Approfondimenti Rivista — 28 gennaio 2013

L’uomo è un equilibrista: cammina sulle punte, si muove adagio e avanza su per un filo. Per lunghi tratti il suo movimento è leggero e armonioso, fermo e deciso, immediato e istintivo; ma quando si insinua la paura di cadere, perde la spontaneità e si lascia dominare dall’impaccio. Da padrone della vita, l’uomo si trasforma in preda del suo stesso spavento: soggiogato dal terrore di sbagliare, fallisce e cade. Persa la fiducia, diventa debole; e a renderlo tale è un’arma che ha creato e consolidato col tempo, avvalendosene contro se stesso: il giudizio.

Sin da piccolo, all’uomo viene insegnato che è nato libero. Animale tra gli animali, esso può conservare la sua natura selvaggia facendo della propria vita tutto ciò che desidera. Tutto, a un’unica condizione: il rispetto della libertà altrui.

Tuttavia, a differenza degli altri esseri viventi l’uomo possiede una facoltà che lo rende unico nella sua specie: il linguaggio. La capacità di comunicare con i propri simili lo porta a un grado di evoluzione senza paragoni. Non importa quanto gli uomini possano essere lontani o diversi; essi condividono un requisito di inestimabile valore. Nella società contemporanea, tale elemento imprescindibile dall’uomo, ha acquisito lo status di diritto: il diritto di manifestazione del pensiero. Esso è sancito dai più importanti documenti di portata internazionale e mondiale, come dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Ogni individuo –recita l’articolo 19- ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”.

Dal 1948 a oggi, a tutti gli uomini, senza distinzione alcuna, è riconosciuto il diritto di manifestazione del pensiero. Tuttavia, alla libertà di parola, corrisponde, paradossalmente, la sua limitazione e nei casi peggiori – la sua negazione. Per usare un termine tecnico, la censura, il controllo della comunicazione o di altre forme di libertà (libertà di espressione, di pensiero, di parola) nel rispetto della sensibilità altrui; ma chi può arrogarsi il diritto di discernere la libertà dall’immoralità?

Un solo passo divide la legittimità dall’esagerazione, la possibilità dalla scorrettezza. Un solo passo per cadere giù dal filo ed essere condannato; ma chi pensa di poter stabilire ciò che è lecito pensare? L’uomo.

L’uomo è giudice: decide cosa è giusto e cosa non lo è, cerca i colpevoli e infligge le pene. A volte riesce a farlo silenziosamente; ma quando trova davanti a sé un ribelle è costretto a fare i conti con il ruolo di cui si è indebitamente appropriato. I ribelli insegnano che non c’è differenza tra diritto di manifestazione del pensiero e irriverenza; esso stesso è irriverenza, insolenza, sfacciataggine, sfrontatezza. Non è possibile stabilire ciò che è giusto pensare e affermare, perché l’uomo nasce privo di frontiere e solo quando è svincolato dal giudizio può essere se stesso.

Il mondo è un caos abitato da perbenisti, moralizzatori, giudici e censori; tuttavia, vive ancora qualche anima libera che non accetta e non si piega. Davanti ai soprusi, le violenze, le ingiustizie, fiero e impavido, sul proprio filo, non giudica e non cade.  

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