Approfondimenti Rivista — 08 maggio 2013

Fine. Una parola di due semplici sillabe che racchiude dentro di sé un mondo; quante volte avremmo desiderato che qualcosa durasse per sempre, un attimo, un bacio, uno sguardo, un libro, che ci ha regalato felicità? Concordiamo tutti che ciò che ci appaga dovrebbe essere eterno. Fine, una parola che invece scriveremmo volentieri quando le lezioni di matematica sembrano interminabili, quando una persona ci tedia con le sue chiacchiere e un dolore sembra non abbandonarci mai.

Il finale conclude un periodo, un’azione, un tempo e nella vita accade spontaneamente; anche in grammatica il complemento di fine indica un’espressione che ha il compito di arricchire, completare, specificare il significato di un periodo.

Un concetto che ci sembra così naturale, risulta però difficile se riprodotto artificialmente: ecco perché spesso molti scrittori, anche i più affermati e geniali, si trovano in difficoltà nel concludere qualcosa che la loro fantasia, la loro sensibilità, ha creato.

Un libro va visto come una creatura che viene messa al mondo e a volte accade che l’ideatore non abbia il coraggio di lasciare andare ciò che è ha partorito; contrariamente capita che si senta soffocato da ciò che lui stesso ha prodotto e non vede l’ora di sbarazzarsene.

Le motivazioni sono molteplici, c’è chi cosciente di non essere più ispirato da Calliope decide di accontentarci con uno scontato “happy ending”, diversamente chi sotto la pressione di un pubblico esigente, devia la propria strada e si fa forzare la mano scrivendo un dettato.

Soprattutto per quanto riguarda le saghe, a volte i primi volumi risultano migliori proprio perché nei capitoli conclusivi si ha una molesta sensazione di trascinamento e spesso, pur di non spezzare quell’incantesimo, quel sogno che lega il lettore al libro, l’autore si abbandona ad una corrente di parole futili.

Alcuni libri sono un po’ come gli ex fidanzati: ci lasciano con l’amaro in bocca dopo averci regalato momenti unici ed insuperabili.

Un clamoroso esempio è l’ultimo capitolo della saga che ha stregato un pubblico vastissimo di giovani e non: “Harry Potter e i doni della morte”, non me ne vogliano tutti quei Babbani che hanno donato il loro cuore alla Rowling, ma io stessa, pur essendo una grande estimatrice della scrittrice inglese, sono rimasta spiazzata da una conclusione deludente.

Ci aveva accattivato con un mondo parallelo, nuovo, dove venivano sconvolti i canoni normali della vita: un universo diverso in cui un ragazzino con gli occhiali, un rappresentante della normalità, senza addominali scolpiti o tutine in latex, riusciva a sconfiggere Lord Voldemort molto simile ad un dittatore del 900’.

Eppure è scivolata anche lei, forse un po’ perché da mamma del maghetto non avrebbe potuto vederlo schiacciato dalla tetra figura del suo antagonista, forse perché altrimenti si sarebbe beccata fiumi di lettere accusatorie, fatto sta che ha deciso di concludere con un “Andava tutto bene”, tre parole del tutto insoddisfacenti.

Giunti qui la mia domanda è: “come posso concludere questo articolo?”

Per evitare anche io di annoiarvi con i miei vagheggiamenti retorici, vi lascio dunque con un solo consiglio, proseguite a scoprire finali appassionanti e non, coltivando l’amore per la lettura, e lasciate un commento citando quei libri che secondo voi avrebbero potuto avere un explicit migliore.


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