Questa più che un’intervista è un esperimento. Un primo tentativo che non è detto possa avere un seguito. Si tratta di contravvenire a tutte le regole base dell’intervista. Io Francesco Consiglio non lo conosco (quindi non posso fargli domande che riescano a svelare quei punti deboli che dovrei aver individuato). E non ho letto il suo romanzo (quindi non posso smontarglielo pezzo a pezzo, nel bene e nel male). Assodato questo, procediamo.

 1_francesco_consiglio

D. Signor Consiglio, lei scrive. Perché?

R. Perché odio lavare i piatti, spolverare, pulire i vetri, sbattere i tappeti. E ho l’incubo delle grandi pulizie di primavera. Così quando mia moglie m’invita ad aiutarla nei lavori di casa, io rispondo: “Non posso, sto scrivendo”.

D. Lei ha dichiarato, nero su bianco, “Con questo romanzo ha provato a dimostrare che non sa scrivere. Ma non c’è riuscito.” Ne è proprio sicuro?

R. Non l’ho detto io ma Carlo Ziviello, uno dei miei editori. Quell’uomo mi sopravvaluta.

 

D. Il titolo del suo romanzo “Le molecole affettuose del lecca lecca” è un parto della sua mente malata o di quella del suo editore?

R. Mio, assolutamente. Mi considero il più grande scrittore italiano di titoli. Non a caso, il mio precedente romanzo si chiamava “Qualunque titolo va bene”.

 copertina mini

D. È consapevole che tale titolo può (o forse deve) rimandare a suggestioni pruriginose?

R. Un romanzo che si apre con una delirante scena di cunnilingus non potrebbe avere titolo più programmatico.

D. Lo ammetta: lei è uno scrittore di genere?

R. Solo se per genere intendiamo una categoria di composizione letteraria che si rivolge ad un target preciso di lettori. In quel caso le rispondo che il mio è un romanzo per gli ignoranti d’èlite.

D. Si spieghi meglio.

R. Il mio lettore tipo è uno che va a Torino per il Salone del libro, ma prima d’ogni cosa visita lo Juventus Museum, e piuttosto che vedere una conferenza di Alessandro Baricco che spiega le peculiarità stilistiche di Marcel Proust, preferisce stare al tavolo di un bar con Domenico Marocchino e farsi raccontare i perché dell’inopinata sconfitta della Juve con l’Amburgo nella finale della Coppa dei Campioni 1982.

D. Stia attento a quel che dice: che posto hanno le donne nella sua scrittura?

R. Se c’è un verbo che può definire le donne dei miei romanzi, tutte quante, è “perturbare”. Ma non soltanto un perturbare bello, nel senso di meravigliare, stupire; a volte è qualcosa di più pericoloso, la scoperta di una diversità che rompe l’equilibrio psico-fisico di una persona, portandola a compiere atti violenti, un po’ come il vandalo che distrugge un’opera d’arte perché accecato da troppa bellezza.

D. Perché le quattro ragazze citate nella sinossi del suo romanzo sono morte?

R. Forse perché Ciccio Pesce, il mio protagonista, è sfortunato con le donne. Ma loro più di lui.

D. Confessi: Ciccio Pesce è la trasposizione narrativa della sua adolescenza?

R. Mi avvalgo della facoltà di non rispondere.

D. Un thriller goffo può rimanere un thriller?

R. Concordo sul fatto che l’espressione “thriller goffo” può richiamare alla mente una bibita sgassata, ma questo vale solo per chi ama Jeffery Deaver o Thomas Harris. Io sono un fan dell’ispettore Coliandro e di Sanantonio. Mi piace buttarla in vacca.

D. Ci convinca, in cinque righe cinque, che non possiamo non leggere il suo romanzo.

R. Conoscete la storia di Antonio Salvuzzi? Un pomeriggio vide questo romanzo in libreria e si rifiutò di comprarlo. Il giorno dopo, mentre era intrappolato in un ingorgo, un pipistrello vampiro uscì dal cruscotto della sua auto e gli morse i testicoli, succhiandone tutto il testosterone. Ora Antonio si fa chiamare Pussy, lavora sull’Aurelia e pratica tariffe scontate.

D. Crede di esserci riuscito?

R. No.

Bene. Adesso resti in attesa del verdetto.

Share

About Author

scrivendovolo

(0) Readers Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.