Approfondimenti Rivista — 28 febbraio 2013

Le università diffondono il sapere, alimentano i talenti, creano professionisti. E amano i paradossi. Governati dalle leggi della matematica, gli enti per l’istruzione superiore, per la ricerca e per le attività culturali si affidano alla costante applicazione di una formula aritmetica: la somma algebrica di due monomi: meritocrazia e bibliometria. Il risultato è un binomio paradossale, una contraddizione in termini; eppure, in perfetta coerenza con l’ideologia produttivistica contemporanea.

La qualità si misura in base alla quantità. Di articoli, di saggi, di libri. Per usare un denominatore comune, di pubblicazioni. Di fronte alla spietata logica del Publish or Perish – “pubblica o muori”- adottata dalle istituzioni universitarie, il ricercatore non ha scelta: se vuole lavorare, deve editare. I suoi studi e il suo progetto vengono semplificati, ridotti in numeri primi, sino all’individuazione di uno e un solo indicatore, il fattore h. Perché il merito di un ricercatore è pari al numero di volte in cui i suoi lavori sono citati all’interno di un certo numero di riviste.

Il mondo accademico ha formulato il proprio slogan: “Dimmi quanto pubblichi e ti dirò quanto vali”. Tuttavia, il margine di errore è troppo elevato e il rischio, per un paese come l’Italia, è eccessivo: la perdita dell’eccellenza.

Dino Distefano è il nome dell’ultimo clamoroso errore di valutazione firmato Italia. Scartato dall’Università di Pisa, a Londra ha creato un software capace di individuare gli errori di sistema, aggiudicandosi un premio definito nel settore “il Nobel dell’Informatica”. Il suo caso è analogo a quello di Nicola Gardini che, rifiutato dall’Università di Palermo- preda del fenomeno “parentopoli”- è divenuto professore di Letteratura Italiana presso la prestigiosa Università di Oxford. Tuttavia, di giovani in cerca di fortuna lontani da casa ce ne sono a milioni.

L’Italia investe 124 mila euro per l’istruzione superiore e la formazione universitaria di ogni singolo studente. Cifra inferiore rispetto alla media Ocse, ma rilevante se la si moltiplica per i 68 mila laureati over 25 che tra il 2002 e il 2011 ha scelto o si è visto costretto a mettere a frutto le conoscenze e le competenze acquisite nel Belpaese all’estero. 8 miliardi e mezzo è la cifra totale spesa in 9 anni per la preparazione di giovani che hanno nutrito l’economia di altri paesi.

L’Italia diffonde il sapere, alimenta i talenti, crea professionisti e poi finanzia la fuga dei cervelli.

 

Share

About Author

scrivendovolo

(0) Readers Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.