News Rivista — 10 dicembre 2012

È il giorno della consegna dei premi Nobel 2012 a Stoccolma. La capitale svedese in pieno clima natalizio offre l’atmosfera più magica del mondo. Eppure non è tutto oro quello che luccica. C’è aria di polemiche e di contestazioni. Mo Yan, premio Nobel per la Letteratura, è finito nell’occhio del ciclone dal primo momento in cui è stato insignito del riconoscimento. Fin da subito lo scrittore cinese “semi-sconosciuto”, che si è aggiudicato il premio scalzando il ben più quotato Haruki Murakami, è stato bersagliato dalle critiche in virtù di un presunto peso politico del suo Nobel. Ad aggravare la crisi diplomatica si ci è messo il risultato del Congresso del Partito comunista cinese, che ha visto trionfare Xi Jinping, nuovo “leader maximo” della seconda economia del mondo per i prossimi dieci anni.

Sull’onta della sua promessa di una ventata riformista, quaranta intellettuali cinesi gli hanno inviato una lettera per chiedere la liberazione del Nobel per la pace 2011 Liu Xiaobo e di tutti i dissidenti politici. La levata di scudi in difesa di Liu ha visto protagonisti anche 134 premi Nobel, che hanno a loro volta firmato un documento nel quale pongono, in sostanza, le stesse richieste.

La particolarità sta nel fatto che tra i firmatari non appare il nome di Mo Yan.

L’autore di Sorgo Rosso ha rifiutato di sostenere le cause del documento asserendo che la sua opinione in proposito è già abbastanza chiara e che il riconoscimento che sta per ricevere ha un valore letterario e non politico.

Gli intellettuali di tutto il mondo, e larga parte dell’opinione pubblica considerano inaccettabile un comportamento del genere che qualifica automaticamente Mo Yan come “uno scrittore di Regime”. La scrittrice rumena Herta Muller, ex dissidente rumena e premio Nobel nel 2009, si è spinta oltre, dichiarando che il premio assegnato al cinese “celebra la censura ed è uno schiaffo in faccia a chi lavora per la democrazia e per i diritti umani”.

Tira aria di contestazioni a Stoccolma, annunciate sia da parte dei dissidenti cinesi sparsi per il mondo e sia dai più accesi sostenitori della liberazione di Liu Xiaobo.

Daniele Dell’Orco

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