Approfondimenti Rivista — 25 dicembre 2012

Il tempo separa, soffoca il gemito di un’emozione tagliente. L’attesa moltiplica il dubbio e allora pensare assomiglia a sognare; è come guardare l’orizzonte nella nebbia confondendo i colori e i confini del reale.

Ora, con i nuovi mezzi di comunicazione istantanei, abbiamo ridotto il dubbio perché chiedere è più semplice e veloce. Le ore che separavano un militare dalla risposta dell’amata erano lunghe e intanto quella storia si gonfiava dell’intrigo, dell’impossibile, del desiderio. Ora no, ora quelle sensazioni così piene e grandi vengono abortite, uccise prima della nascita dalla velocità dei mezzi.

La comunicazione è diventata istantanea, continua, costante, un tipo di comunicazione non verbale a colpi di sms e chat.

Ciò che di romantico appartiene alla stesura di una lettera su carta non è solo relativo al rapporto tattile intrapreso con essa, all’odore dell’inchiostro e all’estrema attenzione nella pratica di scrittura, da comporre con una calligrafia più chiara possibile e senza margine d’errore se non la cara vecchia linea tracciata sulla parola di troppo, ma quello che ha reso la lettera uno strumento così incredibilmente passionale è il fatto che per larghissimo tempo è stato l’unico strumento di comunicazione attraverso cui trasmettere se stessi. E, ancor più romantica, è l’atmosfera che una relazione epistolare crea, fatta di attesa, di fiati sospesi, di angosce e esplosioni di emozioni.

Dunque, l’obbligatorietà dello strumento in questione rendeva tutti praticamente uguali una volta posti di fronte al foglio bianco. Ognuno con la smania di riempire quel pezzo di carta con un pezzo del proprio cuore, cercando di “cartolarizzare” un sentimento trasmettendo il più possibile di esso.

Il rapporto con la scrittura diventava ambivalente: il foglio di carta era considerato un fedele alleato in qualità di unico tramite tra sé e l’amata, ma allo stesso tempo un ostacolo, un mezzo incapace di descrivere ciò che di persona si sarebbe voluto manifestare con gesti, sguardi ed effusioni.

La tecnologia ha permesso di abbattere tutte le barriere comunicative esistenti, si può parlare con chiunque, ovunque e senza limiti, ma si può essere così disinibiti dal diventare schiavi dello strumento, dal riuscire a dire qualcosa di sé più facilmente nascosti dietro una tastiera che con il cuore in gola e lo sguardo perso negli occhi dell’amata. Ci si può “vendere” così facilmente da perdere di vista se stessi e il mondo circostante.

Di seguito potrete leggere una lettera del 1982, scritta da un giovane militare alla fidanzata lontana.

Sono solo trent’anni”, altri diranno “sono tanti trent’anni”. A voi il compito di capire quanto il tempo conta. Ieri e oggi, a voi la riflessione!

Riscoprire la purezza di una lettera vuol dire non già provare nostalgia del passato e disprezzo del presente, ma cercare di comprendere lo spirito che dietro ad essa si cela e gioire della possibilità di poterlo applicare con smisurata frequenza.

C’è chi sceglierebbe di perdersi ancora nella nebbia, purché quello smarrimento sia la testimonianza del coraggio che guida un uomo innamorato. Un respiro lento, uno sguardo che si impossessa delle forme, un pensiero sfrontato, un sogno speranzoso e tanta attesa dietro le parole.

Non sono state apportate modifiche di carattere stilistico e grammaticale per mantenere la spontaneità e l’integrità delle lettere

I dati biografici del militare non verranno svelati per sua diretta richiesta.

“Caro amore mio,

ieri sera ho ricevuto la tua lettera, credimi, è stata per me come un raggio di sole nel buio della notte. Appena me l’hanno consegnata sono corso in branda, mi sono messo il pigiama, ho rifatto il letto, mi sono sdraiato sul letto, ho aperto in tutta fretta la busta e ho letto la lettera per ben due volte perché avrei voluto fosse un po’ più lunga. Avrei voluto risponderti subito ma mancavano solo dieci minuti al “Silenzio” e dopo il silenzio si spengono le luci in camerata, così non ho potuto più scriverti. Il silenzio lo conosci senz’altro, anch’io pensavo di conoscerlo ma solo adesso lo sto conoscendo veramente; credimi, c’è tanta solitudine nelle note che escono da quella tromba, c’è tanta amarezza, c’è tanto amore, ma è un amore che vive e si dimostra solo nel cuore e non può uscire perché non si ha vicino chi si ama.

Ieri notte non sono riuscito a dormire, pensavo a te, abbracciavo forte il cuscino, lo stringevo con amore, ma l’amore diventava rabbia, la rabbia di essere senza di te, la rabbia poi si scioglieva con le lacrime che bagnavano il cuscino. Non riuscivo nemmeno ad asciugare gli occhi, pensavo a te e pregavo Dio perché mi concedesse di rivederti. Questa mattina mi sono alzato, ho guardato fuori dalla finestra, il cielo era nuvoloso, c’era un’atmosfera molto triste sul piazzale dove faccio le marce. Il mio stato d’animo era uguale al tempo. Oggi per me è un giorno bruttissimo, ho voglia di fare qualche cazzata, ti amo ma odio me stesso perché non riesco a piegare le sbarre di questa prigione, vorrei farla finita ma non ci riesco perché al solo pensiero di fare qualcosa che possa dispiacerti sto male. Sai, la gente con cui adesso divido le mie giornate fa veramente schifo. Tutta gente che ho sempre odiato, gente che non avrei mai voluto conoscere. Io che ho sempre odiato le prepotenze, le spacconate, la gente con i “soldi”, oggi mi trovo a dover sopportare tutte queste cose.

Quando ti scrivo sono in aula, c’è stato alla prima ora un Colonnello, alla seconda un Capitano, ma non me ne fotte praticamente niente di loro, voglio pensare a te, voglio ricordare i nostri momenti più belli, voglio dedicarti ogni minuto della mia anche se ti sono lontano.

Adesso invece sono le 11,10 ed è arrivata una bellissima notizia: oggi alle 17,00 si va in licenza, non vedo l’ora di rivederti, per abbracciarti, per.”

Sofia Di Giuseppe

Daniele Dell’Orco

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