Approfondimenti Rivista — 16 settembre 2013

Ci sono contingenze, nel vissuto di un uomo, che suonano come domande. Se è vero che ogni esperienza ha una sua morale, trovarla è la costante. Basta un attimo, poi, e ogni risposta si palesa: un incontro, un bacio, un sussulto e la vita appare per quello che è, un perfetto incastro di eventi. Così è accaduto a J.R Moehringer quando ha incontrato, per la prima volta, André Agassi. Il tennista vincitore di 60 titoli ATP e di 8 tornei Slam aveva una storia e la sua storia era in cerca di un uomo. Sì, perché quando Andrè Agassi parlò, per la prima volta, davanti al volto di J.R Moehringer sapeva bene ciò che stava cercando: né lo scrittore, né il vincitore del premio Pulitzer; ma qualcuno di carne e ossa, di pelle e cicatrici. Un uomo che -come lui- vestiva il dolore ogni giorno. Uno sguardo d’intesa, un gesto di assenso reciproco e, in un attimo, entrambi lo capirono: in quel momento, si trovavano esattamente nel punto in cui la combinazione di eventi della loro vita doveva portarli, uno davanti all’altro, petto contro petto, perché solo così, specchiandosi vicendevolmente negli occhi avrebbero trovato la morale delle più illogiche contingenze. Agassi lo aveva intuito leggendo il suo primo libro, “Il bar delle grandi speranze”; Moehringer ne ebbe la certezza facendogli da ghost writer: la loro vite erano legate da un filo sottilissimo. Quando J.R aveva solo otto anni e, seduto davanti al bancone del bar Dickens, cercava ostinatamente in tutte le voci quella del padre assente, in qualche campo da tennis di Las Vegas, un bambino di nome Andrè, lottava contro la presenza asfissiante del genitore; quando Moehringer, nel 2000, ritirava la più prestigiosa onorificenza nazionale per il giornalismo negli Stati Uniti, Agassi si preparava a vincere il suo ottavo e ultimo titolo del Grand Slam, arrivato tre anni più tardi agli Australian Open. Quando, sulla soglia dei 40 anni, si trovarono a scrivere a quattro mani una grandiosa biografia, entrambi avevano qualcosa di troppo realisticamente amaro da dire al mondo: “Vincere non cambia niente [..]. Una vittoria non è così piacevole quant’è dolorosa una sconfitta”. Il loro incontro porta un nome. Quel nome racchiude il senso del loro vissuto. “Open. La mia storia”. La storia di chi ha imparato a discriminare tra i casi fortuiti della vita e gli eventi da seguire.

Era solo un ragazzino J.R., quando seduto davanti al portico di casa, con le ginocchia sollevate, i gomiti sulle gambe e gli occhi trasognanti, si lasciava affascinare dalle storie del nonno. A volte erano racconti scanzonati di gioventù, altre volte cronache di città o leggende di quartiere. E poi, tra un aneddoto e l’altro, ogni tanto capitavano storie da far battere il cuore. Una di queste era più potente delle altre: sarà stato forse il misto di divertimento e di timore con cui il nonno ne parlava, o il fascino che, inarrestabile, esercitava su di lui; ma la verità è che J.R. non l’avrebbe mai dimenticata. Questa storia parla di un uomo e della sua vita, di vittorie e di sconfitte, di denaro e di amore e della convinzione che non esista problema che non possa essere risolto con l’uno o con l’altro. Quest’uomo si chiama Willie Sutton ed è il ladro che negli anni a cavallo tra il 1925 e il 1950 ha raggiunto il record indiscusso di banche rapinate, circa cento. Oggi, Willie l’Attore -perché mago nell’arte del travestimento- è entrato nell’immaginario collettivo come l’eroe che ha trovato i responsabili di ciò che c’è di sbagliato nella società- i banchieri- e li ha puniti, senza mai spezzare una sola vita e sempre a rischio della sua. Così, nel 2008, quando l’economia è collassata, stravolgendo programmi e deludendo aspettative, i racconti del nonno devono aver riecheggiato nella testa di J.R. E tra questi, quello più potente, suonava come l’unica risposta sensata in un abisso di interrogativi irrisolti. “Pieno giorno” è la voce di Willie Sutton, di J.R. Moehriger e di tutti quelli che non ci stanno a farsi rubare i sogni. Il racconto inizia la vigilia di Natale del 1969 quando, ricevuta la grazia, Sutton esce di prigione e viene inseguito da un giornalista inesperto in cerca di una storia da prima pagina. La passeggiata tra le strade di New York rievoca tutti gli eventi cruciali della sua vita: l’infanzia a Brooklyn e le scuole, il primo lavoro e i licenziamenti, le serate con gli amici e l’incontro con Bess, la donna che gli ha cambiato la vita. Fu lei a suggerirgli il primo colpo -la cassaforte del padre- quando la sua famiglia impediva, ostinatamente, la loro frequentazione. Prima, il furto riesce e la loro fuga d’amore ha successo; poi, la polizia li prende e Willie finisce in prigione. Da lì in poi l’esistenza di Sutton diviene un susseguirsi di scassi, manette e celle sempre più buie e anguste, dove escogitare evasioni rischiose. Ed è proprio in una delle sue fughe -quella da Holmesburg- in una notte fredda e nevosa, che Willie incontra un camionista e capisce qualcosa che a distanza oltre 50 anni Moehringer e Agassi avrebbero provato solo incontrandosi. Mentre sedeva nell’autocarro di un uomo che non aveva mai visto prima, spalla contro spalla, e si scopriva a raccontare storie per tener svegli entrambi, imparò una lezione che tutti gli uomini ricorrono avidi durante la loro esistenza, alcuni senza riuscire a raggiungere mai: “Se la vita non è stata nient’altro che la preparazione a questo momento, a questa eterea euforia, a questo legame con uno sconosciuto, allora vuol dire che non è trascorsa invano”.

Alessandra Flamini

 

 

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