Approfondimenti Rivista — 22 novembre 2012

Per quanto un uomo possa fare da solo arriva sempre un tempo in cui la creazione solitaria ha bisogno di considerazione per iniziare davvero ad esistere.

Il libro nasce quando un lettore sceglie di marcare con gli occhi le parole scritte, di ricordarle e divenire testimone e portavoce di quanto conosciuto.

Purché se ne parli”. E’ questo il detto che spesso ripetiamo.

Anche se alcune volte preferiremmo starcene tranquillamente da parte contemplando la considerazione che gli altri hanno di noi, c’è bisogno comunque di sporcarsi le mani e non risparmiare la nostra persona per un tempo migliore.

Questo discorso forse è chiaro a chi decide di auto pubblicarsi. Il self-publishing è una scelta coraggiosa, o almeno, azzeccata?

Sul web ci sono diverse interviste agli autori indie di questa pratica, come il caso di John Locke apparso sul blog, di Giuseppe Granieri, Terza pagina. Più o meno la motivazione principale è sempre la solita: “Mi hanno rifiutato decine di case editrici”; anche l’esito delle vicende non dissimile (tra gli autori intervistati): “Ora guadagno il doppio, ed ho un rapporto assiduo con i lettori. Ho iniziato a vendere moltissime copie e ricevuto proposte di pubblicazione da importanti case editrici”.

Bene. Da queste brevi testimonianze qualsiasi aspirante scrittore smetterebbe ora di leggere e si collegherebbe su ilmiolibro.it pronto per auto pubblicarsi.

L’entusiasmo provocato dalla libertà del digitale ha solo spostato di qualche metro l’ostacolo. Le barriere rimangono, ma il nostro sguardo è talmente voltato oltre che rischiamo di continuare a sbattere i piedi contro un muro che nemmeno vediamo.

La filiera editoriale si compone di passaggi che richiedono figure professionali specifiche. Eppure ora l’ambizione, che assume il profilo contorto della presunzione, vuole divenire l’equivalente delle “riunioni del mercoledì” della casa editrice Einaudi oppure sostituire i criteri di selezione di Editions Gallimard. Probabilmente chi crede nell’auto pubblicazione si scrollerebbe di dosso queste accuse sostenendo che poi l’intento non è questo.

Allora cosa significa oggi scrivere un libro?

Un libro nel suo valore economico e soprattutto culturale non è il dattiloscritto che ognuno di noi tiene nel cassetto protetto e considerato come il Vangelo. Il libro assume un’esistenza indipendente dal suo autore, diviene portatore di idee. Pensateci un attimo: queste idee saranno sicuramente eterne, o almeno molto più longeve di chi le ha create. Loro non mutano e come una condanna senza revoca rimangono impresse e libere di diffondersi endemicamente o positivamente, secondo la mano e l’intento di chi ha deciso di dotarle della memoria.

L’autore, nell’auto pubblicazione, assume un significato diverso rispetto a quello che di consueto attribuiamo a un uomo di lettere. In questo caso diviene molto più accessibile, reale, umano. Deve inoltre essere un abile comunicatore, deve saper ornare la sua immagine con quei valori che solitamente si attribuiscono al marchio della casa editrice. Assistiamo ad una sorta di personal brandification. L’autore diviene il simbolo di un progetto solitario e fascinosamente fuori dalle righe. Promuove la sua persona e mostra il prodotto grezzo.

Essere parte di un sistema, seppur lungo e macchinoso, permette di confrontare il frutto di un’attività discreta con il pragmatismo del reale. Le figure professionali coinvolte nella filiera aggiungono valore ed armonizzano le parole pubblicate con la linea editoriale. Questa spiega l’esistenza di un’impresa che non è la figlia prematura della voglia di considerazione e dell’ambizione presuntuosa, ma il sentimento culturale dal cui ventre nasce una prole giusta e positiva. Per quanto il mercato sia spesso indecifrabile credo che i libri debbano essere pubblicati con l’avallo di un editore e con le cure di una filiera orientata verso l’obiettivo economico e culturale. 

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