Approfondimenti Rivista — 18 novembre 2013

Il “day after” della prima puntata di Masterpiece non poteva non scatenare una serie di scintille infinita. In fondo, siamo il Paese delle contraddizioni e dei contraddittori, dove il più punzecchiato diventa il più simpatico e i casi umani diventano icone pop (in discoteca c’è chi dice che Nicole Minetti sia un esempio di donna da seguire, figuriamoci).

Quindi, come tutto ciò che succede in Italia, anche Masterpiece ha fin da subito dimostrato di essere l’ennesimo programma che o si ama o si odia.

Sebbene diversi addetti ai lavori avessero già bocciato l’idea da tempo immemore, lo strumento comunicativo del terzo millennio, Twitter, ha fatto in modo che migliaia di persone, tra cui diversi aspiranti scrittori, scrittori veri, pseudo-intellettuali e semplici curiosi, si potessero scatenare commentando la puntata a suon di cinguettii.

Ovviamente, gli attacchi alla qualità scadente del format televisivo del talent per scrittori non si sono fatti attendere. E il giorno dopo c’è chi, come Beatrice Dondi, dalle pagine online dell’Huff.Post, tenta la levata di scudi:

“Tanti difetti, alcune lentezze, la sfiga di debuttare nel giorno della morte di Doris Lessing. Ma sinceramente con tutta la melma che ingolfa il fiume televisivo Masterpiece ha un effetto rigenerante, una spallata complice al buongusto, al divieto del volgare e del colpo di scena, un regalo di ottimismo della serie certo che si potrà fare di meglio ma sappiamo fin troppo bene quanto siamo capaci di fare peggio.

Eppure il senso di acido rancore che si è percepito nelle tastiere astiose dei telespettatori armati di social network ha avuto dell’incredibile”. 

La Dondi accusa quelle stesse tastiere di essere sempre state complici silenziosamente di spettacoli davvero atroci come l’Isola dei famosi, o simili, tralasciando un presupposto importante però: probabilmente nessuna di quelle tastiere ha mai speso più di 42 secondi di fronte all’Isola dei famosi. Ma vabe’, pensiero mio.

Dove però mi sono davvero sentito chiamato in causa è nel paragone immediatamente successivo tentato dalla giornalista:

“Tutti contro Masterpiece invece, subito dopo essere stati tutti contro Fabio Volo, il grande nemico che ha osato scrivere sul Corriere della Sera. ‘Basta, non se ne può più’, twittavano compulsivamente quelli del Grande Esercito della Cultura 2.0. Ma nessuno di questi ha mai detto che Alberoni in prima pagina era decisamente più lontano da ogni suggestione anche vagamente culturale e nessuno si è preso la briga di controllare e scoprire che Bruno Vespa ha scritto 53 e ribadisco, 53 libri”. 

Inutile dire che il mio primo pensiero dopo aver letto questo passaggio sia stato: “Guarda te se devo mettermi anche a difendere Bruno Vespa!”

Tant’è, Vespa non sarà tra i miei modelli carismatici di riferimento e non è tra le mie letture abituali, ma cavolo, se non altro ha una laurea! (Riferimento a cose o persone puramente casuale).

Il resto dell’articolo è ricco di opinioni puramente personali sulle quali abbiamo già speso fiumi di inchiostro elettronico, tra cui: “Meglio spendere soldi per comprare un libro di Fabio Volo che non comprare nessun libro”, oppure “Mai fidarsi dei commenti di chi da dietro a una tastiera gioca a fare l’intellettuale quando magari avrà letto due libri in vita sua”.

Il mio totale disaccordo è però su quanto sostenuto dalla Dondi già in apertura di articolo:
“Un buon programma, non eccelso, ma che parte da un presupposto intoccabile: che lo scrivere sia un mestiere che vale ancora la pena esibire”.

No, il ballo si esibisce, il canto si esibisce, la recitazione si esibisce. La scrittura no. Almeno non per me. Il caso umano, il conflitto, il pianto di fronte alle telecamere, la discussione e la prova di scrittura in trenta minuti non hanno nulla a che fare con il mestiere dello scrittore. Lo scrittore ha dei tempi, dei modi, delle attitudini che sono indipendenti dal prodotto finito. E quindi non ha senso esibire nulla di più del libro una volta terminato e pubblicato. Poi si giudica.  Italo Calvino sosteneva che i suoi romanzi dovevano essere valutati per i contenuti e dovevano avere successo per quelli, rifiutando così ogni forma di biografia. Questo è lo scrivere che piace al “Grande Esercito della Cultura 2.0”. E questo non è di certo lo scrivere sotto i riflettori propugnato da Masterpiece.

Daniele Dell’Orco

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