Recensioni — 26 dicembre 2014

L’intrepido Alchimista – Francesco Giuliano

Sensoinverso Edizioni (Collana: OroArgento) Pag. 160, brossura, 15 euro

ISBN 978-88-6793-109–5

http://www.edizionisensoinverso.it/Catalogo_OroArgento_L_intrepido_alchimista.htm

L’intreccio è nella tradizione dei romanzi di formazione: il secondogenito di una famiglia baronale siciliana, predisposto per nobiltà d’animo ai buoni sentimenti e per curiosità intellettuale all’apprendimento, dedicherà la propria vita (1639-1693) allo studio di una disciplina «figlia dell’alchimia, anche se […] la chimica più che arte

è scienza», riuscendo per via sperimentale ad individuare quello «spirito aereo» che Lavoisier  (1777) chiamerà “ossigeno”.  Scelta  senz’altro  intrepida  in  un  periodo  in  cui  «alla  Chiesa  definire  gli  alchimisti  stregoni»  faceva

«comodo» e in un luogo dove «della parola libertà non si conosceva né il nome né il significato».

Nella molteplicità degli spunti speculativi offerti dalle 160 pagine dell’opera, tra i quali

delle autentiche perle per gli appassionati di chimica (sul sapone, sull’olio di vetriolo, sull’argento vivo ecc.), ne segnaliamo due di sicuro interesse per i lettori: la ricostruzione storica dell’affannosa affermazione di questa nuova scienza e l’individuazione dei requisiti personali ed ambientali per una ricerca efficace.

Riguardo alla prima questione, dobbiamo porci la domanda: perché la chimica ha trovato così grandi difficoltà ad emergere? La risposta non è né banale, come per la biologia (evoluzionismo vs. creazionismo), né scontata, come fu per l’astronomia (eliocentrismo vs. geocentrismo). La chimica sembrerebbe sostanzialmente innocua, cioè priva d’elementi di contrasto con i dettami della Bibbia secondo la tradizione tomistica. E allora? La risposta di Francesco Giuliano è articolata lungo tutto il romanzo. La tesi unitaria si può riassumere così: al pari delle altre scienze, anche la chimica dovette partire dalla ricusazione delle fuorvianti concezioni aristoteliche «in merito alla composizione della materia» come, ad esempio, che «il mondo su  cui viviamo sia costituito solo da quattro principi fondamentali: aria, acqua, terra e fuoco»

o che «ogni corpo ha un peso ad eccezione del fuoco che […] si dirige verso l’alto». Purtroppo, lungi dall’essere considerato una mera interpretazione della realtà, emendabile alle prime incongruenze, l’aristotelismo era diventato la malta che teneva uniti i mattoni di un potere «autoritario e criminoso» alimentato dalla «sopraffazione e lo sfruttamento» e responsabile «della fame di tanti e del benessere di pochi». Aristotele aveva «favorito la Chiesa» nel generare «sudditanza»; metterne in dubbio la filosofia («chi professa o studia l’aristotelismo, altro non è che un ignorante») voleva dire attaccare gli «apparati ecclesiastici» e, per un connubio divenuto indissolubile nell’Ancient Régime («Questa educazione trasmette […] la convinzione che la società sia basata su una scala gerarchica, al cui apice ci sono i preti e i nobili»), anche i «governanti di turno». L’affermazione della chimica ha richiesto alla «scienza e la filosofia […] di affrancarsi dalla religione» e alla società di emanciparsi democraticamente dai «potentati laici e clericali» ed intellettualmente «dai dogmi» e «dagli stereotipi» perché «dalla libertà di pensiero dipende qualunque altra forma di libertà». Convincimento dell’autore, espresso talora con veemenza («I mali estremi della società […] traggono origine dall’egoismo e dall’ignoranza»), è che «solo con la conoscenza l’uomo potrà liberarsi» e che un buon viatico per perseguire tale obiettivo sia stato il recupero, sottotraccia, della filosofia epicurea. Condannata come somma eresia dalla Chiesa di Roma («Oggigiorno bisogna stare attenti di non parlare pubblicamente di questa filosofia»), la posizione di Epicuro sulla fisica («la materia è costituita da atomi che, quando si incontrano, generano i corpi») e sulla metafisica («gli dei esistono, ma sono incuranti delle azioni degli uomini») fu il preludio alla scienza moderna, anche per lo stesso padre putativo della chimica, Pierre Gassendi. L’abate francese riprese «la filosofia materialista epicurea» discostandosi dalla «pretesa di Aristotele di poter trarre verità assolute tramite la metafisica» e rivalutò l’osservazione diretta dei fenomeni «usando l’enghiscopio». Pochi decenni dopo quanto «successo a Giordano Bruno», l’abate Gassendi schivò abilmente l’accusa di cripto-ateismo «sostenendo […] che gli atomi fossero stati creati da Dio» (il medesimo espediente usato dal filosofo, suo contemporaneo, Claude Guillermet de Berigard) e fu messo al riparo «dalle furiose intemperie inquisitorie» grazie all’apprezzamento dell’influente ordine dei gesuiti. Inoltre, la Francia del XVII secolo, il cui re «ben tollerava tutto questo perché si opponeva all’ingerenza della Chiesa di Roma sul suo modo di regnare», era una nazione ben più incline alla libera ricerca rispetto alla Sicilia dove «per poter pubblicare le proprie idee» bisognava «usare uno pseudonimo».

