Concorso Buk — 22 gennaio 2014

Il ragazzo dormiva profondamente quando la voce del capitano riempì la cabina dell’aereo.

“Signore e signori, vi preghiamo di allacciare le cinture di sicurezza, stiamo per atterrare. Grazie”. Lui non amava volare, non l’aveva mai amato, ma quella mattina era salito lo stesso sul volo 060 per Parigi. All’inizio era stato colto dal panico al solo pensiero di rinchiudersi dentro una scatola di metallo a 20.000 metri di altezza; avrebbe persino regalato il biglietto ad una giovane coppia in luna di miele incontrata al gate, se non fosse stato per quel brivido freddo avvertito dietro la schiena. Quello non era mai un buon segno. In tutta la sua vita gli era capitato di sentirlo due o tre volte e quando lo ignorava, succedeva sempre qualcosa di spiacevole. Perciò quella mattina decise di dargli ascolto e di salire su quell’aereo.

“Signore e signori, vi preghiamo di allacciare le cinture di sicurezza.”, ripeté la voce al microfono e questa volta il giovane si svegliò. Aveva dormito per tutto il viaggio, incurante delle varie turbolenze e di ogni altra cosa intorno a lui. Si tolse la mascherina dagli occhi, si stirò e prese la bottiglietta ormai vuota dalla sua tasca. “Dio benedica l’invenzione del sonnifero”, pensò baciando il piccolo contenitore. Per merito di quelle pillole sì, aveva volato tranquillo, ma si era perso l’incredibile sensazione di guardare il mondo dall’alto. Tutte le persone che riempivano la sua esistenza non facevano altro che parlare di questa esperienza sublime, anche se loro stessi non l’avevano mai provata. Lui non ne capiva il senso. Come può una persona definire qualcosa che non conosce, “sublime”?

Per quel ragazzo invece, l’unica vera sensazione che valeva la pena provare nella vita, era l’amore. Lui non lo aveva mai vissuto, eppure ne sentiva il ricordo lontano, nascosto da qualche parte nella sua mente. E ora era deciso a scoprire, o anche riscoprire, quei momenti, quegli attimi di infinita gioia e serenità.

Nel frattempo l’aereo aveva iniziato la manovra di atterraggio e Matt, questo il nome del giovane, perdeva lentamente l’effetto del sonnifero. Non avendo altri tranquillanti con se, il cuore cominciò a battergli all’impazzata e in un batter d’occhio si ritrovò coperto di sudore freddo. Decise di aggrapparsi alla prima cosa che si trovò a portata di mano; più il velivolo scendeva, più lui aumentava la presa su questa. Solo quando l’atterraggio fu terminato, Matt si rese conto di stringere la mano a una bambina.

Avrà avuto sì e no otto anni, ma se ne stava lì tranquilla a disegnare, con uno sconosciuto che le teneva la mano.

“Ora puoi lasciare, siamo fermi”, disse la bambina sorridendo.

“Sì, scusa piccola”, rispose Matt, cercando di ricomporsi.

“E’ che ho una paura folle di volare”.

“Da quanto?” Dapprima lui non seppe risponderle; in verità non lo sapeva. Poi rispose semplicemente: “Da sempre credo”. La piccola passeggera sorrise divertita, gli schioccò un bacio sulla guancia e lasciò il foglio su cui stava disegnando poco tempo prima.

“Jessie, vieni dobbiamo scendere, non dare fastidio al signore”. Un uomo sulla trentina, probabilmente suo padre, la prese per mano e senza nemmeno guardarlo disse a Matt: “Scusi il disturbo”, e se ne andò via. “Probabilmente mi ha preso per un malvivente”, rise tra sé il giovane, conoscendo la naturale diffidenza delle persone.

Cominciò a slacciarsi la cintura di sicurezza quando anche l’ultimo dei passeggeri fu sceso e solo allora si interessò al disegno di Jessie. Il foglio sembrava rappresentare il volto di una donna: lunghi capelli ricci le ricadevano in morbide onde sulle spalle, incorniciandole così il viso; occhi di un blu così profondo che anche l’oceano più vasto ne sarebbe stato invidioso. Matt rimase quasi due minuti a fissarlo e pensò che non aveva mai visto una creatura più bella. Poi, scuotendo energicamente la testa, disse ad alta voce: “Andiamo Matt, non puoi innamorarti di un disegno!” Alle sue orecchie suonò più come un auto convinzione. “Del resto, può essere chiunque. Un personaggio inventato dalla bambina… o addirittura sua madre!” Questa volta rise e in quel momento ringraziò di essere solo in quella cabina; almeno nessuno lo avrebbe preso per pazzo sentendolo parlare da solo.

