Concorso Buk — 22 gennaio 2014

“E’ Silvia. Biascica”, mi fa Serena. “Vuole parlare con te”, mentre sto guidando con il sole che mi acceca.

“Uh”.

“Te la passo. Tieni”.

“Ciao Silvia, che c’è?”.

“Ciao. Ho preso il tavor e i valium”.

“Ma sei scema!?”

Fermo la Panda, scendo al volo e faccio capire a Serena che deve guidare: dobbiamo andare da Silvia.

“Alessandro… non mi vuole… non ce la faccio…”

“Quante scatole?”

“Due, tre…”

“Quando le hai prese?”

“Ora. Sto buttando giù l’ultima pasticca adesso”.

Porca puttana. “Dove sei? A casa?”

“Sì. Sto a letto. Con Minnie”.

“E’ a casa?” Mi fa Serena.

Le rispondo muovendo la testa.

“Oggi Alessandro si è andato a fare e, quando è tornato, non mi ha neanche guardato. Quello stronzo”.

“Silvia, Alessandro è un tossico. Lo conosci. Lo sai come vanno queste cose”.

“Ma lui è diverso. E’ così bello, perché deve rovinarsi così?”

“Perché? Perché si fa, Silvia. Non è Alessandro, è così”.

“Ma ieri siamo stati insieme. E quando lo vedo, lui, lui è speciale. Non è come tutti i tossici”.

“Minnie è con te? E’ lì con te?”

“Sì, non si è mossa mai. Ogni tanto mi lecca la guancia e tira su la zampetta. Mi fa le carezze. E io non l’ho portata neanche fuori. Com’è fuori?”

C’è il sole. L’oro. La vita.

“Hai bevuto?”

“No… ho preso solo le pasticche… che devo fare con Alessandro?”

Sbriciola parole.

“Tanto lui non cambia. Io sto male. Non ce la faccio. Meglio così”.

“Silvia, stiamo arrivando. Non dire stronzate. Ti suono. Ce la fai ad aprire?”

“Lascia stare, non venite. Sto male… non ce la faccio”.

“Ce la fai ad aprire la porta?”

“Sì, sì… ma io voglio morire”.

“Sei sicura che riesci ad aprire?”

“Sì, ce la faccio. Ma lasciatemi morire, per piacere”. Chiude la telefonata.

“Ha messo giù!” Dico a Serena.

“Cosa ha fatto?”

“Ha preso i tavor e i valium”.

“Mamma mia, e perché?”

“Per Alessandro. Dice che non la vuole, che non capisce, che s’ammazza”.

“Povera Silvia. Sempre così. S’innamora sempre dei tossici”.

“Sì. E bella com’è… pensa quanti uomini potrebbe avere. E s’imbarca sempre in queste storie! La richiamo”.

“Risponde la TIM. Ha spento il cellulare”.

“Ti ha detto da quanto ha preso le pasticche?”

“Aveva appena finito il valium. Se è vero, ce la facciamo”.

“Vuoi chiamare l’ambulanza?”

“Quando siamo lì”.

“Meglio”.

“Non vorrei che facessero come una settimana fa, da Simone. Che ci fanno storie, perché non siamo con lei. E come facciamo a sapere se è vero…”

“Uhm. Se stava prendendo l’ultima adesso, ce la facciamo. Siamo quasi arrivate”.

“Prova a richiamare”.

“Niente. Spento. Attenta!”

“Scusa. Non l’ho visto. Ho il sole che mi acceca”.

“Piccola Silvia. Si distrugge”.

“Eh, non pensavo che fosse partita così per Alessandro”.

“Neanch’io. Ha sempre quell’aria. Sembra che non gliene importi niente di nessuno. E invece sta male. Sta proprio male”.

“Sì. Nasconde tutto”.

“Speriamo bene”.

Silvia vive vicino al mare. E oggi per qualcuno è giornata di mare.

La porta scatta, al terzo tentativo. E il monolocale è aperto.

“Silvia?” Fa Serena, mentre entriamo.

“Silvia?”

Ci viene incontro Minnie, con gli occhi spalancati e la coda in mezzo alle zampe. Inizia a spingermi verso il letto, puntando il muso sul mio culo.

Silvia è seduta nel buio delle persiane, contro la parete, laggiù, dove la testa le tocca quasi il soffitto.

So che Serena ha già iniziato a scrutare tutto questo nero, e io mi lascio spingere da Minnie sul letto.

“Ciao, come stai?” Cerco i suoi occhi, ma ballano su se stessi.

“Per te è bello Alessandro?”

