Approfondimenti Rivista — 29 novembre 2013

Non avevamo ancora finito di criticare il principio che reggeva il programma di RaiTRE Masterpiece che vediamo piovere addosso all’Italia insoliti complimenti dalle testate estere, tra cui una da Le Figaro che addirittura suggerisce: “Cosa aspettiamo a farlo anche in Francia?”. Curioso. Forse è vero che noi italiani non sappiamo apprezzare le cose che abbiamo, e naturalmente ci fa piacere se i media stranieri per una volta si accorgono che la tv italiana, per quanto brutta, non è quell’oceano di volgarità, di maniaci e di tronisti che loro abitualmente amano descrivere, magari citando la parola strappapplausi “berlusconismo”. Forse si stanno accorgendo che il film di Erik Gandini Videocracy era un pittoresco insieme di esagerazioni, così come lo erano gli strali statunitensi contro la nostra tv fatta di donne oggetto e cattivo gusto (proprio loro che fanno fare sfilate di bellezza a bambine truccatissime e mandano in onda gente che si picchia). Chiariamoci, non sto rivalutando la nostra televisione, ma ho sempre sostenuto che, per quanto non eccelsa, stia scontando anche i peccati altrui, peraltro per colpa dei pochi difetti che non ha. Anzi, era dai primi tempi de I Migliori Anni che si importava spazzatura come Grande Fratello o Italia’s Got Talent e non si riusciva a vendere un nostro format nel mondo. Che si tratti di una nuova tendenza ho i miei dubbi, benché proprio oggi io abbia letto che il giornalista Alessio Vinci, la bella statuina Manuela Arcuri e il comico Enzo Jacchetti stanno animando una rete “italiana” in Albania (la Agon) per replicare in salsa locale programmi come Le Iene, Che Tempo che Fa e Striscia la Notizia.

Però, nonostante questo peana di complimenti che arriva per un reality indubbiamente nuovo e più nobile di altri, io non cambio idea. Tanto per cominciare, ripeto che preferisco gli scrittori nell’ombra e nel silenzio, magari immersi nei fumi dell’alcool, piuttosto che un’esposizione di alunni che scrivono a beneficio di verdetti televisivi. Quanto ai giudicanti, la loro filosofia a inizio carriera era più o meno: “Io scrivo come mi pare, poi, se a voi piace, bene”. Ed era quella giusta; perché non farla valere anche per gli altri?

Non credo sia un caso che un tale programma sia nato proprio in Italia, dove l’ignoranza della lingua madre -una tra le più ricche di sfumature che esistano al mondo- impera nell’inconsapevolezza generale. Eravamo l’unico Paese al mondo, a parte forse gli USA, ad averne davvero bisogno. Quindi ha una sua funzione ce l’ha. Ma sul metodo resta da discutere. Per esempio, non vedo il senso di certe gare ad effetto come quella sulla privazione sensoriale. Trovo che prove del genere siano non solo inutili, ma persino allo stesso livello dei reality più scemi. È un errore di concetto: da quando in qua, per rivelare la propria capacità intuitiva e fantasia, uno scrittore deve riuscire ad esprimersi su qualcosa che non percepisce appieno? Stiamo confondendo la sensibilità con la sensitività o sbaglio? L’autore che crea il suo mondo interiore può riuscire nel suo intento solo quando è lui a deciderlo, e non in queste prove a marce forzate. E, quando lo fa, ricompone a suo modo qualcosa che ha osservato con tutti i sensi accesi. Senza questo, le antenne interiori non sono sufficienti a rielaborare né a trasfigurare. Un ultimo appunto semiserio va agli scrittori famosi e non del programma: va bene che il maglione fa molto intellettuale, ma non sarebbe meglio allontanarsi dallo stereotipo di questa “divisa”?

Giovanni Modica

Una delle accuse italiane rivolte a questo programma si è però rivelata profondamente ingiusta: non si può dire che un programma che va in onda la domenica alle 22:50 insegua gli ascolti.

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