All’uscita dall’aeroporto, Matt camminava fieramente tra la gente con il suo trolley da viaggio, orgoglioso di essere riuscito nella difficile impresa “recupero- bagagli”. Si fermò al primo bar che incontrò e, arrangiandosi un po’ con il suo francese scolastico, riuscì ad ordinare un tè con brioche. Non mangiò di corsa, anzi, lo fece con tutta la calma che gli era possibile. Quando viaggiava, specialmente quando non era per lavoro, gli piaceva osservare, osservare i paesaggi e le persone. Ascoltare le varie conversazioni di queste, anche se non ne capiva il significato. Questo era il significato di viaggio per Matt White.

Mentre sorseggiava il tè, gli venne in mente che ancora non aveva controllato la posta, così aprì il trolley e tirò fuori un vecchio portatile, uno dei primi modelli, quindi molto pesante. Accendendolo fu colto dall’improvvisa voglia di scrivere, ossia per lui voleva dire lavorare poiché scriveva per un’importante rivista di viaggi. “No!” Esclamò con determinazione richiudendo con forza il computer. “Sono qui per altri motivi”. Detto questo, lo rimise nel trolley e in fondo a questo vide un diario. La copertina era di un rosso acceso con delle iniziali dorate, A.W in basso a sinistra. Matt lo prese delicatamente tra le mani e iniziò a leggere. Ci mise poco più di mezz’ora, visto che le pagine scritte erano solo venti, ma comunque bastò per far sì che la sua attenzione venisse catturata dal nome Hotel Tour Eiffel. “Ecco un altro indizio”, pensò trionfante tra se e subito si preparò per la ricerca. Raccolse le poche cose che aveva, pagò il conto e per ultima mise in mezzo al diario il ritratto di quella donna. Ora sentiva di essere veramente al completo.

Quando finalmente arrivò in hotel, dopo ore e ore passate a chiedere indicazioni, era sera inoltrata. Il viaggio lo aveva distrutto e ora non chiedeva altro che una notte di riposo ma, sfortunatamente, alla reception non c’era nessuno.

“Non intendo aspettare oltre”, bisbigliò con aria indispettita e, senza neanche sapere come, Matt White si ritrovò al secondo piano davanti la stanza duecentodue. Quasi in un movimento involontario, bussò alla porta una volta, due, tre…stava per provarne una quarta, quando la serratura scattò e davanti a lui comparve una figura familiare. Somigliava stranamente alla donna del disegno ma i capelli erano più corti, il viso leggermente più segnato e rughe quasi impercettibili si annidavano ai lati degli occhi; e quando Matt li vide non ebbe più dubbi, era esattamente la donna del ritratto.

“Buonasera signorina, sono Matt White”, disse mostrando il suo sorriso migliore, che purtroppo non fu sufficiente, visto che la donna emise un urlo dopo neanche due secondi.

“Va via!” Stava per richiudere la porta ma Matt la bloccò con un piede.

“Lasci che le spieghi! So che è difficile per lei, ma se mi fa entrare le prometto che andrà tutto bene!” L’inquilina della stanza duecentodue non accennava a calmarsi perciò Matt dovette fare il passo più lungo della gamba. “Vi siete conosciuti qui in questo hotel! Il suo nome è Alex White!” Nessuna reazione, ma almeno gli strilli erano cessati e la donna, nel sentir pronunciare il suo nome, non faceva più resistenza sulla porta; si sentiva solo il respiro affannato. Quindi Matt continuò: “Io non so altro. Mi sento smarrito in questo momento. Poche ore fa sapevo che ero venuto qui per cercare una ragazza, non sapevo bene chi, ma avevo dei progetti per il futuro..e ora..è come se qualcuno avesse cancellato la mia vita.. nel momento stesso in cui ti ho vista. Mi rimane solo questo trolley, il mio computer..e un diario con le tue iniziali incise sopra”, le ultime parole sgorgarono come un fiume in piena e di colpo, Matt crollò a terra piangendo disperato. In quel momento la porta si aprì e Alex si chinò su di lui.

“Vieni dentro”, disse semplicemente. Lo fece accomodare su una poltrona e poi prese il diario che teneva stretto al petto, come fosse un prezioso tesoro da custodire. Quando iniziò a leggerlo, la donna ebbe un sussulto. Ogni pagina era un’emozione diversa: un misto di felicità, dolore, rabbia..amore. Arrivata all’ultima pagina, Alex trattenne a stento il pianto che minacciava di sopraffarla, quindi guardò Matt, che se ne stava lì, seduto su quella poltrona di velluto, con sguardo assente, come se davvero avesse perso la sua identità.

“Matt, sai chi è la donna nel ritratto?” Gli chiese dolcemente.

“Somiglia a te, ma tu sei più..più..”

“Vecchia”, finì Alex per lui, lieta di sentirsi dare del tu, e scoppiarono a ridere entrambi.

