News Rivista — 31 gennaio 2013

Forse un po’ troppo presa dalle imminenti elezioni politiche, l’agenda setting dei media italiani fa calare spesso una coltre di ignoranza su notizie di politica estera di una certa rilevanza. Una di queste è la situazione Maliana, con le truppe francesi e locali che sono ormai giunte alle porte di Kidal, maggiore città del nord del Mali ancora sotto il controllo dei separatisti dell’Azawad. I jihadisti in fuga, stanno cercando di rendere la vita agli autori della “reconquista” più difficile possibile, facendo terra bruciata dietro di loro di ogni cosa, nel vero senso della parola. Tanto che appena prima della liberazione della capitale culturale del Mali, Timbuctù, i salafiti hanno deciso di dare fuoco a una biblioteca, l’istituto Ahmed Baba che contiene preziose e fragilissime collezioni di codici e manoscritti risalenti al 1.200. Si tratta di più di 20 mila manufatti, alcuni dei quali immagazzinati in grotte sotterranee.

Già nei mesi scorsi le forze ribelli si erano rese protagoniste di episodi del genere avendo distrutto numerosi mausolei, santuari e le tombe dei teologi sufi, una corrente dell’Islam considerata troppo moderata.

Fortunatamente giunge da alcuni autorevoli esperti la notizia che la maggior parte degli antichi manoscritti di Timbuctù si è salvata dal rogo. “La gran parte della collezione – ha detto il professor Shamil Jeppie, dell’università di Cape Town, esperto dei manoscritti della città sahariana – non è andata distrutta, né è rimasta danneggiata”. Anche una fonte locale, che lavora alla conservazione dei manoscritti di Timbuctù, ha confermato che il 95% dei documenti, che in tutto assommano a oltre 300 mila, sono “sani e salvi”.

Secondo gli esperti, i manoscritti che sono andati perduti ammonterebbero a circa 2 mila unità, mentre il grosso della collezione si sarebbe salvata grazie anche all’operato preventivo dei curatori che, dopo la presa della città da parte dei ribelli islamisti, ha nascosto gran parte delle opere in luoghi sicuri.

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