Concorso Buk — 22 gennaio 2014

Anna ha un naso rosso, di quelli in gomma con due buchini ai lati e un elastico fine tirato dietro la nuca. Sono rosse anche le guance, dorsi di coccinella coi loro sette punti neri, ed è rosso pure il cappello. Una bombetta, non più grande di un panino, che porta inclinata in testa. Le dà un’aria sbadata, da pagliaccio distratto, da insegna che svirgola al soffiare del vento. Ha i capelli raccolti in un prato di mollette a fiori e le pendono, ai lati del viso, due grandi orecchini cileni.

Anna è un’esplosione di colore, energia allo stato puro. Saltella per la via, crea animali d’aria con i palloncini, insegna danze strane, canta di streghe e filtri magici per spaventare i draghi.

Ogni tanto l’Associazione organizza eventi per le strade. Servono a raccogliere fondi, a sensibilizzare la gente, e tutti i volontari ci vengono vestiti così, come si presentano in corsia. Colorati e buffi, coi loro costumi bizzarri e i nomi più strampalati. Ma nessuno degli altri clown ha un seguito come il suo. Anna è straripante, un cataclisma, una calamita per bambini. Ha voglia di giocare, un talento per lo show e un sorriso senza eguali. È un po’ storto, ma sembra fatto apposta, una parte del trucco.

“Io so fare il robot, lo sai?” Le dice un bimbo che si è appena avvicinato.

“Dai, fammelo vedere, non ci credo”, lo sfida Ciccipasticci.

Il piccolo improvvisa la sua esibizione, piega le braccia e si muove a scatti, ruota su un lato, poi china la testa in avanti. È buffo come ogni gesto da grandi infilato in un corpo piccino.

“Ma sei bravissimo! Chi te l’ha insegnato?”

“Nessuno. Lo so fare io.”

“E come ci riesci?” Le chiede curiosa.

Il bimbo ci pensa un momento, va chissà dove a cercare parole e poi le risponde “così,” mostrandole di nuovo la sua posa robotica. “E lo devi fare in silenzio”, aggiunge convinto.

“Hai ragione, non ci avevo pensato”, gli sussurra a un orecchio, “deve essere quello il segreto.”

Da com’era piegato, il pagliaccio solleva rigidamente la schiena e muove passi inceppati imitando il bambino. Si muovono a tempo, cigolano muti, due alieni sgangherati in mezzo alla via. È un attimo e si ritrovano in quattro, poi in sette. La strada è invasa da piccoli robot che avanzano a gambe bloccate, ciondolanti e sciancati nelle loro invisibili armature di latta.

Anna improvvisa. Lascia che siano i bambini a fornirle uno spunto, un’idea da cui far nascere un gioco. Ci si attacca abilmente. Loro iniziano, lei continua. Le basta un gesto, un’espressione buffa, un rumore, una parola inventata. Ci si appoggia e decollano. Da un pagliaccio si lasciano guidare. Distratti dal rosso, non hanno paura.

Oggi è una festa, si vola facile. La parte difficile è in ospedale. Anna fa due turni a settimana, il mercoledì e il sabato pomeriggio. Ci resta tre ore, si stacca dal mondo e per tutti diventa Ciccipasticci. Naso rosso, bombetta rossa e il resto del travestimento. Sporca il bianco delle corsie, corre dove non si può fare, scompiglia creature con la testa rasata. Le porta via da lì, in un posto che esiste solo quel giorno, e si perde con loro. Alle volte non c’è niente di meglio che farsi rapire da un gioco e dimenticare quello che non è da sapere.

All’inizio le pareva di camminare sulle uova, aveva paura di sbagliare, di rompere un equilibrio appeso a un filo sottile. Poi pian piano ha capito che era molto più facile in quel reparto che altrove. Perché quando non c’è più nulla da perdere è tutto molto più semplice. Forse.

“L’ultimo che arriva alla fontana,” lancia urlando la sfida, “è uno strudel cacca porcello!”

Venti bambini le corrono a fianco, la superano in massa e la sbeffeggiano mentre arranca dentro scarpe da Pippo tre numeri più grandi del suo. Quando raggiunge la fontana e si volta, si accorge però di non essere l’ultima. Un bimbo si è fermato alle sue spalle a raccoglierle il cappello. Le corre incontro e glielo porge.

“Senza questo non sei uguale”, le dice.

Ciccipasticci gli offre in cambio il più maestoso degli inchini e ringrazia portando le mani al cuore. Non parla, non sa che dire. Rimane spiazzata ogni volta che un bambino la guarda dentro in quel modo.

 

Il clown che vede allo specchio sorride, lei piangerà fra non molto. Le succede quasi sempre. Si strucca e piange.

Senza la maschera non si piace.

Scolora il viso, toglie il cappello, leva i puntini, rimuove il trucco e lo fa piano. Non ha fretta di svelare quel che c’è sotto. Il sorriso non va via, non è disegnato, è un’impronta indelebile dell’incidente e del rogo che l’hanno segnata quattro anni fa.

Da allora sorride come respira, non può farne a meno. Anche se è arrabbiata non si vede, e questo la fa infuriare ancora di più. Perché ha tutto il diritto di farlo sapere in giro quando è incazzata. E invece sembra solo storta, deformata, brutta. Lei è brutta.

Riesce a dirlo ormai. Brandisce l’idea come una spada e sferza invano l’aria senza altri corpi da ferire se non il suo. Anche perché, se può, resta da sola. È Ciccipasticci che si circonda di persone, Anna è una strega che sa di spaventare i draghi.

La sua immagine sfuocata nello specchio la guarda fissare il vuoto, imbambolata e stanca. Con un dischetto di cotone passa il latte detergente sulla pelle, intorno agli occhi, sulle guance. Rallenta il gesto come servisse a renderlo ancora più efficace, come se oltre a immaginarlo quel batuffolo fosse capace di levare tanto a fondo il trucco da far ricomparire il volto che si è perso.

Quando rimangono, disordinati e radi, gli ultimi graffi di colore, i difetti invece tornano a mostrarsi per quello che sono. E parlano, raccontano, non stanno zitti un attimo, invece di nascondersi richiamano i passanti. Provocano domande, scatenano commenti, generano schifo e commiserazione.

Anna ha imparato a difendersi dalle facce degli altri coprendo la sua. Si mette un costume ed entra in scena. Torna a essere chi era e si lascia avvicinare nuovamente. Le serve una maschera per riuscirci, che male c’è? Tanto la faccia che porta in giro adesso non è la sua comunque. Questa maschera invece è un ponte che valica l’inferno. E la restituisce alle persone, rianimata e trascinante. Senza il trucco non è uguale, non le viene la magia.

Sono stati, per paradosso, dei bambini senza speranza a restituirgliene una. Le hanno ridato un volto, dopo che aveva perso il suo, e un motivo per credere di valere ancora molto.

La cercano, l’aspettano, la chiamano, le si stringono forte addosso e volano con lei. Si fidano del suo sorriso storto e della sua energia. Perché di nasi rossi ce ne sono tanti, ma nessuno come il suo è capace di scacciare il drago che se li vuole portare via.

 

 

 

 

 

 

 

 

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