Questa considerazione ci porta alla seconda domanda, cui l’opera risponde diffusamente: quali sono le condizioni ottimali affinché la ricerca possa prosperare? Il prerequisito è, ovviamente, il rifiuto di ogni principio di autorità perché

«solo un apprendimento avulso da dogmi conferisce all’uomo una mente libera e lo rende creativo». L’autore sottolinea altresì l’atteggiamento conservatore di molti alchimisti del Seicento («l’alchimia […] non vuole lasciare il passo alla chimica, sua discendente») la cui ostilità al cambiamento sarebbe ascrivibile ad una commistione tra bieco interesse personale e cialtroneria («I veri alchimisti […] si fanno chiamare chimici, per evitare di essere confusi con questi imbroglioni») ben innestata su un immaginario popolare pervaso da miti e leggende quali «l’elisir di lunga vita, che aveva effetti afrodisiaci». Dietro suggerimento del suo «precettore» e «maestro di vita», un frate pseudo-eretico (figura del proto-scienziato), il protagonista trascorre gli anni della maturità come «assistente di uno dei più grandi alchimisti della Provenza» un abate «altruista e generoso» che lo ospiterà, impartendogli «tutti gli insegnamenti possibili», nel proprio «laboratorio alchimistico». In una terra satura di «idee libertarie» il nostro apprendista chimico conosce un conte «versatile e dalle vedute molto progressiste», di cui diverrà «fervido amico», il quale considera la cultura «come un solido poliedrico irregolare […] di cui ognuno di noi vede la faccia che gli sta davanti e […] crede che quella sia l’unica che porti alla verità». In tali parole v’è la malcelata aspirazione a ridisegnare in chiave neoumanistica la cornice gnoseologica nella quale la ricerca si dovrebbe estrinsecare. Si tratta di un leitmotiv dell’autore, proposto in varie sedi scientifiche (“Humanist culture and scientific culture: two sides of the same medal” in Galileo and the Renaissance scientific discourse, a cura di Altamore & Antonini, Roma, Nuova Cultura, 2010, p. 208-212, ISBN 978-88- 86134-491-4; www.scienceperception.it), per soddisfare l’esigenza di una “Terza Cultura”, in cui l’ambito scientifico e quello umanistico diventino due facce della stessa medaglia (Nuovo Umanesimo). In ogni caso, data l’ampia casistica di luminari ivi trasferitisi nel corso della storia, la Francia come seconda patria del protagonista del romanzo appare un’opzione verosimile. Dunque le condizioni ambientali sono costituite dal clima culturale generale (impermeabilità alla superstizione) e dai sussidi (un tempo sotto forma di mecenatismo) che uno Stato riesce a mettere a disposizione del ricercatore. La necessità di recarsi all’estero è qualcosa che, oggi, noi italiani conosciamo bene soprattutto per ragioni economiche (carenza di fondi per l’istruzione) ed è amaro costatare come fosse una prassi comune anche nel passato. L’atavica incapacità della nostra penisola a “fare sistema” è tanto più inaccettabile quanto più si considera, invece, l’impressionante disponibilità d’italiche eccellenze, in ogni campo del sapere, sin dal basso medioevo. Su questa scia, il nostro intrepido alchimista è «propenso all’indagine conoscitiva, all’impegno e alla riflessione» nonché

