Approfondimenti Rivista — 15 novembre 2012

Medioevo e umanesimo. Antico e moderno. Un moderno che, per assurdo, va indietro nel tempo. Come spiegare tale ossimoro? Con la riscoperta dei classici, o, per meglio dire, con la riscoperta dell’uomo attraverso la letteratura latina e greca. Tralasciando il risvolto antropologico di tale movimento, concentreremo l’attenzione sul versante culturale: fioriscono le arti, l’architettura, l’uomo si sente protagonista del mondo, trova le forze di creare il suo destino. A definire la centralità dell’uomo sono due componenti che stanno alla base dell’azione umana: i sentimenti e la ragione, che sviluppano, nel ‘700, due grandi movimenti culturali europei figli dell’Umanesimo, Romanticismo e Illuminismo. Insomma, tutta roba che trascende la vita pratica, fino a quando industrializzazione, razionalismo e idea di progresso (tecnico ed economico, non umano) hanno lentamente affievolito le capacità artistiche dell’uomo; hanno posto in secondo piano non solo il concetto di cultura, ma anche la sua applicazione pratica.

Ma cos’è la cultura? Per molti un concetto astratto, ma non per questo superflua. È la dimensione immateriale dell’essere, quella che Marx definisce “sovrastruttura”, ovvero le manifestazioni spirituali dell’uomo (le forme giuridiche, politiche, religiose, filosofiche e artistiche) che sono determinate dalla base socio-economica, dai rapporti di produzione. A conferma di questo rapporto di dipendenza, riprendendo le parole di Marx, diremo che non è la coscienza degli uomini a determinare il loro essere, ma il loro essere sociale determina la loro coscienza. Per cui, non essendo la componente ideologica una realtà a sé stante, la classe intellettuale non è libera, non gode di quell’autonomia che si credeva essere la caratteristica principale di letterati e filosofi. Ma è su questo che si dovrebbe puntare, sulla libertà delle espressioni culturali, sganciate dal divenire storico e basate sui rapporti umani; rapporti umani intesi non in termini di economia e società, in quanto queste ultime presupporrebbero differenze che spazzerebbero via ogni tipo di umanità. Motivi economici e sociali, infatti, tendono ad oscurare alcune culture, come ad esempio quelle dei paesi in via di sviluppo. Si viene così a creare una distinzione tra cultura egemone e subcultura che, erroneamente, viene giudicata inferiore a quella dominante. Diverso è il caso dell’anticonformismo, che anziché porsi, come la subcultura, al fianco della cultura egemone, entra in contrasto con essa cercando di sostituirla.

La cultura racchiude una tradizione appartenente a ognuno di noi, dall’uomo dell’antica Roma al cittadino digitalizzato del Terzo Millennio, per cui sarebbe un grande errore leggerla in chiave marxista e quindi sincronica.

Con la cultura si prende coscienza di tutti quegli eventi che hanno fatto la storia, e di quelli che con forza dirompente faranno il futuro. Cultura significa conoscere ciò che ha segnato e caratterizzato noi stessi e la nostra società, significa prendere atto di ciò che è stato prima di noi. Ma soprattutto prendere atto di ciò che è diverso da noi; le culture sono tante e confrontarsi con esse è fonte di arricchimento, di crescita e progresso. E grazie a ciò si impara a vincere il razzismo, a non considerarsi i migliori: fin da piccoli ci insegnano a parlare una determinata lingua, a mantenere un determinato comportamento, a pensare in un dato modo. Per cui il modello culturale della nostra società sembra essere l’unico possibile, o, peggio ancora, l’unico degno di essere seguito. È fondamentale, invece, attraverso la conoscenza di altre culture, capire che ognuna di esse ha contribuito alla costruzione delle basi su cui poggia il nostro pianeta; ognuna ha svolto una funzione precisa e fondamentale, ragion per cui merita dignità e soprattutto diritto di non essere calpestata.

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