Approfondimenti Rivista — 31 dicembre 2012

Rita era imperfetta. Per tutta la sua lunga e variegata esistenza tutti si sono sentiti in dovere di ricordarglielo. Al punto che lei, ironica come solo le persone intelligenti sanno essere, intitolò la propria autobiografia “Elogio dell’imperfezione”. Spiegò che solo chi cerca di progredire commette errori. E solo chi riconosce i propri errori e li corregge progredisce. Rita era imperfetta. Perché non nasci donna nel 1909 se poi pretendi di prendere le tue decisioni autonomamente. Le cronache si affastellano a poche ore dalla sua morte, serena e discreta come lei era. E ci raccontano che il padre di Rita era uomo dei suoi tempi e per quella, come per le altre sue figlie, prevedeva l’unico futuro possibile per una femmina: matrimonio, cura della casa, cura dei figli. Punto. Ma, cerchiamo di non dimenticarlo, Rita era imperfetta. E, chissà per quale cortocircuito in quel suo grande cervello, era convinta fin da allora che “le nostre capacità mentali – uomo e donna – son le stesse: abbiamo uguali possibilità e differente approccio”.

Il suo approccio fu di battersi contro un futuro precostituito, perché “l’umanità è fatta di uomini e donne e deve essere rappresentata da entrambi i sessi”. Non lo volle un marito. Non volle figli. In un’epoca in cui una donna nubile era persona fallita nel proprio scopo, Rita l’imperfetta decise di infischiarsene se “due cromosomi X rappresentavano una barriera insormontabile per entrare alle scuole superiori e realizzare i propri talenti”. I fatti le hanno dato ragione, a dispetto del suo essere donna, a dispetto del suo essere ebrea. Imperfetta all’ennesima potenza e fino all’ultimo. Perché a dispetto di un Nobel, di un’immensa bibliografia, di un impegno quotidiano a favore del trionfo dei diritti umani e della razionalità contro le nebbie di ogni oscurantismo, razziale o religioso che fosse, a Rita non hanno mai smesso di ricordare che era imperfetta.

Se la prendevano col suo corpo, se la prendevano con la sua nascita, se la prendevano con le sue idee. Non potevano, non erano all’altezza, prendersela con la sua mente. Rita vestiva Capucci. Rita non si sarebbe mai mostrata in pubblico senza aver messo in piega quella sua chioma d’argento. Rita era bella. Eppure era fiera, oseremmo dire vanitosa, proprio di quell’aspetto che nessuno poteva contestarle: la mente. Quando compì cento anni, con la serenità dell’accettazione della propria fragilità fisica, dichiarò: “Il corpo faccia quello che vuole. Io non sono il corpo: io sono la mente”. Imperfetta, ancora, nella sublime e arrogante sincerità di queste parole. E allora non stupisce che i suoi detrattori, perché ne ebbe tanti, non riuscissero ad andare oltre l’insulto e la minaccia. Fu vecchia e puttana per la dialettica pecoreccia di Beppe Grillo. Fu vecchia e nemica per un rappresentante eletto del popolo italiano come Francesco Storace, che voleva consegnarle personalmente minacciose stampelle. Fu vecchia e stoica quando, a un seggio elettorale, quattro campioni di civiltà nostri concittadini si rifiutarono di risparmiarle la fila. E lei, all’invito di mettersi almeno seduta, rispose: “No, grazie davvero. Preferisco restare in piedi”. Ha attraversato in piedi più di un secolo di vita. Testarda sognatrice. Amante atea della scintilla divina che anima quella parte di noi che ci rende umani. E imperfetti.

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(1) Reader Comment

  1. Grazie Laura per il taglio particolare di questo saluto. Imperfettamente ringrazio la grande mente di Rita che tanto ha dato all’umanità e non solo alla medicina.

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