Concorso Buk — 22 gennaio 2014

Aristotele ha scritto che un tutto è ciò che ha avuto un principio, un mezzo e una fine. In un giorno come tanti altri, l’umanità aveva infine raggiunto il suo tutto.

All’alba dell’ultimo giorno dell’umanità, Bocca di Rosa, stanca di vivere tra invettive e amori sbagliati, si recò al convento delle sorelle della Redenzione, dove l’attendevano una dozzina di suore. Segnate dalla clausura e dal tempo, le sorelle avevano volti rattrappiti, seni freddi e occhi cattivi, che tenevano ben nascosti dietro ai loro abiti neri. “Oggi, e per sempre, amerò un solo Uomo”, disse Bocca di Rossa, e quelle, svelte, le sfilarono di dosso i vestiti mondani. Nuda nella sua bronzea pelle, Bocca di Rosa venne lavata dalla testa ai piedi. “Via il trucco attorno agli occhi scuri”, ordinò la superiora alle suore, “e tagliatele anche i lunghi capelli d’ebano”. Pulita e tosata, Bocca di Rosa venne vestita di grigio, e un bianco velo le copriva il capo. Ma nemmeno quelle umili vesti potevano nascondere la venustà di chi, con il solo sguardo, aveva fatto innamorare ogni uomo ch’ella aveva desiderato. E le suore, che acconciando Bocca di Rosa in quel modo avevano creduto di poterla rendere simile a loro, presero a guardarla con occhi ancor più empi. “Vai a lavare i piatti e i pavimenti”, le comandò la superiora. Bocca di Rosa obbedì paziente. Si era fatta novizia per espiare quei peccati che il mondo tutto le attribuiva, e che anche lei negli anni aveva imparato ad addossarsi. Lavare i piatti e i pavimenti, pensava Bocca di Rosa, l’avrebbe mondata da quell’insopportabile bellezza che si portava dietro da sempre. Dall’alba fino a sera, Bocca di Rosa lavorò, pianse e pregò sotto lo sguardo maligno delle suore e quello cupido di Dio e di Satana che, di nascosto, combattevano tra loro per il più bel fiore della Terra.

A mezzodì dell’ultimo giorno dell’umanità, Giuda l’Iscariota incontrò per strada un barbone. Il vagabondo se ne stava sdraiato sopra un marciapiede sporco, reggendo tra le mani una vecchia tazza di metallo vuota. Mosso da pietà, Giuda si tolse il cappio dal collo, prese dalla tasca dei pantaloni il sacchetto con dentro le sue trenta monete d’argento, e disse al barbone: “Vieni con me”, e il vagabondo, che aveva poco più di trent’anni, seguì l’Iscariota. Giuda fece lavare e radere il poveruomo, e nel negozio d’abbigliamento più costoso della città gli comprò un elegante abito grigio, una camicia bianca, una cravatta nera, e scarpe di pelle dalla punta quadrata. Quando uscirono dal negozio il barbone guardò la sua immagine riflessa allo specchio: era bello come un signore, ma il volto, deperito, gli ricordò che non mangiava da giorni. “Ho fame”, disse timidamente il barbone. “Seguimi”, rispose Giuda, e insieme andarono a pranzare nel ristorante più esclusivo della città. “Mangia ciò che vuoi”, disse l’Iscariota, e ad un cameriere quasi sordo il vagabondo ordinò un antipasto, due primi piatti, tre secondi, una bottiglia di buon vino e frutta a volontà. Giuda, invece, prese per sé un tozzo di pane e un bicchiere di vino. “Perché sei così buono con me?” Chiese il barbone a Giuda, ma l’Iscariota non rispose. Poi, quando il barbone finì di riempirsi lo stomaco, Giuda spezzò il pane e gli disse: “Per trenta danari ho venduto e tradito il mio Dio”. Il vagabondo allora scoppiò in una fragorosa risata, tant’è che tutti i clienti del ristorante si voltarono a guardarlo. “Ridi?” Chiese sbigottito l’Iscariota, convinto d’aver appena confessato il più terribile dei peccati. “Rido”, gli rispose il barbone, “rido perché per vivere da immortale ho venduto e tradito la mia famiglia, condannandomi ad un’eterna solitudine. Tu, amico mio, non avevi scelta. E dunque non ho forse fatto peggio di te?”