“Sì, bello. Ma che c’entra? Non ti puoi ammazzare per lui!”

Cerco le sue pupille, ma si perdono nel verde.

“Non mi vuole, è stronzo…”.

“Dove sono le scatole?”.

“E’ bello? Non capisco più niente quando lo guardo ne… gli occhi”.

“Dove hai messo le scatole?”

“Non ce… la faccio più… sto male…”.

“Sicura di aver preso valium e tavor?”

“E’ andato via… con Mezzouomo oggi, hai visto? Quella puttana! Fa schifo solo a guardarlo, brutta come la fame. Gli sbava sempre dietro. Lo compra con la roba…”.

“Silvia, Alessandro si fa. Mi senti? Mi senti?”

Arriva con la testa sulle ginocchia, e si abbraccia le gambe bianchissime.

L’anellino sulle dita dei piedi brilla sotto la luce della finestra.

“Chiamiamo l’ambulanza”.

“Voglio morire… Alessandro non mi vuole”.

Silvia è bellissima, anche adesso che è tutta sconvolta e bagnata, è bellissima e profuma tutta la stanza.

“Chiamiamo il 118”.

Con le mani cerca il blister di valium sopra le rose nere. Le ciocche quasi bianche le arrivano sulla coperta. Ne unisce due o tre e, mentre vorrebbe fermarle con una mollettina, le ricadono sulla fronte.

Gliele sposto.

“Riesci a capire quello che ti dico?”

Ha le guance rigate dal nero degli occhi e, mentre si stringe ancora su stessa, si tinge anche le braccia.

“Va bene, noi chiamiamo l’ambulanza”.

“Come… vi pare. Un modo… per ammazzarmi… lo trovo uguale”.

Guardo l’ombra di Serena che si allontana con il cellulare in mano, e si va a chiudere in bagno. Mi accendo una sigaretta, mentre la testa di Silvia si piega all’indietro. Si ferma lì. Mi alzo.

“Minnie” fa Silvia, mentre per un attimo guarda il soffitto.

Faccio cerchietti con il fumo. Volano verso la luce del mare, tagliati dal cane.

“Minnie, vedi… quanto è stronzo Alessandro… eppure è così bello. Vero che…?”

Dalla finestra vedo un cappello di paglia, seduto sulle scale, che fa i cruciverba e due ragazzi che gli passano accanto, diretti alla spiaggia.

C’è chi si ammazza di dolore e chi va al mare.

Serena torna. Mi fa cenno che ha chiamato e guarda Silvia dal fondo del letto. Uno sguardo veloce e con la mano accarezza Minnie.

“Si sta addormentando. Speriamo che arrivino subito”.

“E’ tutta impastata e ha le pupille piccolissime”.

“E’ un casino in strada. La gente ha già iniziato ad andare al mare”.

“Intanto vado di sotto”.

“Va bene. Io provo a tenerla sveglia”.

“Se c’è qualcosa, fammi uno squillo, che salgo”.

“Certo. Guarda lì. Non riesce più neanche a parlare… sta provando a dire qualcosa”, ma Silvia non ce la fa e cede tra le rose nere.

“Hai trovato le scatole?”

“No, non le vedo. Il blister del Valium è lì, l’ho messo sopra il davanzale. Ricordiamoci di dire del tavor”.

“Apriamo le persiane?”

“Guardale. Se le tocchiamo, cadono in testa a qualcuno”.

“Già. Bottiglie non ci sono”.

“Non mi pare di averla mai vista bere, in piazza”.

“No, neanche a me”.

“Vado giù”.

“Va bene”.

Stavolta i cerchietti arrivano alla finestra e avvolgono il Monte. Serena è più brava di me.

C’è un sole che spacca. Lo guardo un attimo e subito cerco un pezzo d’ombra. E’ una giornata caldissima, perfetta per un bagno. L’aria di sale arriva fin qui, decisa. Mi siedo vicino alla donna che si impegna nei suoi cruciverba e guardo chi passa.

 

Chi ha fatto la spesa

Chi va a prendere il treno

Chi ha comprato l’ombrellone

Chi torna dall’orto

Chi si è fatto e becca

Chi lo guarda inorridito

Chi lo guarda e lo invidia

Chi lo guarda e si preoccupa

Chi guarda il Monte e si preoccupa

Chi va a mangiare il gelato

Chi spera nella pioggia

Chi va a bere un caffè

Chi cammina telefonando

Chi si ferma per telefonare

Chi aspetta l’ambulanza

Chi aspetta il mio squillo

Chi aspetta di morire,

Ma il cielo è sempre più blu.

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