Concorso Buk — 22 gennaio 2014

Strano assembramento in quella via tranquilla di cui mi sfugge il nome. Una tarda mattinata di aprile, non troppo tiepida, gli alberelli verdini coccolati da una brezzolina quasi inconsistente. Nel cortile della scuola elementare “Ugo Foscolo” c’è un insolito andirivieni. Mi fermo anch’io davanti al cancello, tanto ho già sbrigato alcune faccenduole, ho un po’ di tempo da perdere. Due classi fanno lezione all’aperto. Leggo il cartello esposto sulla facciata della scuola sopra il portone d’ingresso che cita: “L’ORAGIOCO. UN’ORA DI GIOCO- LABORATORIO DI COMUNICAZIONE”. Altra invenzione degli insegnanti per perdere un po’ di tempo, far sfogare i bambini irrequieti e sostenere che utilizzano metodi innovativi per sviluppare le potenzialità nascoste dei bambini che non sanno più comunicare nonostante la televisione, l’internet e i cellulari. Solita solfa, che ovvietà. Viviamo nella banalità continua, nel regno del luogo comune e la scuola si adegua. Me ne torno a casa. Ma mentre sto girando la faccia, sento un vocìo frenetico che si trasforma in un boato. Scruto al di sopra della cancellata, sono i bambini che urlano come matti, non si capisce più niente. Alcuni si tappano le orecchie con le mani, altri distorcono la faccina in smorfie raccapricciate, altri ancora si rintanano nei recessi del cortile vicino ai muri di cinta, negli angolini più remoti e riparati. Cerco di capire cosa dicono, ma ognuno urla, chi ripete sempre la stessa parola, chi ulula, chi fischia…L’impressione è che siano tutti impazziti, anzi sono impazzite le maestre che hanno avuto questa malsana idea. Altri passanti sbalorditi si fermano, spiano, si scambiano gesti e frasi concitati. “Ma che macello!”, “Che modo di fare scuola!”, “Bell’educazione insegnano le maestre moderne!” E via di questo passo. Alcuni anziani sono divertiti. Le signore logicamente scandalizzate (ma perché le donne sono sempre così pitinfie?). Io sto ferma, taccio e continuo a osservare e ad ascoltare questa insolita lezione. Sono curiosa, anche se infastidita dal frastuono che continua, anzi adesso pure le maestre gridano, rimproverano, fanno finta di litigare tra loro. Non so quanto dura tutta questa babilonia, credo però qualche minuto. Adesso poi, tutti si mettono a correre con traiettorie improvvisate, senza  senso, si scontrano, ripartono, fanno finta di cadere, si rialzano, poi saltellano, zigzagano. Sempre urlando a squarciagola, però a intermittenza, alternando suoni diversi, una sirena, un belato, una vocale e così via. E ora? Mentre corrono e sbraitano, cominciano pure a muovere disordinatamente testa e braccia, e, quando si fermano un attimo si buttano a terra sbattendo le gambe  in movimenti convulsi, anormali. Oddio, una torre di Babele in vorticoso movimento, voci e membra parossisticamente liberate in una sorta di tragicomico ballo senza controllo. Sembra quasi una di quelle selvagge  danze rituali ancora praticate da indigeni con tradizioni ancestrali, dove gli spiriti degli antenati o degli animali-totem si impossessano dei danzatori e li fanno contorcere per ore in una allucinante frenesia al limite della facoltà umana. Anzi, ancora più inquietante, perché qui non sembra esserci un contatto con la divinità che si incontra, anche se brutalmente, con l’umano. Anche l’aria sembra agitarsi, spiffera un’aria freschina che si insinua tra i capelli e sferza i corpi. Noi spettatori, increduli, un po’ angosciati, non riusciamo a distogliere lo sguardo. Mi sento come ipnotizzata, concentrata su tutto questo informe movimento che mi attira nelle sue improbabili spire. Quello che colpisce è l’assoluta mancanza di senso in tutta questa follia che inaspettatamente, finisce nel silenzio più assoluto. Tutti immobili, zitti, si accasciano a terra, sudati, col fiato grosso, le guance rosse. Qualche colpetto di tosse, i respiri che pian piano si regolarizzano.  