Concorso Buk — 22 gennaio 2014

Le mie scarpe giocavano con la pioggia e gli schizzi di fango della strada. Osservavo divertito le acrobazie dell’acqua e i disegni che tracciavano nell’aria prima di ricadere a terra. Ero così concentrato in questo mio gioco appassionante che non vidi neanche la persona che urtai. Me ne accorsi solo dopo che una nuvola di fogli si sparse attorno a me, prima di ricadere tra la terra l’acqua e il fango.

“Mi scusi”, farfugliai cercando di raccoglierli.

“Accidenti alla fretta!” Protestò lei.

Lei, una ragazza sulla ventina, nascosta dentro un cappottone a mantella verde e un cappello a baschetto dello stesso colore. Immaginai che la cartellina nera, dalla quale erano volati via i fogli, contenesse segreti preziosi, tanto si prodigò a raccoglierli tutti da terra e a ripulirli in fretta.

“Lascia fare a me, in fondo la colpa è mia che ti ho urtata. Scusami, ma non ti ho proprio vista”, tentai di fermarla con la mano, mentre mi chinavo ad aiutarla.

“Non importa, non importa!” Ripeté lei, con tono di chi non ha il tempo di replicare e, arraffando velocemente i fogli dalle mie mani, fuggì via con la rapidità di chi è solo di passaggio; come se non volesse far parte della mia vita neanche per un istante.

 

E invece quel breve incontro mi rimase nella mente per molto tempo. Per tante altre volte ero passato da quelle parti  senza mai più incontrarla. Peccato!

Ricordavo con un filo di malinconia il suo volto minuto, quegli occhi scuri, neri come la notte. Neri esattamente come l’alone di mistero che la avvolgeva, per me che ero rimasto ancorato al ricordo di quella sera, lì sul marciapiede fuori alla metropolitana, in una piovosa serata di febbraio.

Nei miei ricordi lei era una creatura venuta dal nulla, assieme alla pioggia, ad accompagnare la mia tristezza stagionale.

Ma ormai l’inverno era passato e con esso la mia malinconia. E io che sono un uomo quattro stagioni, come la natura iniziavo a disgelare. Giunta finalmente la primavera il mio animo si risvegliava dal letargo e con il sole e il ritorno dei colori trovavo assolutamente naturale sentirmi in pace con la vita. Ero decisamente felice e godevo delle cose che la vita disponeva per me. Anche all’epoca non riuscivo a capire perché dovessi vivere così a stagioni. Mi rendevo conto che avrei preferito per me un carattere più equilibrato, eppure nonostante i miei sforzi non riuscivo a scacciare la profonda tristezza che sentivo scivolar giù nell’anima, come le gocce pesanti e cariche di pioggia dei giorni d’inverno. Come era altrettanto vero che non riuscivo a contenere l’entusiasmo che esplodeva in me all’arrivo della bella stagione, come un’esclamazione di sole sui fiori che, inaspettata e improvvisa, mi illuminava da dentro.

Ero ancora un bambino, questa era la verità. E come i bambini, forse, credevo ancora alle favole. Una in particolare raccontava che volere intensamente qualcosa aiutava a realizzarla davvero.

E il mio sogno più grande, da grande bambino che ero, era quello di rivedere lei. Ancora lei? Ma come poteva una ragazza entrata improvvisamente nella mia vita, svanita altrettanto improvvisamente e che non avevo più rivisto da mesi, occuparmi per così tanto la mente?

 

Una sera fui invitato ad una festa, di quelle con tanta musica anche dal vivo, Martini bianco e frizzanti conversazioni sulla terrazza di un loft con vista panoramica: insomma, il classico party che il mio capo d’agenzia pubblicitaria ogni tanto organizzava per allargare il giro d’affari. Io, come direttore creativo non potevo non esserci.

La serata non prometteva bene nonostante le premesse ed io ero già al terzo Martini quando la vidi: LEI, la ragazza della pioggia. Sembrava che il tempo non fosse passato perché sentivo distintamente il freddo di quel giorno e la pioggia scrosciante rigarmi il viso, il tempo non l’aveva scalfita dai miei ricordi.

“Ciao”, la salutai avvicinandomi, “posso aiutarti?” E, prendendo gli spartiti posti sul leggio, ne gettai qualcuno a terra.

Lei sollevò lo sguardo socchiudendo gli occhi, come se quel gesto l’aiutasse a ricordare, poi guardò i fogli sparsi in terra e sorridendo timidamente rispose: “Accidenti, la fretta!”. Si ricordava di me.