Giuda mangiò il pane, bevve il vino, e infine rispose al suo antico maestro: “Tu l’hai detto, rabbi”.

Al tramonto dell’ultimo giorno dell’umanità, in una chiesetta sconsacrata di periferia, Paolo decise di prendere Francesca come sposa. Per le nozze nemmeno un fiore profumava l’aria, le candele non bruciavano, le panche della chiesa erano vuote, e Wagner suonava una marcia muta mentre i futuri sposi attendevano, nel più religioso silenzio, l’arrivo del prete. “Vedrai che arriverà”, sussurrò Francesca, e negli occhi di lei c’era così tanta tenerezza che anche Paolo se ne convinse, e piano le carezzò i lunghi capelli. Gli sposi non erano ben vestiti. Avevano comprato i loro abiti cerimoniali per quattro soldi da un mercante truffaldino, che aveva dato a Paolo un vestito da sposa, e a Francesca uno da sposo. E conciati in quella strana maniera, gli sposi stavano di fronte all’altare aspettando il prete. “Arriverà”, ripeté Francesca, che non aveva perso la speranza. Paolo allora le prese le mani e ne baciò le dita, una ad una, lasciando per ultimo l’anulare sinistro, ancora nudo. I minuti però passavano, e il prete continuava a tardare. Per ingannare il tempo Francesca si guardò intorno, e alzando gli occhi vide sopra di lei la statua di un Cristo solitario, che dall’alto della sua croce di legno guardava i due infelici sposi senza mai cambiare espressione. Infine, d’un tratto, la porta della chiesa sconsacrata si aprì, e la voce di un giovinetto annunciò: “Oggi il prete non verrà, ma verrà domani”. Paolo e Francesca capirono, si guardarono negli occhi, e piangendo si baciarono di un bacio non più rubato e tremante, come era stato in principio, ma vero come la loro carne ed eternamente appassionato.

Alla sera dell’ultimo giorno dell’umanità, un vecchio, dal ventre gonfio e le mani unte, uscì dalla sua tana dorata. Triste e sconsolato, camminava per le strade buie della città finché un altro uomo, vecchio come lui, gli venne incontro. I due un tempo erano stati gemelli, ma adesso non si somigliavano affatto: il primo era grasso, vestito di lino e seta, e non faceva altro che parlare; il secondo era magro, indossava stracci, e non aveva mai aperto bocca in vita sua. “Amico mio”, disse il gemello ricco tentando di abbracciare il fratello, ma quello, schifato, fece un passo indietro. L’uomo dovizioso però non si scompose, e con un sorriso finto stampato sul volto opulento, gli rivelò di aver trovato un modo per beffare la fine del mondo: “Ci nasconderemo sottoterra. Lì la morte non potrà trovarci. E domani, all’alba, saremo ancora vivi. Fidati di me”. Ma il gemello povero non prestava ascolto alle parole del fratello, e riprese a camminare lasciando l’altro indietro. “Folle!” Urlò il fratello ricco, “senza di me morirai. Resta al mio fianco e vivi”. Allora il gemello povero si voltò, e per la prima volta in vita sua, parlò: “Non ti è bastata tutta una vita? Cos’altro vuoi da me?”

E quello gli rispose: “Scava una buca profonda per me, e poi una per te. Ci nasconderemo nelle fosse e sopravvivremo, fidati”. Vedendo il poveruomo tornare sui suoi passi, il gemello ricco pensò di aver convinto il fratello, e ridendo di gusto gli porse una pala per scavare. Ma il fratello povero non aveva più intenzione di sottostare alle prepotenze del gemello, e dopo aver scansato via la pala, raccolse da terra una manciata di cenere che lanciò con disprezzo sul capo del fratello. Dopo di che il poveruomo, finalmente libero, proseguì per la sua strada, aspettando la fine nel buio di una notte senza stelle.

Share

About Author

scrivendovolo

(0) Readers Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.