le interviste Rivista — 21 giugno 2013

Di Luca Fadda ho letto solo un racconto, “Il pulsante rosso”, durante la selezione per le Cronache dalla fine del mondo. Un racconto che non ha passato la selezione (per un pelo) e che non è stato ripescato (per un solo voto) dalla giuria popolare. Perché ve lo dico? Perché adesso siamo di fronte a “Bentesoi”, il nuovo thriller di Fadda (Edizioni Nulla Die) e l’autore ha deciso di correre il rischio di sottoporsi all’intervista/interrogatorio. La premessa è sempre la stessa: non ho letto il romanzo (sì, lo so, il mio lavoro non lo so fare). E le domande saranno quelle solite (no, non nutro astio nei confronti dell’autore; no, non mi sta mortalmente antipatico e, ancora, no, non mi sto vendicando perché mi ha rifiutato il suo corpo). Pronti? Via.

 Luca Fadda

– Luca Fadda, anche lei scrive. Come si giustifica?

Io non volevo, è nato tutto per uno strano gioco del destino. Io facevo tutt’altro, ero un consulente del lavoro e scrivevo solo ricorsi e contratti. Poi ho capito che contratti e ricorsi erano stati male interpretati dal mio destino. Ho scritto un racconto che parla di corsi e ricorsi, poi ho stipulato un contratto con una casa editrice. Da lì è nato il seguito della mia vita letteraria che, giuro, è avvenuto a mia insaputa.

– Nell’abc dell’editore perfetto, non si accetta un titolo che il 99,9% della popolazione non capisce. Rimedi prima che sia troppo tardi.

Facilissimo: è una parola inesistente, uno slang. L’unione fonetica dell’espressione in quattro parole “Bentu de su sobi”, vento del sole, ovvero lo scirocco in sardo. Se avessi messo come titolo “Scirocco”, forse avrei venduto milioni di copie agli estimatori della coupé Volkswagen. Ma a quel punto anche “Golf” non sarebbe stato male come titolo, ma io sono uno che scrive prevalentemente dei posti dove vive e che ha visitato, quindi l’Italia, ma usare “FIAT” come titolo sarebbe sembrato un po’ anonimo. Certo, “fiat” in sardo significa “era”, ma l’avrebbero capito veramente in pochi. Comunque Bentesoi suona bene. Ah, la “S” è dolce, ma solo quella.

 bentesoihq

– Leggiamo dalla sinossi: “la crime-fiction vera e propria: intensa, strutturata e complicata come in un romanzo di Cornell Woolrich” e ancora “Un romanzo che segue le tracce dell’idea di Patricia Highsmith Sconosciuti in treno, soggetto originale del film di Hitchcock Delitto per Delitto, peraltro più volte citata proprio nella sua rappresentazione cinematografica”. Non ritiene di aver esagerato?

Se fossero parole mie sarebbero certo esagerate. Di solito non mi paragono a nessuno, ma la parte in cui cito Woolrich non è mia, ammetto di averla presa tale e quale da una scheda di valutazione ricevuta da un’agenzia letteraria. Al massimo hanno esagerato loro con l’intento di reclutarmi come cliente, quindi prendetevela con loro. In effetti (detto tra noi) anche a me suonava strano. Invece per quanto riguarda Sconosciuti in treno, chi non ha letto Bentesoi può muovere questa osservazione. Leggendolo invece si capisce che non esagero. Il libro lo cito (nella versione cinematografica) e l’idea dei due protagonisti parte proprio da lì. Non dico di averlo scritto bene come lei, ma l’idea è certamente sua e io l’ho presa come spunto per farla evolvere in maniera personale.

– Leggiamo ancora, dalla sinossi, che l’assassino è… Ma non glielo ha spiegato nessuno che non si rivela l’assassino all’inizio?

