Approfondimenti Rivista — 15 maggio 2013

In Italia, il giornalismo culturale si festeggia ma non si pratica. Nella prima edizione del Festival di Urbino- conclusosi lo scorso 4 maggio- è stato impossibile negarlo: paradossalmente, la rassegna marchigiana sul giornalismo culturale viene inaugurata nel suo momento peggiore. Pur resistendo sui giornali nazionali, le pagine culturali in tv, radio e sulle testate locali sono ormai in rapido declino e la responsabilità non è, di certo, da attribuire all’esiguità e improduttività artistica. Il Belpaese è patria di geniali menti e detiene il 60% del patrimonio mondiale in termini di beni culturali. Piuttosto, gli indisciplinati sono proprio i giornalisti che festeggiano ma non scrivono e, se lo fanno, non come dovrebbe. “Molti giornalisti -ha affermato Piero Dorfles- si occupano di cultura privilegiando innanzitutto i rapporti di amicizia, le case editrici e i giri di potere legati a gruppi di pressione. Credo che il mondo del giornalismo culturale sia profondamente viziato. Il giornalista non dovrebbe utilizzare il ruolo che ha all’interno delle redazioni per ottenere e distribuire favori”. E, accanto ai redattori, chi sembra non accorgersi della crescita del turismo culturale è il governo, che ha declassato le biblioteche pubbliche, riducendo la spesa di 13 milioni di euro, da 40 a 27.

Se, come sta accadendo -affermava, nel giugno 2012, Giorgio Zanchini- i sussidi pubblici si restringono, c’è il rischio che diminuiscano i giornali e si impoveriscano le pagine culturali”. Le parole del giornalista e studioso di giornalismo, a meno di un anno di distanza, suonano come profezia: il lento e progressivo decadimento è sotto gli occhi di tutti e rischia di trascinare con sé anche gli inserti culturali dei grandi giornali. La perdita è inestimabile. “Le pagine culturali – continua Zanchini- non sono soltanto un settore generico del giornalismo che deve sopravvivere sul mercato, ma veicolo di passaggio, trasformazione e pedagogia di valori considerati centrali nel dibattito pubblico del nostro paese. Sulle pagine culturali italiane non si trovano solo recensioni, ma l’osservazione puntuale delle realtà. Per scongiurare la crisi, dobbiamo conservare questi spazi, fare attenzione a non chiudere in nicchie gli specialisti, gli appassionati e il mondo di coloro che leggono e si abbeverano dalle fonti della cultura. Conserviamo la tradizione italiana di pagine ben fatte e lette”.

Cultura” non è sinonimo di “élite”, “casta”, “mondanità”. Non è una terra inaccessibile o un porto inesplorato. La cultura sono i nostri occhi e le nostre orecchie. Ciò che vediamo e ciò che sentiamo. Un libro, un film, della buona musica. La nostra storia. Ciò che siamo e che possiamo essere. “Tuttavia- scrive Paolo Tessadri in riferimento al Festival di Urbino- non si è chiesto il vero motivo della crisi della cultura in Italia. Basterebbe, forse, raccontare la bellezza nel nostro Paese, senza tante masturbazioni mentali: non per pochi eletti ma per tutti. Dire semplicemente quello che si vede, si legge, si ascolta”.

 

Share

About Author

scrivendovolo

(0) Readers Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.