Questo bastò per farci trascorrere una bellissima serata: io non bevvi più Martini e lei smise di suonare il violoncello. Parlammo di tutto, di noi, di quello che eravamo, di ciò che facevamo, di ciò che volevamo. In quella sera la vita mi fece il dono di far avverare il mio sogno. Ero felice. Scattò immediata una magica elettricità. Lo capimmo entrambi in modo talmente chiaro che decidemmo di stare insieme.

Ogni minuto trascorso assieme, da quel giorno in poi, mi legava indissolubilmente a lei, ormai ne ero innamorato. Non potevo fare più a meno delle sue parole, dei suoi timidi sorrisi, di poterla ascoltar parlare, dei suoi occhi profondi. L’estate arrivò luminosa e benedisse al sole il nostro amore. Stavamo bene insieme e il tempo sembrava non bastarci mai, ogni momento era magico.

L’autunno ci accompagnò con passo lieve, quasi dolcemente, verso la stagione più fredda, ma le foglie che turbinavano nell’aria non ci inquietavano, anzi, riuscivamo a trovarne affascinanti i colori dalle mille sfumature del gialloverdeoro. Poi però tornò l’inverno, con la sua pioggia, la nebbia avvilente e la mia malinconia. L’estate era passata con la sua raggiante gioia ed ora rientravo nella mediocrità dei miei sentimenti. Ma c’era lei al mio fianco e dava senso ad ogni cosa, come se illuminasse il grigiore che mi avvolgeva, così mi sforzavo di non sprofondare nel mio solito letargo umorale, a diventare migliore per lei. Eppure quest’intesa perfetta a volte sembrava offuscarsi, ogni tanto una leggera incrinatura traspariva nei nostri occhi. Da quando avevo iniziato a sentirla distante? Prima la sua timida reticenza stimolava la mia fantasia e la circondava di mistero; tutto questo però ora generava in me insicurezza e frustrazione: io le davo tutto me stesso, lei invece era sempre così lontana, come se non riuscissi mai a raggiungerla davvero.

 

Nonostante gli undici mesi che avevamo condiviso leggevo nei suoi occhi tante cose che non potevano far parte di me. Me ne accorgevo sempre più spesso, guardando oltre al suo sguardo proteso all’orizzonte, in cerca di un qualcosa a me sconosciuto. Infine lei iniziò a rimandare i nostri appuntamenti, perché impegni di studio e lavoro la occupavano per tutta la giornata, a volte per interi week-end. Tra il poco tempo, la distanza e le incomprensioni, il nostro rapporto precipitò in un baratro dal quale non riuscivamo più ad emergere insieme. Fu lì che mi ritrovai tra le mani frammenti di quel sogno che aveva fatto la mia felicità. Non era più come volevo, non era più quello che mi aspettavo.

Ne parlammo, in un sabato freddo e arrabbiato di pioggia e lampi. Attraverso i vetri della cucina di casa mia, squarci di luce illuminavano una Milano sommersa da acqua torrenziale, buia e cupa. La metropoli era quasi inerme sotto la furia del temporale. Sembrava l’esatta rappresentazione dei nostri sentimenti. Lei ascoltò quel che le dissi, sembrava sollevata, come se le togliessi un grosso peso. Poi però quando parlò parve dispiaciuta nel confermare che tra noi era finita. Io non la capivo, ma forse non ero mai riuscito a capirla. Ci facemmo male, quella sera. La rabbia fu come graffi di lampo e di tuono dentro le nostre anime e lasciò ad entrambi segni che forse non sarebbero più andati via. Lei invece andò via davvero, mentre io rimasi fermo, anche io come Milano, inerme sotto la grandine delle sue parole. Incapace di un gesto, una parola, incapace di andare oltre quel momento, per tentare di farle capire che potevamo provarci, ancora, provarci davvero anziché arrenderci. In quella notte di pioggia e fulmini il futuro si spense.

Quella notte imparai che non sempre, desiderare fortemente qualcosa la fa avverare. E soprattutto imparai che i sogni, se non ben custoditi, a volte si trasformano in amarezza e rimpianto.

Quando settimane dopo decisi di cercarla non la trovai. La sua coinquilina mi informò che aveva vinto un concorso al Conservatorio e adesso era in tournée, a portare il suo violoncello e la sua musica in giro per l’Europa. Capii che era per questo che mi aveva lasciato, per la musica, il suo amore, la sua passione, il suo grande sogno. Il nostro noi non aveva avuto il potere di trattenerla, e non era durato che il tempo di quattro stagioni.

Ora sapevo cosa guardavano i suoi occhi così distanti, che mi erano sempre passati oltre: il futuro.

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scrivendovolo

(1) Reader Comment

  1. Racconto ricco di intensa ed avvolgente intimità con il nostro “io”; molto piacevole e ricercato anche il modo di esprimere tutto questo, complimenti

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