mette a nudo alcuni aspetti della psiche femminile e materna che non ci piace affrontare e ammettere. Un libro che non riesco a riporre in libreria, perché ci sono virtuosismi di parole ed emozioni che voglio tenere a mente, rivedere, rileggere. Elaborare.
Appena finito con Carrino, ho intrapreso la lettura di un suo e mio caro amico: Maurizio De Giovanni con “I bastardi di Pizzofalcone” (Einaudi Stile Libero). Un romanzo di genere, se mai ne esiste uno. Un romanzo corale. Una squadra di poliziotti sfigati. Un assassino da trovare. Pretesti narrativi, validissimi ed efficaci, ma ciò che ne emerge è la scrittura di Maurizio. Una scrittura pastosa, densa di luci accecanti e ombre insondabili. E se vogliamo continuare con le metafore pittoriche, un tratteggio caravaggesco con improvvisi coni di luce che svelano, delineano, lasciano intuire pur nel gioco d’ombre. La forza di De Giovanni sono i personaggi. Vivi. Veri. Originali nelle loro virtù così come nei loro immancabili difetti. E con questo romanzo di esordio di una nuova, fortunatissima, serie l’autore si regala un’intera galleria di uomini e di donne che già in queste pagine abbiamo visto delinearsi e spingere per crescere, mostrarsi, cercare l’attenzione e la comprensione del lettore. Nessun giudizio. Mai. E nessun buono a tutto tondo. Vivi. Strappati dallo sguardo penetrante dell’autore alla vita sulfurea e mai ferma di Napoli. Un grande libro di apertura. Una promessa per quelli che verranno. Emozioni grandi.
Per riprendere fiato, alla fine, sono pervenuta a “Doppia indagine” di Marzia Musneci (Mondadori). E sono stati fuochi d’artificio. Musneci non dipinge, Musneci fotografa. Ma lo fa con la sagacia dei grandi della fotografia, inventando inquadrature e punti di vista originali, divertenti, mai superficiali. Un romanzo giallo, nel vero senso del termine, un ottovolante di emozioni, una voce narrante che riusciamo a sentire: roca al punto giusto, intrigante, tagliente a volte, sempre disincantata. È Matteo Montesi, l’investigatore privato che potrebbe essere un gran fico ma è il primo a non crederci. Uno che si butta in tutte le situazioni a rischio, uno che prende cantonate e interi carrelli di mattoni in faccia, ma non si ferma. Uno che lo segui senza chiedere, che gli corri dietro col fiatone perché vuoi, perché devi, perché non puoi fare a meno di condividere la sua assoluta ricerca della verità. E torniamo al discorso d’inizio: davvero non se ne può più di investigatori, poliziotti, commissari e via inquirendo? Ma allora perché non di amori sfortunati, di donne violate, di adolescenti problematici, di trentenni in crisi, di quarantenni infedeli? E di precari, di manager in crisi di identità, di omosessuali trendy? Nulla più, dai tempi eroici della Bibbia e dell’Odissea, può aspirare all’originalità. Tutto è stato detto. Ma se le sette note sono solo sette, infinite sono le possibilità di combinarle. E le emozioni umane, buone o cattive, son molte di più. C’è tanto da raccontare e tanto di buono da leggere. In tutti gli scaffali, basta averne voglia e capacità. Quella di uscire dal pregiudizio, intendo.

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