Approfondimenti Rivista — 16 marzo 2014

La pretesa più comune è che per la letteratura debbano valere altre regole rispetto a quelle che funzionano per il cinema. Perché essa è altro dal cinema, altro dalla televisione e altro dallo sport o dal videogame. Indubbiamente, sulla carta, lo è eccome, e non sto a ripetere tutte le cose già dette nei post precedenti. Ciò che non entra in testa di molti scrittori è che, molto spesso, è proprio a caccia di quel pubblico fissato con RAIsport o coi film horror che bisogna andare. Facendo storie con ambientazioni di quel genere? Assolutamente no, o perlomeno non necessariamente. Bisogna solo dimenticarsi della concezione che la scrittura sia “elevata” per definizione e conseguentemente libera di fregarsene dei gusti della massa. Ma, soprattutto, togliersi dalla testa l’idea che la letteratura abbia un suo posto su questo autoreferenziale podio solo se corrisponde a canoni estetici elitari, volutamente e insistentemente di scarsa presa sul popolo minuto. Se può sembrare difficile mettere un testo letterario nelle mani di un lettore di fumetti Marvel, posso testimoniare che la cosa non è impossibile. A volte, i lettori ci stupiscono mostrando un occasionale eclettismo che non sempre viene confermato nel tempo, ma a volte si verifica.  Certo, per strappare dalle mani (in senso figurato, ho massimo rispetto per i fumetti) di un amico un coloratissimo albo della Marvel, bisogna scegliere qualcosa di adeguato. Non “Il Diario di Anna Frank”, che tra l’altro con un presupposto del genere suonerebbe come un atto di supponenza e un insulto al lettore a caccia di lecita evasione.

Nessuno può imporre a se stesso di scrivere storie di avventure se il suo terreno è la saga familiare, ma chi ha la predisposizione naturale a scrivere storie in cui non si può riconoscere nessuno in quanto a predominare è l’azione, non deve avere il complesso di sentirsi troppo “commerciale”.

Anzi, giusto o sbagliato che sia, un autore ferrato in storie avvincenti ha una marcia in più per aspirare al successo di massa. La superficialità non la dà l’argomento, ma il come esso viene trattato. E, ancor di più, si può parlare di superficialità se il libro non trasmette alcun tipo di emozione, imprescindibile in un testo. Questo tipo di autori è privilegiato e si sente menomato. Bisogna smettere di considerare il cinema come fosse un discorso diverso dalla narrativa: c’è spazio per tutti, ma ciò che incassa è sempre il cinema di genere (oggi purtroppo solo straniero) o comico. L’intrattenimento. Il giallo e il thriller, così come la fantascienza, sono puro intrattenimento, e se tra i critici e i cinefili l’odioso steccato tra ‘cinema di messaggio’ e cinema ‘di intrattenimento’ è stato finalmente rimosso sotto l’accetta di Tarantino – un’accetta che fa accettare – non ha senso che i giallisti letterari e co. vivano ancora certi complessi superati dalla Storia.

Tra l’altro, mi risulta anche che da anni il thriller e lo sci-fi siano i generi più praticati dagli aspiranti scrittori, quindi mi ha stupito non poco la testimonianza riportata dal bellissimo articolo di Stefano Piedimonte del sito Officinamasterpiece. Piedimonte sosteneva che un libro anche di elevatissima fattura difficilmente troverebbe spazio nelle librerie se non corrisponde ai canoni di velocità e immediatezza di cui sopra, perché i tempi cambiano talmente velocemente che il pubblico si è assuefatto al dinamismo estremo.

Capisco che il problema esiste, ma non è dovuto a fattori particolarmente sofisticati. Come dicevo, gli autori italiani di storie forti, traboccano. Ed è forse proprio questo l’unico e serio problema per la pubblicazione e distribuzione: l’eccesso di offerta. Non è colpa dei tempi, né l’amico di Piedimonte si dovrà mai sentire da meno rispetto a chi pubblica cose più dinamiche. Non è affatto un suo demerito, ma non lo è neppure del genere che lui pratica, che anzi ha dalla sua una scelta originale. Se alcuni poco accorti editori hanno chiesto a questo autore di “rimaneggiare” qualcosa che a detta stessa del collega Piedimonte non ha nulla da cambiare, non prenda per oro le parole di quegli editori. Probabilmente non è il momento giusto, e non tutti hanno la sincerità di dirlo.

Come scriveva Piedimonte, tutte le cose oggi vanno in molto, troppo in fretta. Ma proprio perché è così, non vedo perché adeguarvisi: se mode, stili, contatti umani, gusti e tecnologia cambiano così in fretta, basterà aspettare: al momento giusto, passerà anche l’attimo da cogliere per il suo misterioso e talentuosissimo scrittore introspettivo.

Giovanni Modica

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(1) Reader Comment

  1. Dopo aver scorso l’articolo, ho riflettuto sul fatto che per quello che riguarda gli scrittori italiani di qualsiasi genere, ed in particolare di genere “fantastico”, secondo me, vi sono ben altre questioni più importanti da sottolineare e che vengono prima di mettersi il problema di “stordire il lettore” o meno.
    A mio parere la più rilevante è il fatto che tutti si concentrano sulla trama e l’intreccio e nessuno si concentra sullo stile, mentre invece alla fin fine è proprio quello che inconsciamente attrae o repelle il lettore e che differenzia Stehpen King o Gabriele d’Dannunzio (a prescindere se vi piacciano o meno) da un Fabio Volo qualsiasi.
    Il risultato è che le storie che vengono fuori dai vari scrittori (non professionisti) possono esse belle, medie o brutte, a seconda dell’autore, mentre mediamente lo stile della scrittura, più o meno padroneggiato dagli scrittori, è sempre o quasi sempre al minimo sindacale (generalmente piatto e di default) per narrare una storia di qualsiasi genere.
    Uno stile uguale per tutti, senza infamia e senza lode e con nessuna personalità, e mai con una ricerca o una sperimentazione nella scrittura, come se fosse già molto essere riusciti a scrivere.
    Questa è la mia personale opinione (ovviamente generalizzando).

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