Immagino il battito folle di quei cuoricini, il fremito delle membra forzatamente bloccate, il disordine ancora scomposto dei vestiti abbondantemente impolverati. Sospiro forte, è come se mi risvegliassi da un incubo. Mi sfrego gli occhi e vedo che anche gli altri spettatori si rilassano, si distendono e si guardano. Mah, che dire? Adesso però voglio capire il perché di tutta questa messinscena, e chi se ne va più? Guardo l’orologio, sono passati solo dieci, massimo dodici minuti. Cosa faranno per il resto dell’ora? Ah, ecco un insegnante che con voce calma li invita ad alzarsi piano, a ricomporsi e a sedersi ordinatamente sulle panchine disposte a file parallele nell’angolo più a sud del cortile. Accidenti, non riesco a vederli bene, io sono dalla parte opposta, comunque allungo il collo a più non posso e aguzzo gli occhi un po’ miopi, dopo essermi calcata ben bene sul naso gli occhiali. L’atmosfera è completamente cambiata. I bambini, chiamati ad uno ad uno dalla maestra, raccontano con una vocina sottile ma chiara cosa hanno provato durante la loro folle corsa. Alcuni confusione, altri paura, chi si sentiva eccitato, chi non capiva più niente, chi si sentiva matto, chi si era divertito un sacco. Una bambina morettina con gli occhietti scuri dice che non vuole più fare un gioco così indiavolato. Un maschietto alto e robusto, invece, ammette che si è sfogato ben bene, ma adesso si sente stanco e debole.  Ma un altro ragazzino, pallido, il nasino affilato e il corpicino un po’ sbilenco (sembra quasi un po’ piegato da una parte) se ne esce come in un soffio: “Era come l’inferno, tutto senza ordine, senza capirsi, senza fermarsi mai, senza quasi riuscire a respirare…”. La maestra lo guarda intensamente. “Bravi, avete cercato di spiegare come vi siete sentiti in una situazione di baccano, di incomprensione, dove ognuno correva da solo, senza badare agli altri, senza ascoltarli. Vedete, purtroppo capita qualche volta che non riusciamo a comunicare con gli altri, anche se ci diamo da fare, cerchiamo di impegnarci e urliamo le nostre ragioni, ma ahimè creiamo solo tanto baccano e nessuno capisce più niente. Avete visto come quando ci siamo calmati, ci siamo seduti vicini e abbiamo cercato di parlare lentamente, siamo riusciti a dirci qualcosa? Ci siamo capiti e abbiamo messo a confronto pareri diversi. Abbiamo comunicato tra di noi. Adesso, proviamo a metterci in gruppetti di tre o quattro, e ognuno di noi racconterà agli altri cosa ha fatto ieri sera dopo la cena. Avete venti minuti circa di tempo a disposizione.”

Mi allontano pensosa. Però, mica ci facevano fare ste cose a scuola! Fissi sui banchi, testa bassa, penna in mano e guai a chi parlava! Magari la mia memoria è un po’ annebbiata e non mi ricordo tanto bene, magari anche noi eravamo argenti vivi e la maestra faticava a trattenerci…mah, chissà perché certi ricordi sono sempre sfumati e il passato è sempre migliore del presente. Comunque, mentre mi affretto verso le mie commissioni quotidiane, porto con me una sensazione di tenerezza mista a preoccupazione: i nostri bambini, i nostri figli, il cuore della nostra vita, vivono già una vita che non è più la nostra e sono già proiettati in un’esistenza convulsa e complessa che noi adulti fatichiamo a comprendere anche se già la sperimentiamo e ne siamo immersi ogni giorno. Come se la caveranno? Riusciranno ogni tanto a fermarsi, a riprendere fiato, a guardarsi negli occhi, a dirsi parole buone, ad alzare gli occhi al cielo e rimanere abbagliati dalla sua profondità? Lo spero tanto per loro. Noi adulti spesso non riusciamo più a farlo.

Share

About Author

scrivendovolo

(1) Reader Comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.