Approfondimenti Rivista — 27 gennaio 2014

«Quello dell’Olocausto è un business che minaccia di diventare la più grande rapina nella storia dell’umanità». Con queste parole l’ebreo, nonché storico e politologo statunitense, Norman G. Finkelstein presentava nel 2000 “L’industria dell’Olocausto: Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei”, saggio che ha suscitato clamore e riscosso critiche in tutto il mondo. Figlio di due ebrei sopravvissuti dal ghetto di Varsavia e dal campo di sterminio di Auschwitz, Finkelstein ha concentrato le sue attenzioni sullo sfruttamento e sulle speculazioni che ruotano intorno alla Shoah.

Finkelstein

Il pamphlet prende le mosse dalle esperienze personali di un Norman ragazzo che si trova di fronte a una realtà quasi incredibile: mentre i suoi genitori, a distanza di anni, continuano a convivere quotidianamente con lo spettro di quella terribile esperienza, egli non riesce a immedesimarsi appieno con il loro stato d’animo. Questo perché nel mondo fuori la sua casa, sembra non esserci traccia del ricordo di quanto avvenuto: nessuno dei suoi amici studenti, per quanto calati nella realtà politica del tempo, fa mai riferimento con lui su quanto accaduto, o ne parla mai in termini accondiscendenti o generali che dir si voglia. Non un garbato e rispettoso silenzio secondo l’autore, ma indifferenza ed ignoranza. Tenta di calarsi negli affari politici e finanziari dell’epoca per spiegare questo curioso e inquietante fenomeno: negli anni della Guerra Fredda e della rinascita di una Germania e di un’Europa liberali, porre l’accento su una ferita ancora non rimarginata come quella non sarebbe stato utile agli interessi degli Stati Uniti in primis. Proprio per questa “tacita indifferenza”, lo stesso Finkelstein ritiene anomala e per l’appunto costruita ad arte la memoria storica che si è venuta a creare negli anni successivi. Una delle tesi più discusse è proprio quella che sostiene la riscoperta dell’Olocausto nazista sia peggiore del suo oblio. Dopo la famosa “Guerra dei sei giorni” del 1967 Israele diventa il principale alleato americano in medio-oriente mentre le lobby ebraiche presenti sul suolo degli States si rafforzano e ritrovano la loro identità dopo le pesanti migrazioni dei tre decenni precedenti. Ecco allora il momento giusto per finanziare studi e indagini sugli orrori dell’Europa della Seconda Guerra Mondiale, che come sostiene Finkelstein sarebbero spesso stati gonfiati e riempiti di frottole per estorcere commiserazione, e in seguito denaro, agli europei. Ci si era accorti, oltreoceano, che il ricordo della Shoah pagava, e pagava bene. Un giro di denaro enorme, che passava da risarcimenti, musei, mostre, commemorazioni, indennizzi a tanto altro. Una vera industria insomma che avrebbe impedito una sincera e profonda conoscenza dell’Olocausto nazista.

Di mira è presa anche e soprattutto la presunta unicità del fenomeno antisemita così come si è svolto nella Germania nazista e non solo: la storia dell’umanità è piena di genocidi e uccisioni di massa, a volte con un numero di vittime anche maggiore. Si rendeva superiore alle altre la tragedia di un popolo che in realtà così unico e speciale non sembrava, anzi, un popolo che spesso si era reso protagonista di veri atti illegali e che aveva con il denaro un rapporto quasi viscerale. Unicità ritenuta “una forma di terrorismo intellettuale” che avrebbe trasformato la sofferenza del popolo ebraico in una potentissima arma ideologico-politica oltre che economica: in nome di sofferenze uniche si chiedevano risarcimenti unici, a fronte di un dramma unico si sarebbero ottenuti privilegi e pretese uniche. Se non fossero state scritte da un ebreo, tali tesi sarebbero state tacciate di vero e proprio antisemitismo. Lo stesso autore si affretta a ricordarci come egli è il primo interessato a mantenere vivo il ricordo del dramma vissuto dai suoi genitori e dalla sua famiglia, ma che proprio per questo si sente in dovere di denunciare chi sopra la memoria ha costruito le sue fortune.

Un saggio che, inutile dirlo, ha fatto scalpore ed ha attirato a sé una moltitudine di violente critiche. Facile capire come le numerose comunità ebraiche a stelle e strisce non siano state piacevolmente colpite dai contenuti elaborati da Finkelstein. Definita come opera complottista e molto fantasiosa, è stata relegata tra quelle letture revisioniste e negazioniste a cui probabilmente non appartiene. Senz’altro solleva quesiti che forse meriterebbero comunque maggiore attenzione. Negare o sminuire quello che è avvenuto è una follia. Chiunque di noi può, facilmente, osservare con i propri occhi ciò che è stato, visitando i luoghi dell’orrore, e le testimonianze che negli anni sono state raccolte sono lì a confermarlo. Sicuramente, però, conservare e preservare una memoria storica pulita e vera, che esuli da qualsiasi tipo di speculazione, deve essere il compito di ognuno di noi. Solo così si potranno educare le generazioni future, permettendogli di non ricadere negli errori del nostro passato.

Luca Loghi

Share

About Author

scrivendovolo

(0) Readers Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.