Il 7 dicembre, nell’ambito della fiera dell’editoria di Roma, “Più libri più liberi”, si è svolta un’interessante tavola rotonda dal titolo “Da una legge ad un’altra”.

Come si può notare fin dal titolo il tema centrale della discussione era il bisogno concreto di una legge che regolamenti il mercato editoriale italiano in tutte le sue parti, a partire dal prezzo di copertina per finire con gli sconti concessi e con il numero di pubblicazioni annue. Come fa subito notare il presidente del gruppo dei piccoli editori AIE Iacometti, la legge Levi del 2011 – già faticosamente conquistata – non è sufficiente, poiché si esprime solo sul prezzo, una sorta di “aspirina contro una  malattia grave”. Sono proprio loro, effettivamente, i piccoli editori, ad essere quelli più svantaggiati ed in pericolo senza una legge che li tuteli: le grandi case editrici, quelle “di catena” hanno conquistato la loro fetta di mercato ed i loro capitali tempo fa. 

Ma una bozza di legge è mai stata portata in Parlamento? Il presidente dell’AIE Polillo ci dice di no, e spiega che non è solo per via delle infinite problematiche (anche a livello pratico: per esempio il cosidetto “diritto d’autore”) ma anche per la tendenza generale a lasciar stare questa parte di mercato rispetto magari al mercato giornalistico e televisivo, di sicuro più interessanti per la politica.

Ilaria Bussoni interviene con un aneddoto che ha quasi del magico: a Parigi, nel quartiere di Belleville (quello diventato famoso con la saga li ambientata da Daniel Pennac), c’è ancora una vera libreria indipendente, una di quelle che non era difficile trovare a metà ‘900 (o anche più recentemente 50 anni fa): pochi romanzi – quasi nessun bestseller – molta saggistica, antropologia, sociologia, tutti “long seller” (libri che si vendono sulla lunga durata, di scarso impatto immediato). La cosa sconvolgente è che questa libreria non è sopravvissuta, ma è nata nel 2011. Come è possibile ciò?

Attraverso la legge che in Francia regolamenta l’editoria. Proprio come quella che non c’è in Italia, e che li invece permette di investire nella piccola e media editoria per preservare anche il valore del libro, “che non è solo un mercato” (Bussoni). Ecco perché qui a Roma è nato – in maniera ancora ufficiosa- un “Osservatorio dell‘editoria indipendente”, in cui si discute prima di tutto sul ruolo di operatori culturali (attenzione, non economici) che hanno editori, librari e tutti quelli del settore.

Ma forse è solo un’utopia: Polillo ribadisce che anche in Francia le piccole librerie chiudono, che la legge Lang non basta, e, soprattutto, che questa legge non è applicabile qui in Italia. Ci vogliono proposte nuove, inedite, che non si limitino a revisionare la legge Levi o regolamentare le campagne pubblicitarie. Bisogna trasformare l’editoria italiana, cercando di dare contribuiti alle realtà più piccole. Il dibattito a questo punto inizia a farsi infuocato: “soldi ce ne sono pochi, ma la verità è che per i libri non ce ne sono mai stati!” tuona Iacometti, annunciando al pubblico che, secondo i dati degli Stati generali dell’AIE di quattro anni fa,  i finanziamenti dati all’editoria sono stati gli stessi dati ai circhi equestri.

A dir poco sconvolgente. 

Interviene Paolo Peluffo, Sottosegretario di Stato con delega all’Informazione e alla Comunicazione, che, essendo un politico, tenta di giustificare il perché di questa situazione, ma ormai il tempo è agli sgoccioli e gli animi si sono surriscaldati: il dibattito si conclude.

Le proposte ci sono, soprattutto da parte degli editori indipendenti, e sono sicuramente interessanti, alcune decisamente innovative – sebbene magari un po’ troppo sognanti – ma resta la domanda: ce la farà l’editoria italiana a non andare a galla?

 

Silvia Coccoluto

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