le interviste Rivista — 23 novembre 2012

Ci stanno provando in tanti a sensibilizzare gli editori, i critici, gli addetti ai lavori e, non ultimi, i lettori, sull’importanza del lavoro di traduzione editoriale. Ci stiamo provando anche noi, proseguendo le nostre interviste a questi professionisti della trasformazione, del traghettare sentimenti ed emozioni da una lingua all’altra. Oggi ne parliamo con Andrea Rényi, ungherese di nascita ma poliglotta per formazione. Lei ha fondato la pagina “Il nome del Traduttore” alla quale, da qualche settimana, collabora anche Leonardo Marcello Pignataro, esponente del Sindacato Traduttori Editoriali STRADE.

 

  • Quando hai deciso di dedicarti alla traduzione e perché?
  • Traduco da quando so parlare, perché la mia è una famiglia mitteleuropea multilingue. Mio padre era trilingue e mia madre bilingue dalla nascita, a Babele sono abituata da sempre. Uno dei primi concetti chiari e incontrovertibili della mia infanzia era la necessità di imparare lingue diverse, indipendentemente dal mestiere che avrei scelto. In Ungheria avevo cominciato gli studi di Giurisprudenza ma per praticità – conoscevo già bene tre lingue oltre alla mia lingua madre e l’italiano -, a Roma preferii frequentare la Facoltà di Lingue e Letterature Straniere Moderne. Dopo molti anni di insegnamento e numerosi altri trascorsi in un’azienda internazionale come traduttrice, interprete e corrispondente con l’estero, mi ritrovai con la necessità di scegliere una nuova professione e mi avvicinai all’editoria quasi per gioco. Dopo una serie di letture fu un redattore a offrirmi l’opportunità di proporre un libro da tradurre, e da allora ne ho tradotti altri quattordici.

 

  • Che tipo di libri traduci, ti sei specializzata in un genere particolare?
  • No, nel caso di una lingua non veicolare sarebbe un lusso. Ho tradotto narrativa e saggistica, romanzi contemporanei e classici.

 

  • Esistono traduttori che hanno legato il loro nome a quello di un autore (mi viene in mente Tullio Dobner con Stephen King). Come traduttrice hai un TUO autore?
  • Purtroppo no, in un solo caso sono riuscita a tradurre tre libri dello stesso autore, Péter Nádas. Lui rimane comunque il mio autore preferito.

 

  • Ritieni esista e sia individuabile una metodologia della traduzione, oppure ogni traduttore ha il suo modus operandi?
  • Non vengo da una scuola e ho avuto pochi confronti, alcuni felici e altri no, con altri traduttori dall’ungherese. Ci tengo a menzionare l’esperienza felice: l’Officina di Traduzione dell’Accademia d’Ungheria condotta impeccabilmente e con affetto, da Nóra Pálmai. Seguo a specchio il metodo di una grande traduttrice dall’italiano e dal russo all’ungherese, mia carissima amica di vecchia data.

 

  • Perché in un paese che legge soprattutto narrativa straniera, nessuno mai ricorda chi ha tradotto cosa?
  • Non è mai stata dedicata sufficiente attenzione alla figura del traduttore, persino i recensori ne parlano raramente pur sapendo che la qualità della traduzione influenza molto il risultato finale. Una giusta valutazione richiederebbe tempo, molto tempo; sarebbe necessario prendere almeno stralci dal testo originale e confrontarli con il testo tradotto. Il tempo scarseggia sempre, si sorvola, a volte forse con qualche rimorso, e con la rimozione persino del nome del traduttore.

 

  • Che rapporto esiste tra gli editori, gli autori e i traduttori, posto che esista?
  • Nel mio caso il rapporto con l’editore è spesso anche propositivo, ovvero sono io a suggerire il libro da tradurre. Ho un ottimo rapporto con alcuni degli autori vivi e il rapporto è idilliaco con i morti.

 

  • Come si vive di traduzione letteraria?
  • Ho sempre cercato di fare anche altri lavori, perché pensare di poter vivere solo di traduzione editoriale dall’ungherese è impensabile. Per lo meno a me non è mai riuscito.

 

  • Esiste un albo dei traduttori letterari professionisti? Oppure traduttore ci si improvvisa tra un esame e l’altro all’università?
  • Un albo vero e proprio non esiste ma c’è un sindacato, STRADE, che sta guadagnando spazio. Tradurre non è certo un mestiere per improvvisatori. Da tempo esistono ottimi corsi post-laurea, sia nel campo delle lingue veicolari che in quelle più rare e poi c’è la gavetta, a volte lunga e dolorosa.

 

  • L’opera da te tradotta che hai amato di più in assoluto.
  • La Bibbia” di Péter Nádas. Mi emoziona ancora. Peccato che il libro sia uscito senza il nome del traduttore.

 

  • I tempi, i modi e le scelte per le opere da tradurre rincorrono quelli del marketing?
  • Troppo. Chiaramente una lingua così particolare come l’ungherese ne risente molto.

 

  • Hai mai rifiutato di tradurre un libro perché lo trovavi di scarsa qualità? Un traduttore professionista con un nome ormai noto agli addetti ai lavori ha un margine di scelta? Avresti tradotto la saga di Twilight o le 50 sfumature?
  • Ho proposto io i libri da tradurre e non me sono (quasi) mai pentita. Non avrei declinato le 50 sfumature e nemmeno Twilight, è pur sempre lavoro, ma probabilmente mi sarei divertita poco.

 

  • Definisci, in poche parole, cosa significa tradurre un’opera. Il traduttore è uno strumento, un varco oppure un ri-creatore?
  • Tutti e tre, la percentuale cambia secondo il libro.

 

  • Parlaci del libro che stai traducendo adesso.
  • Sto rivedendo le bozze di un grande classico del Novecento, “Anna Édes” di Dezső Kosztolányi, che uscirà per i tipi delle Edizioni Anfora. Di altro preferisco non parlare. Lo farò quando i tempi saranno maturi.

 

Grazie

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(4) Readers Comments

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  4. conosciuta la andrea, dico che se la tira troppo e non ha fatto/fa nulla di eclatante… non perde tempo nel difendere il nuovo nazionalismo ungherese. predica bene (scrive quello che le conviene), ma in realta’ razzola male.

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