“Sì, bè.. questa in realtà non sono io. E’ il disegno di una bambina molto dotata, devo dire”. Alex ancora non credeva che tutto quello fosse reale, che lei stessa stava pronunciando parole tanto assurde. Comunque decise di raccontare a Matt tutta la verità. “Ci siamo conosciuti in questo hotel, sette anni fa. Tu eri venuto a Parigi, come hai detto tu, per cercare l’amore. Bè Matt, lo trovasti. Incantato dal disegno di una bambina, ti eri messo in testa che avresti trovato una donna uguale a quel ritratto. E in questo hotel incontrasti me. Il portiere di questo stesso hotel ti diede la chiave sbagliata, così ci incontrammo lungo questo corridoio e.. entrambi eravamo d’accordo che non era il caso di disturbare per così poco. Dopo quella notte fummo inseparabili. Tempo un anno ed eravamo già sposati. Passammo tre anni stupendi e.. sono stati i più felici della mia vita”. Ora le lacrime rigavano le guance di Alex, mentre Matt la osservava impassibile. “Poi successe la tragedia”, riprese con fermezza, “eravamo in viaggio a Londra per lavoro. Io avevo appena pubblicato il mio primo romanzo e tu eri all’apice della carriera. Andammo in un ristorante per festeggiare e proprio quella sera..ci fu una rapina!” Quest’ultima frase le uscì come un ringhio. Non riusciva più a parlare, tanto era arrabbiata. Matt allora si alzò, le accarezzò dolcemente i capelli e fece un’unica domanda: “Sono morto?”

Alex alzò lo sguardo su di lui; lo guardò forse per la prima volta da quando aveva bussato alla sua porta quella sera. I suoi occhi scuri sembravano così pieni di vita, che per un attimo non seppe cosa rispondere. Era impazzita? Possibile che suo marito fosse ancora lì? “No” disse a se stessa, guardando l’anulare sinistro di Matt. “Lui non si toglieva mai la fede.”. Quindi rispose semplicemente: “Sì”, e quell’affermazione fu come una doccia fredda. Aveva riaperto una ferita che credeva dimenticata ormai da tempo ma che in realtà era sempre stata lì, sepolta dentro di lei. Si nascose il volto tra le mani e tra un singhiozzo e l’altro, riuscì a spiegare tutta la storia a Matt. “Dopo i funerali, restai a Londra per un anno. Non volevo vedere nessuno, non volevo più scrivere. Decisi quindi di terminare la mia carriera con un’ultima storia.. la nostra. Presi questo diario, un tuo regalo tra l’altro, e cominciai a scrivere di te. Di quanto amavi viaggiare, di quanto ti piacesse Parigi..e anche del nostro primo incontro. Molti dettagli, come per esempio il disegno in aereo, me li raccontasti tu. Poi all’improvviso, semplicemente smisi di scrivere. Volevo che il ricordo del nostro amore si fermasse lì dov’era iniziato, così sarebbe rimasto intatto”. Matt a quel punto la fermò. “Io ricordo solamente che prima di prendere l’aereo, mi trovavo a Londra. E’ lì che trovai il tuo diario. Non ricordo altro semplicemente perché il diario termina nel momento in cui ti vidi per la prima volta”.

“Sì. Appena terminata l’ultima pagina lo lasciai a Londra e tornai a Parigi, per ricominciare. Ma sono riuscita solamente a venire a vivere qui”. Nella stanza calò il silenzio. I due si guardarono intensamente, confusi ed ancora innamorati. Fu lui a rompere il silenzio: “Ecco allora cosa sono venuto realmente a fare. Ero in cerca della mia autrice. Sono un tuo personaggio e tu devi finire la nostra storia”. Mentre diceva così le prese il volto tra le mani e, in un attimo, si sentì invadere di quell’amore che tanto aveva desiderato. Non gli importava che non fosse reale, voleva solo viverlo. Il bacio che seguì fu l’esperienza più incredibile che avessero provato. Alex Lasciò cadere il diario che ancora teneva in mano, e si aggrappò con tutta se stessa a Matt, ricambiando il bacio con passione.

Entrambi, si stavano riscoprendo di nuovo. Come se il destino gli avesse dato un’altra possibilità.

L’indomani, la donna si svegliò nel suo letto, ancora a Parigi, ancora sola; ma stavolta con un obiettivo. Si alzò con il sorriso sulle labbra, prese il diario aperto sul pavimento e finalmente diede vita a quel personaggio smarrito che un tempo era stato suo marito,  prova vivente che l’amore, quello vero, non muore mai.

 

 

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scrivendovolo

(6) Readers Comments

  1. Molto bello ^^

  2. bellissimo =)

  3. Eccezionale ^^….

  4. Molto bello. Merita, complimenti!

  5. Bel racconto!

  6. Brava!!! veramente bello…

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