le interviste Rivista — 06 giugno 2013

Ho conosciuto Vincenzo Bonaventura per motivi professionali e averlo come capo redattore non è stata un’esperienza di tutto riposo, a dimostrazione che quando si fa sul serio, anche l’intervista a Eleonora Cadeddu (Annuccia di “Un medico in famiglia”, avete presente?) che all’epoca aveva tre anni e mezzo può essere scuola di giornalismo. Oggi me lo ritrovo saggista e, va da sé, colgo l’occasione per vendicarmi. Assodato questo, procediamo.

vincenzo bonaventura

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D. Signor Bonaventura, lei è l’ennesimo giornalista che sente il bisogno di dare alle stampe un libro. Come si giustifica?

R. Essere giornalista non significa non essere un uomo libero… di fare anche altro. E poi per 30 anni almeno ho fatto anche il critico teatrale che è, come dire, una maniera deviata di essere giornalista.

 

D. Lei ha dichiarato, nero su bianco, “Ho puntato non tanto sulle recensioni, troppo legate alla fissità di uno spettacolo lontano, ma a “pezzi” su personaggi del teatro del ‘900. Temi, cioè, che avevano una loro attualità al tempo in cui sono stati scritti (una scomparsa, una ricorrenza, una prima…, senza alcuna intenzione esaustiva), che la conservano anche adesso e che probabilmente l’avranno anche domani. E ho cercato di trasformare il tutto in qualcosa di utile per chi legge”. Pensa di esserci riuscito?

R. Pensare di esserci riuscito è la presunzione necessaria per decidere di pubblicare. Il riscontro poi arriva da chi legge, pochi o numerosi che siano. Certamente un libro che, come il mio, ha un poderoso apparato di note non solo banalmente bibliografiche e un completo indice analitico, diventerebbe utile a chi si interessa di teatro quasi oltre la volontà dell’autore. Penso di esserci riuscito anche perché ho mantenuto intatta la curiosità che mi ha sempre animato nella mia professione e sono piuttosto convinto di trasmetterla al lettore.

 

D. Lei è consapevole che un saggio, scritto da un giornalista/critico, oltretutto su una branca dello spettacolo che notoriamente non fa audience, conferma la teoria che con la cultura non si mangia?

R. Con i libri non si mangia – con la cultura sì – a meno che non siano best sellers. Un libro che parla di teatro è di nicchia e lo si sa, per cui il guadagno è escluso. Ma l’uomo si nutre e vive anche di passioni: quelle che nutrono lo spirito e la mente così come la pasta e il pane nutrono il corpo. Libri e nicchie a parte, con la cultura si mangia perché produce lavoro e mette in moto capitali, anche minimi. Pure pubblicare un piccolo libro produce lavoro: grafici, tipografi, distributori, librerie su strada e online. In un Paese come l’Italia economia e cultura dovrebbero andare sempre a braccetto. Può capirlo perfino un ministro. Un’altra cosa: non è vero che il teatro non fa audience (controlli i dati Siae), purtroppo non ha più spazio sui giornali.

 

D. Ha ancora senso parlare di teatro?

R. Parlare di teatro ha e avrà sempre senso perché il teatro è parte integrante della vita. Nell’era del digitale e del virtuale molte cose spariranno o cambieranno pelle, come i giornali e i libri (a proposito, del mio esiste anche la versione e-book su Amazon), il teatro invece rimarrà intatto nella sua forma base. Cambieranno gli argomenti e i modi di stare in scena, si useranno nuove tecnologie ma il rapporto attori-spettatori, così unico, continuerà a esserci sempre.

 

D. Ma i critici, teatrali e non, servono?

R. Per come sono fatti i giornali oggi, così dediti banalmente schiavi della Tv, la risposta è no. Vedere un grande critico qual è stato Franco Quadri essere costretto, negli ultimi anni della sua vita, a recensire spettacoli importanti in 15 righe credo che sia una vergogna per il quotidiano “la Repubblica”. Ma nell’era del consenso un critico che osa manifestare dissenso è meglio tacitarlo. Come? Non dandogli più lo spazio per scrivere. Certo, le lunghe recensioni di una volta sono anacronistiche, eppure è proprio sul Web, spazio dove ancora esiste la libertà, che la critica teatrale sta rinascendo.

 

D. Comprerebbe a cuor leggero un libro scritto da un giornalista?

R. A causa della crisi economica non si può più comprare a cuor leggero alcun libro. Per il resto che dire? In libreria si può vedere che scrive chiunque: politici (da Alfano a Renzi), divetti della Tv, sportivi eccetera. Perché non dovrebbe farlo un giornalista? Scrivere è proprio il suo mestiere.

 

D. È morta Franca Rame. Dica qualcosa di non scontato.

R. Il suo impegno civile e politico ha sovrastato mediaticamente le sue capacità artistiche e questo non è giusto. Nel tempo, accanto a Dario Fo, era diventata davvero brava e con una sua originalità espressiva. Davvero non meritava di finire in Parlamento con l’Italia dei Valori.

 

D. Stia attento a come risponde: su trentadue grandi del teatro, solo tre donne?

R. Tre, e solo attrici. Il teatro è maschilista nei settori autori e registi. Guardi i direttori artistici degli stabili: sono tutti uomini. In questo il teatro è vecchio, bisogna ammetterlo. Però le cose stanno cambiando, senza la necessità di quote rosa o preferenze di genere. E di grandi attrici, per fortuna, il teatro è pieno.

 

D. Come e quando gli articoli di un giornalista assumono la dignità di capitoli di un libro?

R. Quando si ha la voglia e la coscienza di lavorarci sopra per farne qualcosa di diverso. Pubblicarli senza modifiche oppure senza note che ne ampliano l’orizzonte per me è sbagliato.

 

D. Ci convinca, in cinque righe cinque, che non possiamo non leggere il suo saggio.

R. Il teatro è immortale. Un saggio che aiuta a capirlo, senza la presunzione di dire tutto, significa avere un aiuto importante per godere al cento per cento di una serata a teatro. E significa, spero, anche sollecitare la voglia di scoprire il teatro meno tradizionale, quello che ha sempre il desiderio di dire e fare cose nuove e talvolta ne è capace.

 

D. Crede di esserci riuscito?

R. A questa domanda non tocca a me rispondere (però a lei posso dirlo, purché rimanga un segreto: credo proprio di sì).

 

Bene. Adesso resti in attesa del verdetto

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