Devo dire la verità, non solo ho indicato l’assassino nella sinossi, ma il romanzo stesso lo svela già nelle due pagine del prologo. Ho sempre sognato di iniziare un romanzo svelando l’assassino. Il difficile semmai è giustificare la presenza delle altre 266 pagine. Così, per passare il tempo, ho chiesto ai miei personaggi di raccontarmi un po’ di loro. E hanno acconsentito.

– Confessi: lei è uno scrittore di genere che non rispetta il genere.

Sono quel genere di autore (non sono scrittore, non ancora) di genere che in genere non generalizza. Se c’è una regola è giusto che la si infranga, altrimenti che la scriverebbero a fare? Non credo comunque di aver violato lo schema del thriller, o del noir. Ho preso un omicidio, uno qualsiasi. Ho scelto di raccontarlo, ma durante la scrittura si intuivano il colpevole e la vittima, forse già a pagina dieci. Allora mi son detto: io il colpevole lo svelo a pagina uno, ma poi ci ricamo attorno un bel delirio. Dopotutto l’uccidere è sempre sintomo di follia o disperazione. Il risultato è che l’omicidio in sé non fa da protagonista nella storia, le protagoniste sono le cause. In poche parole, narro la radice del male e non il male.

– Si spieghi meglio, se le riesce.

Sto pensando a quel programma su Rai Tre, si chiama “Amore criminale”. Ecco, il format di quel programma prevede di mostrare la ricostruzione dei fatti che hanno portato a un omicidio. A dire il vero nel 98% dei casi si tratta di femminicidio, ma mi ricordo anche un uomo ucciso dalla ex, forse in una puntata di due anni fa. In ogni caso si sa già dall’inizio chi ucciderà e chi sarà vittima. Chi guarda quel programma lo fa in realtà per curiosare nei “perché”, piuttosto che scoprire il “chi”, il “come” e il “quando”. Bentesoi è un romanzo scritto con quello schema. Starebbe benissimo in una puntata di “Amore criminale”, visto che a pagina uno, oltre all’assassino, svelo anche che la vittima è una donna. E credo che a pagina dieci si capisca già chi è la donna. Ma ribadisco: io voglio raccontare una condizione psicologica, più che un omicidio. In questo, forse, non rispetto il genere, ma proprio nessun genere. Tra l’altro si parla spesso di noir pensando alle saghe di ispettori, mentre io preferisco vedere il noir come l’omicidio visto dalla parte dell’assassino, vissuto con i suoi stati d’animo. E il lieto fine… io con i lieto fine ho qualche problema, non mi vengono proprio.

– Questa la quarta di copertina:

L’amore è una finestra che si spalanca sulla vita, portando una ventata d’aria fresca.

Ma quando la tempesta si scatenerà e verrà il momento di richiudere le imposte, lo si farà tentennando nella speranza che si plachi, fino a che non sarà troppo tardi. Le conseguenze di quel gesto intempestivo saranno danni irreparabili.

Del persistente mutamento di questo sentimento si percepisce in maniera nitida solo la fase terminale, il suo divenire qualcosa che, a quel punto, non ha più niente in comune con la pulsione originaria, se non il medesimo oggetto, ora obiettivo di un’immorale ossessione. Una diversa ragione di vita, figlia della follia e della solitudine interiore, che non distingue più la realtà del mondo da quella raccontata nelle parole di un intimo diario. Pagine che inesorabili riportano la genesi di quel cancro che consuma l’anima, istigando a cercare la pace in un pindarico ritorno alle origini che non sarà mai indolore.

Per nessuno.

Sergio Crobu

Ne possiamo desumere che il Sergio Crobu, il suo protagonista, è un depresso senza speranze?

Questa quarta è stata scritta proprio da lui, e non è un estratto del libro. Dopo aver terminato la stesura, gli ho chiesto la cortesia di scrivermi due righe e lui l’ha fatto. Durante tutta la narrazione Sergio scrive un diario che io riporto a sprazzi; questa è una delle pagine che non ho ricompreso nel romanzo. Lui è depresso, certo, come (chi più chi meno) lo siamo tutti in fondo. Ma in lui c’è qualcosa di guasto, qualcosa di corrotto, di instabile e non è necessariamente l’equilibrio mentale. Anzi, a ben vedere lui alla fine risulta molto lucido. Ma è una lucidità folle.