«pieno di entusiasmo e di passione». La motivazione personale ed un’attitudine introspettiva, talvolta amplificata da eventi negativi («in campo sentimentale ogni strada, ormai, gli appariva sbarrata»), sono pertanto nodali per compiere una scelta primariamente vocazionale («soltanto la ricerca […] gli avrebbe potuto dare la spinta emotiva necessaria per dare un senso alla sua vita») e di stampo missionario («Siamo sudditi del mistero e solo la scienza ci può salvare»). L’autore non trascura, però, d’evidenziare il ruolo giocato dall’intuizione che «spesso orienta i ricercatori sulla strada giusta» e dall’aleatorietà («la verità si manifesta in modo casuale?») che egli suggerisce di ridurre cambiando «la concezione razionale che domina il nostro modo di pensare». Altro cardine della Ricerca è la memoria, qui evocata sia direttamente («Invoco Memoria […], sposa di Zeus, sovrana») sia indirettamente, tramite riferimenti classicheggianti, e la cui perdita «è ingiusta». Il nemico principe è l’oblio «che sempre turba la ragione», ma in che senso?

Probabilmente come dimenticanza, cancellazione dalla memoria collettiva di antiche civiltà col loro bagaglio d’invenzioni, manufatti e modelli teorici (a parte l’enormemente sopravvalutato corpus aristotelico). Nonostante l’etimologia incerta del termine “alchimia”, il suffisso “al-” ci ricorda il nostro debito culturale nei confronti del mondo arabo che preservò i manoscritti dell’ellenismo e permise la prosecuzione del cammino di progresso scientifico- tecnologico iniziato da quel «grande pensatore» e «conoscitore delle stelle» che fu Talete di Mileto. Rilevante è, infine, la condivisione dei risultati con la comunità scientifica che è ancora impedita, nel XVII secolo, dalla «rigorosa e violenta» Inquisizione spagnola e costringe la Scienza nelle regioni dell’ex Magna Grecia ad un cammino lento e incerto, dove persino risultati eccelsi rischiano fatalmente di venir perduti («così andarono distrutte tutte le carte segrete»). Nella finzione narrativa, la straordinaria scoperta dello “spirito etereo” a Francofonte (nel Siracusano, omaggio al paese natale dell’autore), sarebbe concomitante a quella, storicamente accertata, del britannico John Mayow (1674). Eppure, a causa dell’isolamento trinacriano (il protagonista decide, infatti, di terminare la propria esistenza in Sicilia, malgrado la «miseria sia materiale che intellettuale» che lo circonda, fabbricando «polveri esplosive» nel laboratorio di un mediocre prelato che «mostrava la segretezza per le sue scoperte e invenzioni») e di un evento fortuito (finale a sorpresa che non sveliamo), non verrà divulgata.

Lo stile espositivo è scorrevole e avvincente.

Chi volesse conoscere l’autore (già docente di Chimica nella Scuola Secondaria Superiore) nelle vesti d’infaticabile divulgatore di argomenti scientifici, alcuni dei quali ripresi in tutti i suoi romanzi (“I sassi di Kasmenai”, Il Foglio; “Come fumo nell’aria”, Prospettiva Editrice; “Il cercatore di tramonti”, Il Foglio), può leggere i suoi articoli su giornali on-line (www.specchioquotidiano.com,          www.buongiornolatina.it,           www.etalia.net)          e         su         portali         web (www.latinainvetrina.it,    http://educa.univpm.it).

Enzo Bonacci

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