le interviste Rivista — 10 agosto 2014

Chi è Massimiliano Parente? Innanzitutto non è un giornalista, pur essendo noto per le sue feroci stroncature letterarie all’interno delle pagine culturali del Giornale; non è un “nichilista”, bensì un realista con una salda formazione scientifica, che spazia dalla fisica quantistica alla biologia molecolare e – in un certo senso – non è neppure umano, perché per scrivere ha rinunciato a vivere, annientandosi nell’opera e dentro l’opera. Procedendo per sottrazioni siamo ora in grado di aggiungere la cosa più importante: Massimiliano Parente è uno scrittore, uno dei più interessanti del ventunesimo secolo. Ha scritto sette romanzi, che lui stesso considera consequenziali l’uno all’altro. I primi tre (Incantata o no che fosse, Es, 1998; Mamma, Castelvecchi, 2000; Canto della caduta, Es, 2003) sono proiettati nell’immaginario sessuale dentro un universo mentale fatto di feticismo, coprofagia, sadomasochismo, incesto. Opere oniriche, dove la realtà esteriore (“la prigione del fuori”) sembra quasi sfumare, cedendo il passo alla dimensione psicologica, fatta di gesti e sensazioni reiterate, alla ricerca di un’immagine sempre perfettibile e mai definitiva. L’opera scritta è in realtà la trasposizione immediata del pensiero pensato, senza filtri di sorta. Dopo di esse abbiamo tre opere monolitiche, gargantuane: pur essendo romanzi distinti, insieme formano la Trilogia dell’inumano e ciascuna di queste opere/mondo scandaglia l’esistente servendosi di una solida leva critica (la dimensione sotterranea e tentacolare del sesso ne La Macinatrice, Pequod 2005, il mondo dello spettacolo, che si dilata fino a travalicare i suoi stessi confini in Contronatura, Bompiani 2008, la realtà fisica, chimica e biologica ne L’inumano, Mondadori 2012). A gennaio 2014 è uscito per Mondadori il suo ultimo romanzo, Il più grande artista del mondo dopo Adolf Hitler, dove l’artista contemporaneo Max Fontana spinge fino al suo limite più estremo e parossistico l’arte, e con essa l’umanità, la vita stessa. Questo per far capire al lettore non di chi, bensì di cosa stiamo parlando.

 

L’artista Max Fontana registra sull’iPhone appunti vocali per la sua autobiografia. Ne fuoriesce il ritratto di una persona che, col candore di un bambino, dice le cose che pensano tutti e che nessuno ha il coraggio di dire, e quindi “quello che ha fatto Hitler […] mi sembra da un certo punto di vista anche una figata”, o “è brutto quando vorresti qualcuno morto […] ma è anche liberatorio”. L’autobiografia di Max Fontana è la biografia dell’umanità, portata fuori da ogni finzione sociale?

Non direi dell’umanità tout court, perché l’umanità, presa tutta insieme, è più stupida di qualsiasi altra specie animale, altrimenti non esisterebbero le religioni. Max Fontana attacca la convenzionalità del linguaggio, del “questo non si può dire”, ma anche il concetto di opera d’arte. Molti, per esempio, si sentono in dovere di venerare l’arte del passato, trasferendogli un concetto di genio che è successivo, di origine romantica. Max Fontana ha il coraggio di costruire una Macchina per sputare sulla Cappella Sistina perché pensa non ci sia più nulla da venerare, o di comprare e scartavetrare un madonna con bambino di Giotto perché se gli artisti per secoli hanno dipinto Madonne con bambino tanto intelligenti non erano. D’altra parte lo penso anche io.

 

Il romanzo trascina il lettore in una corsa rocambolesca che alle volte dà l’impressione di trovarsi dentro un film d’azione (vi sono molteplici riferimenti a Rambo, Thelma e Louise e tanti altri, lo stesso Max Fontana definisce il suo taglio di capelli un misto fra quello di Hitler e di Jack Nicholson): che spunti ti hanno dato il mondo del cinema e quello televisivo per la stesura del più grande artista

Tantissimi, e anzi la fiction è uno dei temi portanti del romanzo perché alla fine film e serie televisive sono gli unici paradisi esistenti, soprattutto quelli che abbiamo vissuto da bambini, quando non ci ponevamo il problema della finzione. Molte donne che ho amato sono dentro le serie televisive, da Jamie la donna bionica alla Pamela di Ralph Supermaxi eroe alla Denise dei Robinson. Quando Max riflette sul fatto che i suoi miti, come Doctor House, sono solo finzione, vuole vendicarsi, uccidendo gli attori perché impostori. Max si ribella contro le imposture della vita, spesso giocando con il senso di scandalo sociale, e questo romanzo è il rovescio della medaglia comico della tragedia biologica che ho affrontato con Contronatura e L’inumano.

 

Max Fontana si definisce “la forma della coscienza della superficialità dell’umanità” e in determinati frangenti rivela una profondità di pensiero notevole, oltre che una discreta conoscenza fisica del nostro mondo. Secondo te è possibile che Max Fontana, tra una mostra d’arte e l’altra, abbia letto i libri di Massimiliano Parente? 

