Approfondimenti Rivista — 05 luglio 2013

Alla Columbia University la scienza fa progressi: e li fa, paradossalmente, proponendo ai suoi studenti un corso di ignoranza. L’idea è nata qualche anno fa al professore di neuroscienze Stuart Firestein e oggi il corso è diventato un caso di interesse mondiale.

Ma come si svolge una lezione di ignoranza? Firestein invita in aula i colleghi di altre discipline scientifiche, dalla biologia alla chimica, dall’informatica alla fisica, e chiede loro di parlare agli studenti di ciò che non sanno, ma che vorrebbero conoscere, di quanto non sapevano vent’anni fa e di quanto continuano a non sapere ora. Ma a quale scopo? Firestein fotografa una tendenza sempre più diffusa e altamente nociva per il progresso della scienza: siamo troppo abituati a sfoggiare sempre e solo le nostre conoscenze, rintanandoci nella torre d’avorio delle nostre certezze e dimenticando, invece, quanto sia grande l’orizzonte della nostra ignoranza. Firestein rappresenta questo concetto attraverso un’immagine: la scienza non è che una piccola isola in mezzo all’oceano dell’ignoranza; più la scienza si sviluppa, più l’isola aumenta la sua superficie e, di conseguenza, il suo perimetro di costa, ossia il suo contatto con il mare sconfinato dell’ignoranza. In poche parole: più allarghiamo le nostre conoscenze, più ci rendiamo conto di quanto ancora non conosciamo.

Il socratico “sapere di non sapere” ritorna a rilanciare il suo messaggio: Firestein riscontra in questo concetto l’idea motrice dello sviluppo della scienza e lo fa presentando direttamente una sua esperienza di vita, come ha dichiarato nell’intervista rilasciata al Daily Beast . Secondo il professore americano, il lavoro in laboratorio è altamente più stimolante e coinvolgente rispetto a quello accademico che si è soliti svolgere dietro ad una polverose scrivania; e questo perché in laboratorio si è di fronte all’incognita della sperimentazione e si è animati dalla curiosità e dal fascino della possibilità ancora da verificare. Firestein confessa inoltre di aver fatto sua, a questo proposito, una frase di Marie Curie: “Non si pensa mai a quello che si è fatto, ma a quello che resta da fare”.

Ecco l’obbiettivo di questo rivoluzionario corso sull’ignoranza. Firestein, che su questo argomento ha pubblicato anche un libro dal titolo “Ignorance. How It Drives Science”, vuole trasmettere ai suoi studenti il vero significato del fare scienza: non accontentarsi mai dei risultati conquistati, ma ampliare ogni giorno i propri orizzonti con umiltà e cognizione razionale dell’ignoranza che contraddistingue le potenzialità umane.

La stessa convinzione animava anche il pedagogista americano Abraham Flexner che nel 1939 pubblicava “The Usefulness of Useless Knowledge” . E il suo messaggio, in perfetto accordo con il pensiero di Firestein, deve poter rappresentare un monito per il futuro della scienza e un invito ad inseguire i suoi sorprendenti sentieri: “Neanche per un momento io voglio sostenere che tutti gli esperimenti condotti nei laboratori sfoceranno in un uso pratico, né che questo uso pratico deve essere l’obiettivo ultimo degli esperimenti. Quello per cui mi batto, con tutte le forze a mia disposizione, è l’abolizione della parola ‘uso’ e la liberazione dello spirito umano. Certo, in questo modo manderemo in giro un po’ di innocui fannulloni. Certo, sprecheremo un po’ di preziosi dollari. Ma, cosa assai più importante, toglieremo le pastoie alla mente umana, consentendole di intraprendere avventure come quelle che, ai giorni nostri, hanno portato Einstein e i suoi pari nei territori più remoti dello spazio”.

 

 

Share

About Author

scrivendovolo

(0) Readers Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.