Approfondimenti Rivista — 23 settembre 2013

Lo studente universitario medio italiano non ha mai approcciato il mondo del lavoro, non hai avuto alcuna esperienza formativa nel suo ambito di studi e non intende farlo fino al conseguimento della laurea.

Il profilo-tutt’altro che rassicurante- ha scosso i vertici del potere e ha provocato reazioni contrastanti tra gli addetti ai lavori. “L’Italia non dovrà mai più sfornare un laureato che a 25 anni non ha mai fatto un lavoro, neppure il cameriere” ha affermato il Ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza.

D’altronde, l’università -almeno nelle sue intenzioni- dovrebbe adempiere al compito di introdurre i giovani studenti nel mondo del lavoro e assolvere alla funzione cardine di anello di congiunzione tra istruzione e professione.

Eppure, nell’identikit del laureando nostrano, ci sono aspetti ancora più destabilizzanti, connotazioni che preoccupano anche maggiormente -per quanto possibile- della mancanza di propensione alla pratica o di possibilità di esperire. Le lacune in discipline elementari e in competenze considerate basilari per l’accesso in un qualsiasi ente per l’istruzione e la ricerca lasciano perplessi su quale sia la reale causa del gap cognitivo e fanno dubitare sull’adeguatezza del sistema educativo italiano.

Le apprensioni delle future matricole lo confermano: le domande più temute dei test d’ingresso alle varie facoltà sono quelle di cultura generale. Storia, geografia ed educazione civica sono le discipline-cruccio degli studenti. Per non parlare dei quesiti di grammatica italiana e sulla conoscenza della lingua inglese – nozioni, che dovrebbero essere acquisite nella scuola primaria e consolidate nella prosecuzione del percorso scolastico. Difficoltà di diversa natura, invece, emergono dopo l’iscrizione presso l’Ateneo, in fase di preparazione degli esami e nel colloquio con il docente. La precarietà dei metodi di studio utilizzati, l’incapacità di elaborare sintesi e discorsi, la fatica nell’articolare in modo conseguente un ragionamento sono chiari segnali del fatto che il problema è nella fondamenta.

In un recente articolo pubblicato su Il Messaggero, la giornalista e professoressa universitaria Lucetta Scaraffia scrive: “Allora, data questa allarmante situazione, prima di mandarli a fare un’esperienza lavorativa, ideologicamente molto apprezzata ma poco utile ai fini della loro preparazione, non sarebbe meglio proporre misure per innalzare il loro livello di cultura generale e, più ancora, di alfabetizzazione? In fondo, la scuola dovrebbe servire proprio a questo, non a fare interessanti esperienze nel mondo. Quelle potrebbero farle anche da soli, e forse le fanno ”.

Prendere atto di un disagio incalzante è, indubbiamente, necessario e coscienzioso. Proporre delle misure per risolverlo è meritevole. Tuttavia, decentrare il problema non può essere la soluzione. In Italia, il deficit è duplice e duplice deve essere il compromesso. Pensare di potersi svincolare dalla questione relativa alla mancanza di esperienze lavorative nei giovani laureati, focalizzando l’attenzione sul bisogno di programmi di intensificazione della cultura generale, equivale ad aggirare due nodi alla radice: l’uno non è in grado di sciogliere l’altro. Bisognerebbe, piuttosto, far leva su quelle abilità che i giovani sviluppano precocemente, sin dall’età infantile, e prestare maggiore cura alla loro formazione durante l’educazione primaria e superiore, in modo tale da avere matricole competenti e universitari fiduciosi. La scuola è lo strumento per imparare a riconoscere le proprie attitudini; l’università il mezzo per sviluppare i propri talenti. Se si considera questa differenza, sottile ma non trascurabile, si comprende come le preparazioni che le due istituzioni devono offrire siano diametralmente opposte. É nella formazione elementare e in quella superiore primaria che ogni alunno deve ricevere un’istruzione a 360 gradi e riuscire a discernere tra ciò che legge per inerzia da ciò che ricerca con bramosia. Giunti all’università, gli studenti che hanno già intrapreso un processo di affinamento nella scuola superiore secondaria, devono disporre di tutto ciò che occorre loro per coltivare le proprie passioni e fare di esse delle professioni. Ciò non può avvenire senza che la pratica accompagni la teoria. Accanto a pile di voluminosi libri e dispense fitte di parole di eccelsi pensatori, si fornisca allo studente la possibilità di mettere a frutto il proprio sapere, integrando le conoscenze didattiche con competenze che solo l’esercizio può assicurare. Per essere creativi bisogna essere ispirati; e cosa può stimolare di più uno studente se non credere che gli sia stata data una chance?

Muovendo da questo presupposto, gli Atenei dovrebbero incrementare le convenzioni stipulate con enti pubblici e privati e mettere i propri iscritti al corrente della possibilità di fare stage e tirocini, perché spesso alla base di un gap cognitivo vi è un gap informativo

Tuttavia, nelle parole della Scaraffia c’è una verità tangibile: ogni studente realmente interessato a formarsi un futuro nell’ambito degli studi che ha intrapreso può e deve crearsi delle possibilità autonomamente, laddove l’università non sia in grado di rispondere alla richiesta. D’altronde, la frequentazione di stage e tirocini non assicura l’assunzione e -come insegna la teoria sull’evoluzione della specie di Darwin- nella spietata lotta alla sopravvivenza, solo chi mostra di possedere gli artigli più affilati può sperare di raggiungere un posto abbastanza visibile nelle file dei vincitori. Tradotto: riuscire a entrare nel precario mondo del lavoro richiede impegno e sacrificio; chi non mostra capacità di adattamento, spirito di iniziativa e intraprendenza non ci speri neppure.

Alessandra Flamini

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