– E se sì, in che misura le somiglia?

Non posso nascondere che sia lui che Angelo, l’altro protagonista, sono due dei vari aspetti del mio carattere. Mentre Angelo rappresenta il mio passato, Sergio è come sono io oggi. Quindi non si può dire che mi assomigli, posso affermare senza dubbio che sono io. A dimostrazione di ciò c’è anche la foto in copertina: è la sua faccia; la mia faccia.

Le due (anzi tre) donne invece sono alcune situazioni personali che ho vissuto. Leggendo il libro, forse, si capisce cosa ho voluto fare scrivendolo, ma non credo si possa intuire cosa racconto con questa enorme metafora.

– Stia attento a quel che dice: che posto hanno le donne nella sua scrittura?

Non faccio distinzioni tra sessi. In Bentesoi sono protagoniste nell’ombra, indispensabili all’economia della storia e a leggere con attenzione si capisce che tutto ruota attorno a loro. Senza Marina e Nadia, tutta la storia non avrebbe molto senso.

In generale le donne in alcune storie sono protagoniste, in altre no. Ho scritto anche un racconto sulla violenza domestica, e con grande soddisfazione sono riuscito a dare alla vittima la sua rivalsa. In altri racconti sono comprimarie, a volte non compaiono, e in un romanzo (forse fantascientifico, forse thriller, forse noir o forse non lo so) la (le) donna (donne) per una buona metà fanno le comparse, poi diventano coprotagoniste e infine uniche protagoniste. Ma è difficile da spiegare quel romanzo. In ogni caso la donna è presente nelle mie storie come nella mia vita: c’è sempre stata, c’è, ci sarà una donna. Il suo ruolo non è certo stato deciso da me. È suo, non gliel’ho dato io.

– Due amici e una donna a dividerli. Indoviniamo di chi è la colpa di tutto, omicidio compreso, alla fin fine?

Non credo. Anche leggendolo tutto, non troverete mai una parola (mia) in cui si dia la colpa a una donna. Scommetto che non la troverete. Ho cercato, sperando di esserci riuscito, di giocare con la psiche dei personaggi, e i maschi non hanno nessun odio verso le femmine. Stiamo parlando di follia, rimorsi, rancori, e vendetta. Tutto questo non ha sesso, oltre che senso.

– Ci convinca in cinque righe che non possiamo non spendere 20 euro (francamente troppi) per leggere il suo romanzo.

Con questo romanzo non sto vendendo un sogno e nemmeno un incubo. Con questo romanzo voglio veicolare una speranza: che non accada mai quello che v’è raccontato.

– Crede di esserci riuscito?

Non necessariamente. Ma se almeno una persona lo acquisterà per aver letto questa intervista, ho raggiunto un piccolo obbiettivo personale.

Bene. Adesso resti in attesa del verdetto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

THRILLER, IL BIS DI LUCA FADDA

 

Bentesoi, di Luca Fadda, Ed. Nulla Die, pagine 268, € 20,00

 

L’inizio è il classico del giallo: il ritrovamento di un cadavere in una villetta e l’arrivo dell’ispettore Corda. Soffia un forte scirocco che porta subito il lettore in un ambiente molto cagliaritano. Un delitto, un telefonino, i protagonisti che lentamente si affacciano in una vicenda sempre più intricata.

Con “Bentesoi” il trentottenne Luca Fadda si ripropone al suo pubblico di appassionati del thriller in salsa sarda affrontando una storia tra amore, disperazione e follia.

Originario di La Maddalena e residente a Gonnosfanadiga, si è ritagliato un ruolo nell’ambito dei giallisti isolani con la raccolta di racconti “La prigione delle paure”. Ora ci riprova, sempre per la giovane casa editrice Nulla Die.

 

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