Approfondimenti Rivista — 25 maggio 2013

Storie inventate, sogni irrealizzati, ideali inespressi, pura realtà reinventata. Dietro un libro ci sono sempre significati nascosti, tasselli di vita di un puzzle smembrato per depistare il lettore, non si ha sempre il coraggio di mostrare i lati scuri dell’immagine composta. Oppure si è abbastanza stanchi di un silenzio che cela una verità troppo pesante da tenere dentro da scegliere di spargere tutti i pezzi e ricostruire il passato registrando le mosse su un foglio. Allora si faranno più chiare le ragioni di alcune scelte, verrà messa a nudo l’identità della persona che si nasconde dietro la penna e si è mostrata solo nella foto sulla copertina.

A questo punto quella storia è pronta per colpire il lettore, per stupirlo con la verità, meravigliarlo, inorridirlo; quella storia è pronta per distruggere. È il rischio che ogni scrittore corre, chi più chi meno, bevendo dal bicchiere della vita ogni giorno, prima o poi sarà stanco di quel sapore e, esasperato, ne verserà il rimanente sulle pagine bianche di un libro. Nulla di più romantico e liberatorio, eppure ci sono delle conseguenze in agguato. Tutta colpa delle maschere che siamo costretti a portare, di quegli stereotipi che ci vengono attaccati addosso e che dobbiamo per forza di cose mantenere vivi e reali. Così raccontare la realtà delle nostre vite e rendere degli sconosciuti partecipi delle nostre difficoltà, delle disgrazie, gli errori, i turbamenti infastidirà forse chi queste cose le ha causate, direttamente o indirettamente. Padri e madri colpevoli del malessere di figli che si confidano con la carta si risentiranno leggendo le accuse o si vergogneranno di non essere stati abbastanza crudeli di aver permesso al loro pupillo di uscire dal guscio emergendo con la storia della sua triste vita. Da qui nascono casi come quello di Frank Kafka che in “Lettera al padre” decise di svelare tutte le componenti di un difficile rapporto con il padre servendosi di aneddoti che dimostrassero la violenza psicologica che la figura paterna sapeva esercitare su di lui.

Quello di Kafka è diventato un caso letterario di rilievo proprio perchè dopo la pubblicazione di questa opera si cercò di raggruppare in un unico filo conduttore tutta la sua produzione letteraria arrivando ad un risultato interessante: il rapporto controverso con il padre in questo caso è il fulcro della sua aspirazione letteraria. Non c’è in fondo da stupirsi molto, nessuno si metterebbe a scrivere senza aver nulla da raccontare, chi avrebbe bisogno di inventare una storia se non dovesse nasconderci dietro un segreto impronunciabile. Eppure il caso più interessante è quello che ha per protagonista Michel Houellebecq. Con la pubblicazione di “Particelle elementari” il francese ha denunciato l’abbandono dei genitori, giovani e spensierati hippie alla ricerca di emozioni, facendo arrabbiare non poco sua madre che compare nel libro con il suo vero cognome. Tutto vero: Houellebecq fu veramente lasciato ai nonni da piccolo e i genitori girarono veramente il mondo. Da una parte abbiamo quindi un lettore stupito del legame tra la vita privata dell’autore e l’influenza che questa esercita sulle sue produzioni; dall’altra troviamo una madre furiosa che rompe i rapporti con il figlio pettegolo.

Vi interesserà sicuramente la seconda parte della vicenda, quella in cui Lucie Ceccaldi nel 2008 pubblica il memoir “L’innocente” raccontando la sua versione dei fatti, il tutto accompagnato da interviste in cui dichiara che farà pace con il figlio solo quando lui si deciderà a ritirare “Particelle elementari” ammettendo di essere un bugiardo impostore.

Questi sono solo degli esempi, la letteratura è colma di casi come quello di Kafka e Houellebecq. “New Ways to Kill Your Mother: Writers and Their Families” è la dimostrazione che su queste vicende c’è molto da dire. In questo fantastico libro Colm Tòibin ha raccolto fatti e documenti riguardati il rapporto degli scrittori dell’Ottocento e del Novecento con le loro famiglie. Il risultato è un’indagine interessante sulle dinamiche familiari che si nascondono dietro queste grandi figure che sono diventate delle icone intellettuali. Pensate a “Diari” di John Cheever pubblicati post-mortem da Feltrinelli in cui l’autore svela un’omosessualità celata a tutti per anni. Sua moglie ha dichiarato di non volerli leggere ma per lei deve essere stato un duro colpo. È un po’ quello che fa la scrittura, amplifica il confine tra realtà ed introspezione dividendo i due mondi con un enorme voragine in cui prima o poi getteremo la maschera per emergere per quelli che siamo davvero. Paradossalmente però ciò che ci tormenta ci rende artisti, la nostra voglia di raccontare nasce da un disagio celato che dobbiamo esternare in qualche modo: una storia è il miglior modo per evadere.

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