Nella realtà nessun artista potrebbe scrivere il libro di Max Fontana perché gli artisti, a parte Marcel Duchamp, Andy Warhol e pochi altri, sono stupidi. Lucio Fontana, l’omonimo di Max, diceva delle cazzate paurose. Perfino Max credo non avrebbe mai letto i miei libri, e però lui esiste molto più di me, che più scrivo meno esisto come persona. Ogni volta che vado in televisione mi sembra un evento assurdo. Addirittura Francesco Borgonovo mi vuole portare a settembre a essere ospite fisso de La Gabbia di Paragone, su La 7, e a me sembra una cosa insensata. Insomma, capisco che sia buffo vedermi in carne e ossa, e per noia posso essere divertente, ma in realtà, quando non scrivo, sono un uomo assolutamente inutile, infantile e sociopatico. Per questo ho la Playstation.

 

Parliamo del tuo prossimo libro. Da diverse settimane circolano tue foto su Facebook mentre indossi una maschera di Batman: che correlazione c’è tra il celebre supereroe della DC Comics e il nuovo romanzo di Parente? Rivelaci qualcosa di più sulla tua prossima opera. 

Anzitutto non sono semplici maschere ma tecnicamente cowl, ossia cappucci in poliuterano che mi faccio fare a Londra e a Miami. E ovviamente c’entra Batman, nel mio nuovo romanzo, ma non vi dico come né perché. Sarà un romanzo sentimental-supereroico, una storia d’amore e anche fisica, nel senso tra Sophie Kinsella e Stephen Hawking.

 

La maggior parte delle tue opere è fuori catalogo, difficilmente reperibile anche nei grandi store online. Con Mondadori si è mai parlato di una possibile riedizione complessiva, magari sotto la collana Oscar? 

Ne ho parlato con Antonio Franchini, è probabile che all’uscita del nuovo romanzo Mondadori si ripubblichi Contronatura. Ricevo molte lettere al mese di lettori che non trovano diverse opere precedenti, ma, nel tempo, vorrei portarle tutte in Mondadori, almeno la trilogia. Tanto Einaudi non pubblicherebbe mai libri simili, sono troppo stronzi, forse Adelphi, ma dovrei essere morto, e con Rizzoli ci sono già stato, con quella stronza di Elisabetta Sgarbi.

 

Prendendo in esame diversi campi dello scibile – dalle discipline umanistiche fino a quelle scientifiche – quali autori ti hanno influenzato maggiormente nella tua formazione intellettuale di scrittore? 

Marcel Proust sopra chiunque altro, per una semplice ragione: oltre a aver scritto il più grande romanzo di tutti i tempi, è l’unico che usa la letteratura per arrivare a una presa di coscienza epistemologica che sia anche scientifica. Non per altro è uno dei pochi scrittori a aver letto e capito Darwin, e non solo all’epoca ma perfino oggi. E poi molti scienziati, da Sean Carroll a Stephen Pinker, da Richard Dawkins a Dan Dennett, da Antonio Damasio a Michael Gazzaniga. Gli scienziati sono molto più interessanti degli scrittori.

 

Tra i tuoi lettori puoi vantare una schiera di giovanissimi: studenti liceali e universitari, in media poco più che ventenni, capaci di analisi lucide e più attenti alla letteratura contemporanea di molti critici letterari. Come ti spieghi questo fenomeno? 

È una cosa che ha stupito anche me. Credo dipenda dal fatto che i giovani hanno meno filtri culturali, ideologici, religiosi e quindi, se sono intelligenti, sono più liberi, quando non vengono rovinati dalla scuola. Ma d’altra parte se vengono rovinati dalla scuola non sono così intelligenti e allora possono anche iscriversi alla Cattolica e diventare degli intellettualini cattolici di destra, per esempio.

 

In una recente intervista per Write and Roll Society, hai dichiarato: “Dall’88 al ’98 ho scritto tre romanzi, mai pubblicati […] Tutto quello che scrivevo lo mandavo ad Aldo Busi e ad Alberto Arbasino, li stimavo, conoscevo ogni loro riga”. Se oggi un ragazzo inviasse a te tutto quello che scrive, che consigli gli daresti? 

In genere oggi, soprattutto tramite Facebook, ti scrivono per essere letti ma senza averti letto, o ti hanno letto ma ti hanno frainteso, quindi mi mandano cose di cui non mi frega niente, e lo si capisce già dalla sciatteria con cui ti scrivono, che finisce sempre “con stima”. Semplicemente ci provano. Io quando mandavo i miei romanzi a Busi è perché lo conoscevo benissimo e, all’epoca, era un punto di riferimento. Oggi non più. In compenso mi arrivano perfino romanzi che parlano di idiozie come “anima” e “dio” e “spiritualità”, a me! Nel 99% dei casi non rispondo proprio, quando ho tempo a qualcuno rispondo anche male e poi magari finisce su qualche blog a scrivere cose contro le mie opere. Poi ci sono delle eccezioni, talvolta sorprendenti. Per esempio sto appoggiando un giovane ventiseienne geniale, Tommaso Sollai, l’unico con cui ormai parlo di letteratura, che mi ha colpito molto e ho presentato alla Mondadori. A settembre consegnerà il suo primo romanzo, molto fico, intelligente e perfino con le carte in regola per avere successo, e spero che la Mondadori lo prenda.

 

Andrea Emmanuele Cappelli 

 

 

 

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