News Rivista — 25 giugno 2013

Il fascino del proibito conquista molte persone, molti lettori se le storie vengono messe per iscritto, molti spettatori se la realtà diviene una pellicola del cinema.

Ancor più emozionante, però, sarebbe svelare quei meccanismi che, in apparenza giusti, nascondono poi una serie di sfumature illegali, che sfociano nell’ingiustizia.

Gli hacker, solo quelli dall’animo nobile, sono per emblema i supereroi del mondo digitale, i Robin Hood della rete, che rubano allo stato per proteggere i poveri utenti.

In questi giorni la storia del ragazzotto americano, alto quasi due metri, convinto sostenitore del diritto all’anonimato delle persone sul web che ha fatto tremare l’FBI, ha riscosso molto interesse e la cronaca è divenuta un libro.

“Kingpin. La storia della rapina digitale più incredibile del secolo”, di Kevin Poulsen (Hoepli), è questo il titolo dato alle pagine dedicate all’hacker.

Max Butler era noto come ladro informatico, ma aveva anche capito che il problema principale di chi naviga su internet è mantenere la privacy, ossia riuscire a comunicare senza essere spiati. La sua storia è ricca di rivelazioni, condanne al potere, segreti per molto tempo celati.

Il titolo della biografia di Poulsen, “Kingpin”, che si può tradurre come “Il Boss”, proviene dalla chiusura da parte di Max Bluter di tutti i forum frequentati dagli hacker perché ritenuti poco sicuri.

Il genio informatico ora è dietro le sbarre di un carcere federale, condannato ad una pena esemplare. Per capirne di più bisognerebbe leggere.

 

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