Approfondimenti Rivista — 06 maggio 2013

Yes, we code” è il motto lanciato dall’hacker Harper Reed in occasione dell’ultimo Festival del Giornalismo di Perugia. Nel giro di qualche giorno è divenuto l’imperativo categorico per i Media che intendono contribuire alla sopravvivenza dell’informazione. Lo hanno sostenuto anche Aron Pilhofer, direttore delle Interactive News per il New York Times, e Mark Johnson, community editor dell’Economist, entrambi convinti che nella maggiore sofisticazione dell’analisi risieda la chiave del successo. Tuttavia, non basta. Per rinnovarsi, i giornali hanno bisognosi accettare la disintegrazione -secondo la terminologia di Emily Bell- o integrazione connessa -secondo quella di Charlie Beckett- delle redazioni, la responsabilizzazione dei giornalisti, gli insegnamenti dei “new media” e soprattutto di tanta umiltà.

 

L’importante è che sopravviva l’informazione -ha affermato Reed. Non so come, ma certo è che i giornali al momento non sembrano sulla strada giusta”. E il capo tecnologico della scorsa campagna elettorale di Obama ne propone una alternativa: affidarsi alla cultura dei dati, quelli raccolti sui social media da editorialisti, sondaggisti e computatori di tweet e affini. “E’ proprio questa la sfida -ha scritto Fabio Chiusi- non fermarsi all’idea che open è bello, ma che il bello inizia quando si comprende davvero che significhi e come si metta in pratica nel farsi stesso del giornale. La sfida sarà non finire sudditi delle preferenze iperdettagliate di chi legge: non scambiare il lettore per consumatore. Usare i dati per reinventarci, far funzionare il giornalismo in modo diverso e migliore. Farci noi stessi hacker”.

 

I grandi giornali non spariranno -ha, invece, affermato la Bell, coautrice del saggio “Postindustrial journalism: adapting to the present”- diventeranno solo più piccoli e vivranno di importanti collaboratori esterni più o meno indipendenti. E quelli che non si faranno carico di questi cambiamenti rischieranno. Alcuni non ce la faranno. Basta vedere la sede del New York Times o del Guardian per capire che sono sovradimensionate”. In questa ristrutturazione, il singolo giornalista non è solo una firma ma l’elemento umane di legame con i lettori e la comunità. Soprattutto su Twitter, l’ancora di salvezza del giornalismo. “E’ interessante notare come-hanno notato alcuni dei giornalisti presenti al Festival- i Media, gli account ufficiali dei diversi organi di informazione giochino un ruolo minore rispetto alle persone, ennesima evidenza della scarsa attitudine a partecipare alla conversazione da parte degli stessi, come emerso anche durante i numerosi panel dedicati al tema in questi giorni. Giocano invece un ruolo significativo i singoli giornalisti, che anche su Twitter si confermano veri e propri protagonisti del flusso delle conversazioni. Un elemento che pare spostare l’attenzione dal valore del brand della testata al singolo professional”.

 

Dobbiamo ammettere che sbagliamo, che abbiamo difetti” ha affermato Matthew Ingram di GagOm, voce tra le più autorevoli al mondo tra quelle dei cosiddetti “nuovi media”. Tra i suoi consigli, cinque in totale, che suggerisce agli “old media” per non lasciarsi travolgere e morire, c’è anche lei, l’umiltà. “Mentre ci specchiamo il cranio sulla rappresentatività (prossima a zero) dell’utenza di Twitter rispetto all’intera opinione pubblica- scrive Fabio Chiusi- chiediamoci anche se noi giornalisti siamo in grado di soddisfare questa volontà di ricchezza dei lettori, se siamo in grado di dire loro qualcosa che non sanno. Una prova di umiltà, appunto. Ne saremo all’altezza?”.

 

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